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17 marzo 2015 2 17 /03 /marzo /2015 14:04

Abbiamo bisogno di storie. Forse neppure grandi. Ma abbiamo bisogno di storie per rifondare la società. Questo si ascolta con molta insistenza da alcuni anni. Il termine “narrazione” è diventato di moda anche fra i politici per indicare i valori ai quali dobbiamo far riferimento, descritti, però, in forma di racconto. Questo termine ha ceduto il passo all’anglicismo storytelling che si riferisce più che altro all’applicazione dell’idea della narrazione.

 

 

Anche lo sport cerca le sue narrazioni. Anzi, in realtà è stato da sempre il vero compito di tutta la cronaca sportiva che, di fatto, è la ricerca di una narrazione. Anche le esigenze di mercato, i motivi di spettacolarizzazione degli eventi, dalle nuove tecnologie per la ripresa dei fatti di sport, le formule di gioco, avvengono sempre modellando i propri prodotti (quello che si racconta o quello che si organizza) secondo i principi dello storytelling. La Champions League, ad esempio, è stata rifondata perché si aveva in mente una narrazione capace di creare una suggestione eroica in un Olimpo sportivo d’eccellenza, persino la crisi dell’informazione passa attraverso la difficoltà di conciliare i tempi dello storytelling con la rapidità con la quale è necessario fornire la descrizione dell’evento (e la televisione risponde con una realtà aumentata dalla forza della tecnologia che rende ogni immagine una narrazione fulminea). L’evento stesso, poi, si è fatto addirittura auto-narrante con i post dei protagonisti sui social network o con i selfie, come nel caso di Totti dopo il suo secondo gol all’ultimo derby tra Roma e Lazio, esempio folgorante di storytelling.

 

 

 

Ma le buone storie sono fatte anche dal buon linguaggio. E qui comincia la difficoltà. Il linguaggio dello sport, finora infarcito di retorica o di luoghi comuni, stenta a cedere il passo alla sobrietà e alla padronanza degli strumenti espressivi. Non solo: tutti i richiami, sia i titoli, i lead, le immagini o gli spot (tanto per variare da mezzo a mezzo di comunicazione), restringono la capacità di articolazione. Questo significa che si preferiscono, ad esempio, titoli di poche battute, slogan che fatalmente risultano ripetitivi in cui, è anche il destino del giornalismo politico e di costume, prevalgono situazioni riassunte con termini standard estremi, come se alzare i toni permettesse di essere ascoltati con più attenzione. Una dichiarazione, perciò, è sempre “choc”, un ammonimento “gela” sempre il proprio interlocutore, ogni difficoltà è “ crisi”, ogni incontro diventa “un patto” per qualcosa. Spesso accade così anche con le immagini. O con i commenti che le accompagnano in televisione. Così la narrazione si perde, tutto diventa ugualmente urlato e persino le buone storie finiscono per essere soffocate. Restano quelle cattive: i dirigenti che sono al potere da anni, gli accordi sottobanco o le telefonate inconfessabili (che di tanto in tanto vengono fuori), i rapporti sempre meno trasparenti e più remunerativi fra aziende, club, manager e associazioni e poi la finanza, se non il riciclaggio, che vogliono conquistare società sportive o snodi di potere. Esiste quindi un fare e un rappresentare che nel calcio, ma anche nella società e nella politica così contaminata da scandali, procedono in modo parallelo e non si incontrano. Se la narrazione è povera nel linguaggio e nei contenuti perde il suo valore pedagogico e si ingolfa, il modello valoriale che richiama si annacqua e diventa inefficace. Così si lascia spazio alle piccole trame e alle cure dei piccoli affari i quali, però, hanno una propria efficace narrazione, ad esempio nelle carriere dei piccoli e grandi despoti dello sport, ciò che Nietzsche chiamava abilità e miseria dell’ultimo uomo.

10 gennaio 2015 6 10 /01 /gennaio /2015 00:11

C'è un Islam che nel nome del Profeta disprezza la vita e il mondo. E risolve ogni questione della mondanità nella testimonianza. Si testimonia un mondo che verrà. Che non è questo. Di qui il disprezzo della vita propria e altrui, valore tanto misero se lo si confronta con la affermazione della propria fede. In Occidente è stata una questione centrale in alcune epoche e ha investito la riflessione di teologi e filosofi. Una questione, quindi, che non abbraccia solamente l'Islam. Anzi questa sorta di annullamento ha avuto antecedenti che Georg Hegel è stato in grado di riferire sia alla tradizione giudaica che a quella cristiana attraverso la famosa figura della Coscienza Infelice. In questa figura l'uomo scinde la propria autocoscienza: da una parte il singolo, il mutevole, radicalmente diverso dall'immutabile, il Dio. Di qui la disperata aspirazione alla riconciliazione e a considerare inessenziale tutto quello che si riferisce al mutevole, cioè al mondo. All'opposto la verità è nell'Immutabile. La scissione tra i singoli e l'Universale, tra gli uomini e il Dio si fa via via profonda, la fessura diventa faglia e la ricerca del raggiungimento dell'immutabile si rivela tragica. Alla fine, afferma Hegel, alludendo alle crociate, il disprezzo della vita terrena e la guerra feroce combattuta verso i miscredenti, nome per un simbolo, trova soltanto un "sepolcro". Verrebbe da dire che il Santo Sepolcro sta alle crociate come il dominio planetario di un nuovo Califfato alla Jihad.

La civiltà cristiana non si è affatto liberata da questo retaggio se consideriamo che certe tesi contrarie erano considerate minoritarie nella Chiesa preconciliare, che organizzò autentiche crociate contro il "modernismo". E tesi di un certo tipo sono considerate ancora adesso fondamentali da molte mariologie, come alcuni inviti alla testimonianza e alla conversione irradiati anche via etere da alcuni pulpiti ormai cult.

Ma come sia pericolosa l'indifferenza al mondo e la scarsa attenzione per la vita concreta vissuta dai singoli (preferendo piuttosto santificare o demonizzare la vita dei singoli per gloriare il dio di riferimento) lo denuncia con forza un teologo tutt'altro che progressista (è il teologo d'elezione di Joseph Ratzinger), Romano Guardini (1895-1968). Guardini è stato un geniale (filosoficamente parlando) difensore della tradizione cristiana, ma teologo attento ai pericoli che può generare la sottovalutazione della mondanità in nome di uno schiacciante primato dell'ultraterreno. Aggiungiamo noi: a prescindere che l'Al di là sia simboleggiato dal Dio tomistico oppure mistico-medievale o dalle vergini promesse in dono ai jihadisti di oggi.

Guardini rileva, nei suoi ultimi anni, il limite nella concezione medievale che ha attribuito al mondo (il "creato" per lui) un’irrilevanza di senso. In una lettera del 13 agosto 1963 a Josef Weiger, poi titolata “La responsabilità nei confronti del mondo” si ricorda come nel Medioevo il mondo stesso non era considerato un impegno cristiano. Era il luogo assegnato per l’esistenza. Sì, c’erano anche degli obblighi sociali e politici (rispetto ai re, attraverso la gerarchia cavalleresca), ma il mondo non era un oggetto della responsabilità cristiana. Guardini muove una critica alla coscienza cristiana tipo e alla relativa teologia che si è finora espressa più o meno così: Dio è olimpicamente posto sopra al mondo, ha creato il mondo e lo ha poi abbandonato a se stesso. Visto che il peccato si insinua nel mondo, Dio assume un atteggiamento di diffidenza e quindi anche l’atteggiamento cristiano è retto da diffidenza e cerca di staccarsi il più possibile dall’impegno terreno. Al massimo interviene per indurre (o si pensa che intervenga per indurre) la sconfitta del peccato attraverso l'affermazione dei suoi simboli (stessa cosa del jihadismo). Guardini ammonisce i cristiani: se così fosse, però, resterebbe fuori questione il tema del perché Dio si è invece impegnato per salvare l’uomo nell’incarnazione. Poteva Dio elargire, nella Rivelazione, come un sovrano, il perdono? E questa poteva essere una progressiva illuminazione? Ma se il mondo non conta “perché questo spreco enorme dell’Incarnazione?”

Invece l’Incarnazione è il compimento dell’opera di Dio. Sì, certo, tra uomo e Dio c’è l’abisso del peccato. Ma il peccato è storia di Dio e del suo dolore. Ogni svalutazione del reale che significa svalutazione dell’impegno religioso nel mondo, concetto centrale, ad esempio per Guardini, nell’ermeneutica di Hölderlin (dove però manca totalmente l'aura della Rivelazione). Ma la svalutazione del reale, secondo Guardini, ha proprio l'apice nel pensare medievale. Qui c'è il compimento del tradimento di quel numinoso (concetto che avrebbe bisogno di una lunga spiegazione e che è mutuato dal grande studioso di religioni, e teologo Rudolp Otto - 1896-1937, quasi coetaneo di Guardini, che si identifica nello smarrimento arcaico e classico di fronte a qualcosa che incute terrore e che prepara il bisogno religioso). Per questo lo spirito religioso di Guardini mette in guardia tutti i cristiani: nel varco lasciato aperto dalla svalutazione del mondo (e dalla capacità del mondo di evocare lo spirito religioso) si può aprire - secondo Guardini - , quel prometeismo che proclama “la sensibilità [...] separata da Dio" e che affermerà un "puro” mondo e un “puro” e “semplice” uomo”. Ecco perché, forse intuendo questo pericolo, proprio in queste ore, leader politici e religiosi musulmani, tanta parte dell'Islam si richiamano ai valori universali della vita e affermano (Nasrallah) "il jihadismo è più pericoloso della blasfemia": Essi vedono dietro l'abisso jihadista la vertigine nichilista. Dopo i massacri, del loro Dio, in terra non resterà nulla. Sia per chi i massacri li ha compiuti, sia per chi li ha subiti. E questo, in ultima analisi, fu l'effetto devastante della Shoah sulla teologia ebraica e la drammatica soluzione filosofico-teologica alla quale venne costretto Hans Jonas dopo Auschwitz. Ma questa comincia ad essere un'altra storia.

21 aprile 2014 1 21 /04 /aprile /2014 05:57

Appunti in libertà

E' fuorviante l'dea della morte dell'arte. Dobbiamo piuttosto riflettere sull'idea della morte del "concetto" nella nostra società. Ho usato in questo incipit una sineddoche. Non alludevo alla resurrezione dell'arte, che si trasforma e vive sotto altre dimensioni. Ciò che prende forza, ed è fuorviante affermare il contrario, è il giudizio estetico di cui l'arte è una forma particolare. Mentre, d'altrocanto, fatica a sopravvivere l'idea di un "concetto" da applicare alle condizioni di vita. Il "concetto" appartiene a quell'idea del mondo per il quale ad una determinata idea corrispondono forme di applicazione più o meno efficace. Il concetto deve, però, vivere nel concreto e se, hegelianamente parlando, si incarna in toto, produce il compimento: l'Assoluto. Nella storia ci siamo andati vicino. Hegel (che tra l'altro aveva parlato di morte dell'arte, in quanto esaurita l'idea-concetto che ne muoveva l'azione) descrisse come noto l'incedere dialettico del concetto. Cosa resta di questa feconda attività?

Si sta chiudendo un'epoca in cui i concetti non si sono ben adattati alla vita. Il progetto della vita cristiana, socialista, comunista o i progetti innervati di altri valori non hanno conquistato il mondo. I concetti possono anche funzionare in sè. Possono persino risolvere fondamentali problemi d'interpretazione della vita, della storia, delle relazioni economiche e sociali. Ma non sono prescrivibili come tali, visto che, alla fine, non vengono accettati coerentemente e non risultano efficaci.

L'uomo comunista o l'uomo cristiano ha avuto splendide interpretazioni. Ma si è trattato di solisti. Non abbiamo avuto la possibilità di stabilizzare una società comunista, una società cristiana. Sopravvive quell'ibrido che, all'interno della società capitalista, coniuga l'individualismo con una gestione sempre più controllata dei bisogni e delle risposte ai bisogni.

In questo contesto ciò che emerge come fattore dominante è la dimensione estetica. La nostra società si articola e trova la sua dialettica attraverso criteri di scelta dettati dal gusto, Per lo più un gusto indotto, ma è il criterio di gusto che si forma dentro di noi a far dire "mi piace" e "non mi piace". E' il criterio di gusto che ci fa scegliere, in base ad una valutazione che raccoglie le spinte di una società, la quale ci propone criteri di apprezzamento da accettare e rifiutare. L'uomo di oggi è stato espropriato del concetto, ma ha esaltato il suo criterio di gusto. L'uomo di oggi non è solo l'uomo estetico, è quello che trova già risolte le pratiche complesse dell'approssimarsi ad una scelta di gusto.

Siamo facilitati da una tecnica che ci risolve tutto il complicato cammino prima del fatidico, "apprezzo", "scelgo", "mi piace": facebook è il protocollo più esplicito di questa forma di espressione che è anche una modalità di relazione sociale e sancisce la determinazione dell' appartenenza. Essere amico di, vuol dire creare una comunità sulla base di un gusto, quello di chi sostiene che un determinato argomento piace o no. Appartenenze revocabili. Si toglie l'amicizia, come la si è concessa. In questo siamo liberi. Le scelte, però, vengono sempre più standardizzate. E' sempre più difficile inserire nei cataloghi degli argomenti su cui decidere una articolata valutazione che può determinare qualcosa di diverso dall'accettazione o dal rifiuto, soffocando quindi un libero gioco del gusto, e catturando e utilizzando l'unica facoltà rimasta a disposizione nel nostro tempo per l'esercizio della libertà, la facoltà estetica.

Noi siamo in un'era estetizzata, ma l'utilizzo della modalità di adesione estetica crea appartenenze già confezionate a priori. Già determinate. Noi abbiamo solo la libertà di aderire, sgomberato il pericoloso e inservibile dominio del concetto. Quando qualcuno con soddisfazione parla di una società senza più ideologie in realtà ci dice che la nostra società non ha più il concetto. O meglio non è più fondata sulla pluralità di concetti che si sfidano attraverso criteri di legittimità, coerenza o efficacia. Chi parla di concetti fa ideologia. Chi cerca di contrapporsi per affermare una propria visione del mondo, aderisce ad un concetto e quindi ad una ideologia. Quale sia importa fino ad un certo punto. L'importante è che sia allontanato. Siamo tutti dentro uno stesso modulo, chi ne immagina altri è un ideologo da combattere con la stessa determinazione con la quale una volta si combattevano le idee antagoniste. Siamo perciò in una società ricca di individui che rispondono solo in base a ciò che a loro piace. Peccato che quello che dovrebbe piacere o dispiacere sia stato fornito e preparato con cura per sostenere un modello di produzione immaginato e inesorabilmente costruito. In questo modello chi è tecnologicamente adeguato è dotato dei criteri ammessi per aderire o no (chi utilizza altri criteri non conta o è espulso dal consesso del mondo rilevante).

Siamo in un mondo post-ideologico o post-concettuale, estetizzato, conta solo aderire o no. I criteri di valutazione sono stati forniti, in realtà, con un unico concetto risultato vincente, e trasformato poi in una realtà in cui la dialettica dei concetti non è più ammessa. Resta solo il bisticcio di gusto da esprimere sempre più in modalità tecnologica fra ciò che è proposto. Mi piace e non mi piace: la libertà è servita

5 aprile 2014 6 05 /04 /aprile /2014 04:52

BOLOGNA - Giovedì 3 aprile sul "Corriere dello Sport-Stadio" attraverso un mio articolo è apparsa la notizia che Google era stata multata dal Garante della Privacy per la cifra di un milione di euro in seguito a inadempienze riguardanti la tutela e il rispetto dei dati personali durante la raccolta di immagini per il servizio Street View. Quella mattina i quotidiani on line hanno ripreso la notizia del nostro giornale e successivamente è arrivata la conferma con uno specifico comunicato stampa prodotto dal Garante della Privacy che pure aveva pubblicato l'ordinanza sul suo sito senza però diffonderne il contenuto come fatto poi dopo la nostra anticipazione. Quell'ordinanza era del 18 dicembre. Come mai è rimasta sul sito del Garante senza diffusione adeguata così a lungo? E perché si è deciso di diffonderla solo dopo che un giornale l'aveva intercettata? Pagare e tacere è stata la politica di Google: c'è chi ha sostenuto e protetto questa politica al contrario di quello che si fa in altri paesi come la Francia? Ho provato il giorno dopo l'anticipazione a tornarci e a ragionarci su. Ecco il testo di approfondimento proposto ai lettori del nostro giornale.

Non solo per Balotelli, Wanda Nara o Lapo Elkann. Chi calpesta la privacy paga e in certi casi paga per tutti. Stavolta è toccato a Google, l’azienda che nel mondo possiede la più grande infrastruttura di reti e server e che ha messo a rischio la privacy di ciascuno di noi. Ha versato, qualche settimana fa, un milione di euro nelle casse dello stato italiano per i dati raccolti illecitamente nella prima fase del rilevamento fotografico per il noto servizio Street View.

La vicenda, già curiosa e interessante, come vedremo, si è arricchita di un giallo visto che è stata incredibilmente resa nota in tre fasi. In una prima fase attraverso il provvedimento sanzionatorio rimasto in un angolo del sito del Garante (che non poteva non pubblicarlo), in una seconda fase, ieri mattina (3 marzo), quando il Corriere dello Sport-Stadio, pescando da quel sito, ha diffuso su larga scala la notizia del provvedimento e, infine (e finalmente), nel primo pomeriggio di ieri quando un comunicato stampa del garante rendeva noto quello che era già stato deciso addirittura il 18 dicembre dello scorso anno. E cioè che dal 2010 il colosso americano ha proceduto a raccogliere dati senza nessun idoneo preavviso destinati ad una banca dati dal rilievo strategico e mondiale come quella accessibile con la piattaforma Google Earth. La conseguenza di quello che accadde allora è che, vip o persone normali, in tantissimi, si sono riconosciuti nelle immagini che a lungo sono state disponibili nel servizio messo in piedi dal gigante tecnologico californiano. Di qui l’apertura del procedimento che si è sviluppato in due atti. In un primo momento Google si è “tempestivamente” messa in regola rispetto alle ingiunzioni del Garante, attraverso un’adeguata informazione sul territorio delle attività di mappatura fotografica. In un secondo momento è scattata la sanzione per il pregresso. Il garante ha fatto prevalere un principio secondo il quale l’azienda deve pagare in rapporto alla sua forza economica. Inutile multare di qualche migliaio di euro un colosso da 50 miliardi di fatturato come quello fondato da Larry Page e Sergey Brin: la sanzione giusta è stata perciò valutata in un milione di euro.

Ma ecco la trama del giallo. Google ha pagato senza fiatare. Non si è appellata (il procedimento a quel punto sarebbe stato celebrato dalla magistratura ordinaria offrendo il destro a tattiche dilatorie), ha perciò considerato l’esborso un male minore rispetto alla pubblicizzazione della vicenda, ha poi evitato accuratamente di segnalare quell’ordinanza, datata 18 dicembre, nel suo munitissimo archivio in rete. Tant’è che, se si fossero inserite nel motore di ricerca le parole chiavi “garante” “privacy” “google” fino all’altro ieri non sarebbe comparso nulla in riferimento a questa vicenda. Nella mattinata di ieri poi l’unico link presente rimandava al corrieredellosport.it, con la nostra notizia. Link sospinto dalla indicizzazione del numero di click, che è, di solito, una procedura automatica e perciò non poteva essere corretta perché nessuno a Google immaginava che la notizia sarebbe apparsa proprio ieri. Il Garante, d’altro canto, non poteva non pubblicare sul sito il provvedimento sanzionatorio, ma si è guardato bene per mesi dal diffonderne i rilevanti contenuti. Lo ha fatto soltanto nel pomeriggio dopo che ormai la notizia era dilagata. Perché? Per un approccio diverso rispetto altri paesi europei. Proprio all’inizio di gennaio il garante francese della Privacy aveva sanzionato Google per i meccanismi del motore di ricerca gmail che mettevano a rischio i dati personali degli utenti. La Francia, a differenza dell’Italia, ha fissato il massimo della multa in "soli" 150.000 euro, applicando, però, una sanzione accessoria: la presenza per 48 ore della notizia dell'ordinanza sull’home page di Google Francia. Una garanzia per i cittadini francesi, in nome di un principio di trasparenza che, nel caso di una questione come la privacy, deve essere parte fondamentale di ogni pronunciamento. In Italia non esiste la possibilità di imporre a Google la pubblicazione di alcunché sulla sua home page, ma almeno su quella del garante della Privacy dal 18 dicembre a ieri, poteva certo apparire qualcosa. Perciò, per avere lo stesso trattamento dei cittadini francesi, ai cittadini italiani è stato necessario il Corriere dello Sport e la sua piccola ma significativa anticipazione.

14 marzo 2014 5 14 /03 /marzo /2014 01:59

Questa è una piccola riflessione pubblicata su Stadio di martedì 11 marzo, dopo l'ennesimo risultato del Bologna, arrivato senza un gol segnato. Il gol è tutto? Un tempo no. Nella recente storia del calcio è invece sembrato di sì. Avere un campionato con delle differenze così pronunciate tra le squadre di elite e quelle della coda ricrea una situazione di circa mezzo secolo fa. Ho provato a descriverla così, mettendo insieme, come spesso capita, elementi diversi, ma comunicanti. Il calcio non appartiene solo allo sport..

 

BOLOGNA - Gianni Brera diceva che la partita perfetta dovesse finire zero a zero. Non che la gente si esaltasse per questa massima imbevuta di spirito catenacciaro (sei bravo se blocchi l'avversario, che a sua volta eccelle se ti blocca). Tutti, però, accettavano questa maniera di vivere la competizione perché in fondo forniva una tiepida garanzia in un'era in cui una (la vittoria) valeva due e non tre (punti).

 

Era l'epoca in cui si stava formando la classe media italiana e il pareggio era un po' come il posto fisso. Un rifugio, ma anche una grande ambizione a portata di mano. Sogni e concretezza: la Cinquecento e gli zero a zero. Era l'epopea del quotidiano e il quotidiano poteva diventare epopea. Si ascoltavano le partite per radio, andare allo stadio era un evento da raccontare il giorno dopo a scuola. Anche uno zero a zero aveva un destino glorioso, perchè si irrobustiva del contributo di chi vi aveva assistito e che poteva riferire un po' quello che voleva. Lo zero a zero era, poi, l'ultima tutela dei club che si arrangiavano come potevano. Senza mai segnare, in teoria, ci si poteva anche salvare. Perché, alla fine, un punto a partita sarebbe comunque bastato.
  

Il calcio di oggi sta a quello di allora come la Littorina al Cern di Ginevra. E' tutto più veloce e più intenso, c'è meno stile e più retorica, meno tempo e più immagini, più differenze e meno sogni. E' il calcio in cui fa specie immaginare che Bologna-Sassuolo e Napoli-Roma, viste nello stesso giorno in tivvù, siano partite dello stesso torneo. Nell'epoca che ha reso tutti precari e emarginati, cosa c'è di più precario di un calcio che non sa dirti se fai bene a difenderti o se devi piuttosto attaccare? E cosa c'è di più emarginante che giocare un campionato a 50 punti da chi guida la classifica? Se poi la Juve sogna di arrivare a 100, oggi, secondo, le proiezioni dell'attuale classifica ci si salverebbe a quota 32. Massimo 33. E allora persino una derelitta squadra come il Bologna che non segna da quasi cinque giornate può immaginare di continuare a non far gol e salvarsi. E' il paradosso di un calcio tanto nuovo da sembrare vecchissimo.
                    

2 febbraio 2014 7 02 /02 /febbraio /2014 23:55

BOLOGNA - La bagarre ricca di insulti iscenata dalla curva del Bologna contro Gianni Morandi nel giorno in cui i potenziali stupratori a cinque stelle insultavano la presidente Boldrini mi ha mosso alla seguenteriflessione, sempre pubblicata sul Corriere dello sport-Stadio. Stanno preparando la B per Bologna.

 

 

Sta retrocedendo la città, la sua classe dirigente (quella della società civile e quella politica) e si stanno disintegrando i valori sui quali questa città era diventata un esempio. Aver lasciato montare per due settimane una sistematica campagna contro Gianni Morandi, per via dell'opposizione fiera a quei cori contro i tifosi del Napoli, senza che nessuno a livello istituzionale sentisse il bisogno di contrastarne gli effetti, è il vero scandalo. Ma questi maîtres à penser della nouvelle vague democratica non li leggono i forum, non vanno su twitter, non ascoltano le radio? O i nuovi media servono solo durante le primarie? La curva con gli striscioni infami e oltraggiosi verso Gianni Morandi agisce come un potere autonomo e indisturbato. Senza che nessuno si sia mai sforzato di capirne le ragioni e contrastarne gli effetti. E così a Bologna si è passati dagli agguati sotto casa di Guaraldi agli striscioni in favore degi utras della Nocerina, all'olio di ricino pubblico, esposto in curva a chi dissente verso atteggiamenti razzisti. Rimanendo al calcio è chiaro come questi atteggiamenti spingano il Palazzo a eliminare gli impresentabili dall'elite sportiva. In questo contesto si spiega anche l'arbitraggio di ieri. Sono meccanismi noti. Ma l'angoscia viene pensando ai due registri di questa città. C'è una classe dirigente che ignora il vulcano sul quale è seduta. E se si parla di Bologna per il capolavoro di Vermeer portato all'attenzione di una nazione, guardando a certi fatti viene da dire che, oltre alla grande arte, bisognerebbe muovere la minuta attività delle coscienze, altrimenti avremmo solo dato una ragazza con l'orecchino di perla ai porci.

22 gennaio 2014 3 22 /01 /gennaio /2014 00:04

I fischi a Lucio Dalla che cantava Caruso poco prima della partita fra Bologna e Napoli hanno suscitato la reazione decisa di Gianni Morandi. E l'indignazione dell'intera città di Bologna. Ho commentato così sulle pagine del Corriere dello Sport-Stadio questa vicenda

 

BOLOGNA - Indignarsi è l'indispensabile esercizio etico del dopo. Ma c'è un prima. Chi ricorda la prima volta in cui venne sdoganato in televisione il termine "terrone" Chi ricorda la prima volta in cui un leader politico utilizzò contro un suo avversario, invece degli argomenti di merito, la provenienza geografica, il colore della pelle o i gusti sessuali? E la prima volta che venne invocata la morte di un atleta sul campo? Il neo segretario di un partito politico del Nord venne filmato mentre danzava con i suoi seguaci al ritmo di un motteggio inverecondo che si riferisce ai napoletani come colerosi e terremotati. Indignarsi dopo è indispensabile. Ma bisognava intervenire prima. Molto prima.

 

La civiltà è una conquista provvisoria. Si può sempre regredire. Giambattista Vico, napoletano, lo sostenne nel secolo dei Lumi, quando si pensava che da quel momento in poi la luce sul nostro agire non sarebbe più mancata. Venne il buio. Nemmeno tanto dopo. Ma cosa ci sarà di grave, sussurrano scossi da tanta indignazione, gli affezionati al tranquillo e putrido, non facciamone una questione di vita o di morte? In fondo, di cosa parliamo? Di fischi ad un geniale brano musicale, diffuso nel posto sbagliato? Il «Caruso» di Dalla doveva affratellare due tifoserie? Ma quegli altri non ci urlano e ci dicono di tutto? E non ci lanciano gavettoni, riempiti con le loro urine? Non sarà la fine del mondo: nel calcio ormai è normale.

 

C'è un magnifico libro «Come si diventa nazisti» dello storico tedesco William Sheridan Allen. Venne ripubblicato in Italia nel ?94 con prefazione di Luciano Gallino. E' la storia di un piccolo paese che l'autore chiama Thalburg, ed è in realtà Nordheim (nell'Hannover), dalla fine degli anni venti all'inizio degli anni trenta. E' la storia di un luogo normale, simile a certi paesotti italiani del Nord, dove coesisteva una tradizione democratica e una bella etica del lavoro, una condizione sociale non conflittuale, una forte presenza artigiana. Il linguaggio fece capire quello che stava succedendo, alimentato da mille fantasmi, crisi economica, sfiducia, sospetto. Nessuno ebbe la forza di contrapporre a questa degenerazione altri valori. Si accettarono, a poco a poco, zone franche. Esprimersi, ragionare e agire in una certa maniera fu prima tollerato, ma subito dopo divenne normale.

 

Anche le curve degli stadi sono diventate zone franche. Per il calcio valgono regole non scritte che altrove sarebbero inammissibili. Provate a insultare, bloccare una strada, andare sotto casa di un imprenditore e lanciare petardi e bombe carta. Non per il calcio, ma per reclamare lavoro o per impedire un traforo che sventri una valle. In curva valgono altre regole e altri valori. Pensate che questi ultras non sappiano che innalzare striscioni ingiuriosi rechi danno a tutti, compresa la squadra per la quale ci si farebbe scannare? Sì, tutti lo sanno. Ma nelle altre curve (Milano, Verona, Torino) hanno fatto lo stesso contro i napoletani. La curva di Bologna, perciò, doveva competere essere degna delle altre. Già, dignità. Stesso suono per rappresentare un altro universo. Nessuno, finora, si è sforzato di capire il nuovo mondo che si stava formando. Ecco perché bisognava intervenire prima. Prima che questi nuovi valori sostituissero quelli che hanno fatto grande Bologna. Per capirli, interpretarli, contrastarli. Ora non rimane che indignarsi. Morandi lo ha fatto difendendo, quasi da solo, un amico e un principio. Basterà?

 

3 gennaio 2014 5 03 /01 /gennaio /2014 10:30

BOLOGNA - Questo mio testo è apparso sul Corriere dello Sport-Stadio del 31 dicembre, volevo condividerlo con voi nel giorno del 45° compleanno del pilota. E' ovvio che il concetto di destino ha bisogno di approfondimenti. Ma, rispetto a quello che si è detto riguardo la vicenda Schumacher, è chiaro che l'incidente è accaduto per fatalità e non per sprezzo del pericolo. Quindi calza il tema del destino, non altre analisi che pure sono apparse riguardo l'etica del rischio eccetera e che nel caso dell'incidente alpino dell'ex campione del mondo, proprio non hanno nulla a che vedere. E poi ci sarebbe da dire ancora molto sulla idea della nostra società basata sul semplice esistere. Prendiamolo come un punto d'appoggio per ripercorrere in due battute il terribile peso del destino nella nostra civiltà.

 

Qauando il destino colpisce, l’ovvietà ci protegge dallo smarrimento. E così ci ritroviamo con un’alzata di spalle: era destino. Michael Schumacher, dominatore del rischio e della velocità, lotta contro la morte dopo una caduta con gli sci. Ci sconvolge l’alito di questa sorte. E se non banalizziamo, tremiamo. Perchè manca un appoggio a noi figli di un’era fondata sul semplice principio di esistenza. Qui non serve altro che nascere. Poi pieghiamo tutto alla tecnica, sciogliamo i legami con la natura e con la specie, con il nostro genere e con la nostra storia sociale. Seduciamo il destino e lo abbandoniamo. Scegliamo dove andare e attraversiamo la fune tesa da un estremo all’altro. Sicuri che nessuno la farà oscillare. Ecco, il punto è questo.
 

 

Chissà quanto volte Schumacher ha sentito il brivido del rischio, quell’adrenalina che consente di allargare il tempo e renderlo diverso. Una curva percorsa a 250 all’ora e una sbandata chissà quante volte hanno fatto entrare Michael in quella dimensione di cui parla anche Valentino Rossi: «Ci sono momenti in cui compio gesti, forse sapienti, di certo necessari, ma che visti da fuori hanno una incredibile velocità. Eppure li eseguo tranquillamente».Schumi era abituato a questo. C’entrano tecnica e specializzazione? Certo, ma questa esperienza ha radici antiche: i greci la chiamavano kairos, la dimensione qualitativa del tempo, distinta dal kronos, fatto dalla quantitativa somma degli istanti. Chi viveva il kairos si appropriava dell’ordine in cui si era calato e da uomo mortale compiva qualcosa di divino. Dietro ogni evento, però, si tessevano le trame del Destino alle quali nemmeno un dio poteva sfuggire. Il Destino poteva farci cadere dalla corda che stavamo attraversando con perizia e sicurezza, gettandoci nel kaos e nel kronos che tutto divora. Con il passare dei secoli abbbiamo trasformato questo destino in Provvidenza. E abbiamo pregato che ci raggiungesse nella sua forma benevola, offrendo la nostra Fede. Poi non ci siamo più accontentati e in quel destino abbiamo cercato la Ragione. Abbiamo preteso di parlare il linguaggio di Dio con i numeri che riconoscevamo in ogni composizione umana e naturale. Grazie a questa nuova sapienza siamo diventati creatori, siamo diventati noi stessi i fabbricatori del destino. Siamo così entrati nell’era dell’ultimo uomo, quello che tutto possiede e che tutto sa, un’era «destinata» però al tramonto.
 

C’è un «Inno» bello e tremendo di un poeta tedesco, intitolato al «Reno», il grande fiume nel cui bacino c’è il circondario del Rhein-Erft-Kreis, proprio dove è nato Schumacher. Nel fiume si compie l’esistenza - si dice - e chiunque sia stato eroe si ricongiungerà al divino dal quale si è separato. Lo farà attraverso le risorse che lo hanno reso invincibile. Il dominio del rischio e della velocità di Michael equivalgono alla forza titanica del Reno che si scaglia contro i suoi argini. O all’antica storia della città di Xanto i cui abitanti - ricorda il poeta - si precipitano verso una terribile riconciliazione. Accade perciò che prima o poi – dice Hölderlin – o all’improvviso, un fiume, un popolo o un eroe, incontrino inesorabilmente il proprio Destino. Un appuntamento che spetta, però, ai grandi. A noi rimane solo la sconvolgente visione dell'Enigma.
 

13 dicembre 2013 5 13 /12 /dicembre /2013 01:03

Volevo condividere questo mio intervento apparso mercoledì 11 su Il Corriere dello Sport-Stadio

 

 

Nell’era della sua riproducibilità 
succede di vedere un’«opera d’arte» incontrare un manufatto a propria 
immagine. E’ capitato a Madrid al Wax Museum: Cristiano Ronaldo si è 
imbattuto nella sua replica in cera corredata di maglia della 
nazionale portoghese. I musei di questi generi rappresentativi vivono 
della contemporaneità, un po’ come i carri carnevaleschi riproducono 
gli eventi e i protagonisti dell’oggi sia pure in forma grottesca.

 


    Ma dall’incontro, ormai virale sulla rete, tra il campione e quella 
Immagine interessa un’altra cosa: l’affermarsi, proprio attraverso il 
calcio, dell’idea di «opera», simile a quella di organismo. E’ la 
risposta all’imbarazzo di fondo che ci impedisce davvero di capire a 
cosa ci riferiamo quando si parla di un’opera e della sua replica, 
situazione che nel calcio è portata all’estremo. Se un Ronaldo in 
borghese come un qualsiasi visitatore ha di fronte il Ronaldo 
rappresentato come calciatore, è lecito chiedersi, dove è l’immagine 
originariamente mitica? In ciò che si muove o in ciò che è 
rappresentato come autentico calciatore?

 


    Lo spaesamento comincia a serpeggiare pensando al cinema come luogo 
di creazioni collettive (si perde il creatore unico, così frammentato 
fra regista, montatore, sceneggiatore etc,) Qui comincia a prendere 
corpo la metafora dell’organismo. Di quale opera parliamo quando 
abbiamo a che fare con un film? Della sceneggiatura, di una delle 
versioni più riuscite, delle sequenze al netto o al lordo di un certo 
taglio, con un montaggio o con un altro? Ma potremmo anche dirlo di un 
romanzo: è sempre lo stesso con un capitolo tolto, oppure aggiunto? E 
se sono disponibili tutte le versioni (del film o del romanzo), queli 
si posso eliminare e quale conservare per sottolineare l’autorità 
«genetica» del modello?

 


    Al concetto di master e di autore unico si sta quindi sostituendo 
l’idea di opera evolutiva. E, come ogni organismo, l’opera ha una sua 
vita e un suo sviluppo. Ma passando dalla letteratura al cinema, 
arriviamo al calcio: cosa accade quando Ronaldo guarda la sua 
rappresentazione in cera? (o meglio cosa succede di fronte alle 
immagini che riproducono questo evento?) Abbiamo il capovolgimento: 
l’opera è ciò che vive, la sua replica riproduce ma non produce.

 


    Questo perché lo sport, più di altri momenti di vita quotidiana, 
induce un effetto estetico che poi, attraverso l’allineamento del 
gusto, fa sì che tale partita, tale giocata o quel calciatore possano 
evolvere in qualcosa d’altro. Diventano una forma di vita condensata: 
simboli. Spieghiamo: noi ci esprimiamo e proviamo sensazioni (cioè 
usiamo linguaggio e percezione), ma, in certi casi, da questa attività 
immediata vengono fuori attività estetiche, simboli, icone, fatti 
d’arte.
 

 

    Finora l’icona è stata prevalentemente un’immagine originaria che ci 
comunica qualcosa attraverso un uso diffuso delle sue repliche nella 
vita di tutti i giorni, in tante copie, con molti errori (voluti e 
non), attraverso sberleffi o liturgie. E così abbiamo i tanti usi 
delle icone contemporanee, dalla Gioconda, al discobolo di Mirone, 
all’urlo di Munch: sono tutte immagini diventate magliette, quadri, 
imitazioni di quadri, tazze da caffè, manifesti, murales.

 


    Ma lo sport come spettacolo globale ha fatto di più: ha creato il 
mito dell’atleta riprodotto in miliardi di immagini a rapida 
diffusione planetaria. Queste immagini, a differenza delle varie copie 
della Gioconda, sono immediatamente originali e repliche. Qui la 
televisione fa la differenza: propone in diretta il campione Ronaldo a 
vantaggio di chi non lo vede «autenticamente» dal vivo. Ma, viene da 
chiedersi: dal vivo, poi, come? Dalla tribuna, dal campo, dalle 
lontanissime curve? E poi quel vedere dal vivo è davvero più "vero" 
della percezione scaturita dalla realtà aumentata delle telecamere che 
colgono ogni smorfia in decine di diverse posizioni e repliche? Ed 
ecco scoprirsi l’autentica opera d’arte sportiva. Ronaldo, come ogni 
altra grande icona del calcio, è tutto questo "vedere" in-sieme, a 
prescindere da come la si rappresenti. In cera o in pixel o in carne e 
ossa. E’ l’opera d’arte viva, sparsa dentro il nostro mondo.

16 novembre 2013 6 16 /11 /novembre /2013 13:35

BOLOGNA - Abbiamo capito che Niki Vendola non è Josè Mujica, il presidente dell'Uruguay che rifonde allo Stato il 90% del proprio appannaggio e che vive in una casa di 50 metri quadrati. Niki Vendola non nuota nell'oro, nè ha collezionato comportamenti illeciti. Ma il suo modo privato di fare politica contrasta clamorosamente con la sua missione pubblica, esattamente il contrario di come è e appare il primo cittadino dell'Uruguay.

 

La telefonata fra il presidente della Regione Puglia e l'ex responsabile dei rapporti istituzionali dell'Ilva, Girolamo Archinà, esprime in modo drammatico una classica antinomia di ogni forza rivoluzionaria o radicalmente riformatrice. La confidenza e la collusione emotiva, ancora prima di alcune espressioni e contenuti infelici debordanti in quella chiacchierata, sono sconfortanti per chi crede che le trasformazioni politiche ed economiche passino per forza da una differenza di comportamenti. Non è sufficiente proporre contenuti diversi nell'esercizio della propria attività politica. E' anche l'aspetto presentazionale a fare la differenza. E visto che il modo di dire una cosa, in una politica diventata, con gergo consueto, spettacolo, è parte importante di essa, allora ne deriva che sbagliare tono, sbagliare forma, sbagliare lessico è come sbagliare contenuto.

 

Piaccia o non piaccia quella che descriviamo come degenerazione della politica è in realtà la commistione dei contenuti alle forme che pervadono la nostra forma di vita sociale rendendo politico ogni motteggio. Chi ne ha tratto vantaggio, per ora, è chi detiene il potere. Gestendo comunicazione e informazione è facile banalizzare, abbassando qualsiasi contenuto (soprattutto quegli scomodi) a qualsiasi smorfia (e così finiscono per essere tutti uguali).

 

Fa parte in ogni caso di quella estetizzazione del mondo che è un modo d'essere del post-moderno. Ci siamo dentro, lo abbiamo accettato con acquiescienza attraverso l'arrendevolezza verso forme culturali di comunicazione importate e per certi versi persino esaltate rispetto agli stili del passato.

 

E perciò quando Vendola con termine mutuato dalla filosofie della destrutturazione parla di necessità per la sinistra di creare una nuova narrazione, indica la strada. Solo che invece di costruire attraverso contenuti e comportamenti un nuovo mito dal carattere performativo, il "presidente" fa di necessità virtù. Dove la necessità di governare è la virtù stessa. Lo stile, invece, è la strada che indistintamente replica i propri comportamenti pubblici o relazionali da decenni. Ma la vera rivoluzione attecchisce ed è autorevole se è anche rivoluzione di stile. E' proprio paradossalmente ciò che Vendola ha spesso invocato. Ma, in questa ricerca, evidentemente il leader di Sel si è perso.

 

E' pure evidente che l'operazione su Vendola sia stata messa in piedi da un'area contigua al populismo di Grillo e del suo padrone, Casaleggio. E va messa in conto all'attività eversiva di quell'area politica e intellettuale. Ed è quindi mirata non alla chiarificazione di ciò che è alternativo all'attuale potere, ma allo spostamento dei consensi verso un asse verticistico e, ripeto, eversivo che vuole far cadere il paese in mano a forze oscure e comunque ad un oscurantismo politico. Tant'è vero che ogni commento proveniente da quell'area parla di immediata fine politica di Sel e del suo leader. Rendendo quindi evidente un fatto: il colpo vibrato a Vendola aveva la precisa ambizione di poter essere mortale.

 

Considerazioni tattiche a parte, resta però indubbio che la questione potere, contenuti del potere e forme di rappresentazione di potere, oggi costituisca un intreccio dal facile corto circuito e che non prevede la possibilità di avere fili scoperti. Raccontare le proprie ragioni, riuscire ad edificarle politicamente e trovare il modo coerente di farlo non può che essere un tutt'uno. Si è credibili se ogni aspetto della presentazione della propria politica è percepito senza difformità dai contenuti. Non ci si può comportare pubblicamente da rivoluzionari e da oligarchi in privato. L'unica grande coerenza dell'accozzaglia grillina, in realtà, è solo questa. Aver reso trasparente il meccanismo mafioso (nel senso della cultura politica che evoca questo termine, legato all'appartenenza e alla fedeltà e non alla competenza e alla critica di giudizio) di gestione della propria organizzazione, ai contenuti populisti e radicali in cui le aree di riferimento di quel messaggio politico si identificano. Anche la pochezza politica dei cinque stelle e la arrendevolezza ai sistemi padronali suggeriti da Casaleggio e Grillo sono un tutt'uno. Ma questo non viola alcun patto. Nessuno si sorprenderà di una telefonata galeotta di Grillo che tranquillamente senza infingimenti manda a parlare gente con i fascisti de Le Pen in Francia o il cui ideologo, Paolo Becchi, strizza l'occhio a Berlusconi pur di contrastare partiti o organizzazioni politiche non padronali, anche se profondamente ammalate, come quelle legate ai sindacati e ai partiti della sinistra. I grillini vagheggiano il meglio e praticano il peggio, ma tutto alla luce del sole. La loro formula di consenso non viene contraddetta mettendo a confronto il comportamento con i contenuti, perchè è tutto già noto. E accettato. Il colpo di grazia semmai arriverà, come sta accadendo per la spassosa amministrazione Grillo-Pdl di Parma (i quadri tecnici di riferimento della struttura di amministrazione sono legati alla destra, la faccia ce la mettono i gonzi di turno), dalla clamorosa inefficacia dei risultati. Promettere di impedire la costruzione del termovalorizzatore e non riuscirci è indubbiamente un fiasco di cui la gente si rende conto. Il ciarpame grillino, perciò, verrà spazzato via soltanto quando si metteranno a confronto promesse e risultati. Ma per aspettare che ciò accada sarà necessario che questa gente metta le mani sul potere. E allora sarà il disastro. E con loro andremo tutti alla deriva.

 

Viceversa per la sinistra, ammesso che abbia senso in Italia parlare, in questo momento storico, di questa categoria politica, la verità è un'altra. Quella che hanno profetizzato e poi dimostrato gli zapatisti in Chiapas. Non sono le sconfitte politiche su questo o quell'altro aspetto a privare di autorevolezza un governo gauche. Il vero nodo, ma questo lo propose con drammaticità già il furibondo dibattito che esplose già ai tempi delle grandi insurrezioni europee dell'Ottocento, fra Bakunin e Marx, e pure la critica radicale alle pretese organizzative di una struttura che lotta per la rivoluzione (con le derive di Stirner), è la questione del potere. Gli zapatisti, al culmine di oltre due secoli di dibattiti, hanno sviluppato un'idiosincrasia verso quelle pratiche politiche che privilegiano il fare al come farlo. Ed ecco che il loro monito e tante complicate, e a prima vista inefficienti misure di governo, restano una traccia, anche se aurorale, alla soluzione drammatica del vero grande rischio di ogni rivoluzione che parte con la missione di cambiare il potere e spesso finisce per l'esserne cambiata.

Profilo

  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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