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13 ottobre 2011 4 13 /10 /ottobre /2011 23:14

BOLOGNA - Su l'Unità del 13 ottobre,  un commento di Rinaldo Gianola mi ha sorpreso per la povertà di argomentazioni a fronte della serietà della questione. Gianola non è il primo collaboratore che passa. E' un vicedirettore che ha incrociato la sua professione con il racconto delle questioni industriali italiane.

Gianola critica Vendola il quale sul suo profilo Facebook ha criticato il suo partito romano che aveva  prodotto un manifesto in morte di Steve Jobs. Gianola usa del sarcasmo sul fatto che la sinistra si fa male su questioni irrilevanti, dividendosi anche su un inventore cool.

Ma la questione, ahimè, non è così banale. Non fosse altro che Sel, a Roma, credo, non produca più di dieci manifesti a tema all'anno. E quindi la scelta è così politica che ignorarne la portata - come fa Gianola - è semplicemente cattivo giornalismo. Vendola, pur essendo lontano mille miglia dalla mia idea di politica, stavolta ha ragione. Steve Jobs non può essere un mito della sinistra, la sua morte è stata accompagnata da una scarsa riflessione sul suo modo di imprigionare l'era digitale. 

Questo non lo dice solo qualche frickettone nostrano, ma lo sta ripetendo da decenni un'area formata da militanti, ricercatori, uomini delle professioni, pezzi della società civile americana che è stata semmai area di riferimento del partito democratico Usa. Quell'area che tanto piace a certi dirigenti del Pd e che, forse, trova proprio in Gianola un estimatore,  visto che ha redatto un libro-intervista con Colaninno.

Lo sviluppo dell'era digitale presenta gravi rischi per la democrazia (così come viene intesa dalle carte dei diritti, fondatrici, delle società occidentali, mica stiamo parlando di comunisti). Le piattaforme informatiche, lo sviluppo dei software proprietari e lo strapotere delle aziende che lo commercializzano, l'universo 2.0, sarebbero addirittura in contrasto con il primo emendamento Usa che garantisce libertà (in senso capitalista, s'intende). Una determinata idea del mondo digitale contrasterebbe proprio (attraversola mancanza di circolazione di prodotti intellettuali, determinate da certe rigidità imposte dai software proprietari) con lo sviluppo delle attività libere.

Da qui è nata la battaglia sul software libero, sull'open source, open access da qui si è riformulata la nozione di copiright, il famoso copyleft. Tant'è vero che uno dei padri fondatori del protocollo Gnu che proprio di questo parla, e fondatore della Free software foundation, è Richard Stallman, il più irriverente commentatore della morte di Steve Jobs. Altro che manifesto listato a lutto.

Ma riassumiamo i punti delle piattaforme (si trovano ovunque in rete) che ritagliano la nozione di software libero (E poi proseguiamo analizzando il nostro caso).

Libertà 0: Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo.
Libertà 1: Libertà di studiare il programma e modificarlo.
Libertà 2: Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo.
Libertà 3: Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.
(L'accesso al codice sorgente è un prerequisito di 1 e 3). Questo non è ovviamente in contrasto con la vendita e la possibilità di creare impresa nell'ambito del software libero. Anzi i benefici che questa concezione realizza sono a vantaggio soprattutto delle piccole e medie imprese. Sono cose che si trovano facilmente in rete e nella policy di Gnu.

 La politica di Apple ha costituito, proprio attraverso i beni prodotti dalle intuizioni di Steve Jobs, un salto di qualità: la libertà d'espressione, fatta di contenuti (foto, post, filmati), diventa immediatamente merce a costo forza-lavoro zero e rivenduta, senza alternativa, proprio ai creatori stessi della merce-contenuto, che si trasformano immediatamente in fruitori globali inseriti nelle loro belle piattaforme, nelle cosiddette comunità virtuali. Chi decide come e cosa far vedere sono proprio le grandi piattaforme che, nella logica del web 2.0, gestiscono relazioni e contenuti esercitando una mediazione che Internet non ha prima d'ora ammesso. Non a caso le grandi multinazionali dell'informatica stringono patti e alleanze in modo tale che Facebook, ad esempio, possa essere utilizzabile sui tablet Ipad. Oppure che Google effettui le proprie ricerche anche sui social network, oltre ad acquistare i titoli di tutte le produzioni editoriali il cui diritto intellettuale si è ormai perso nelle riproducibilità e spacchettature imposte da programmi di ricerca e di archviazione di cui tutti contribuiscono a creare una fisionomia e in cui tutti sono schedati in base ai propri gusti e scelte che diventano occasione per marketing diretto a vantaggio di aziende che utilizzano proprio queste scelte che noi facciamo e che diventano merce vendibile.

In questo ambito Jobs ci ha lasciato Icloud dove ormai è in rete (ma dove, chi lo sa, con che regole) l'intero sapere disponibile (dalla musica, ai propri pensieri privati, ai testi letterari, etc.), accessibile secondo regole, ma con un misterioso disegno di possesso e controllo. L'era dei tablet, del multitasking ha creato dei bisogni che, stavolta sì marxianamente, servono a soddisfare non quelli primari e naturali delle società e dell'uomo ma, al contrario, servono a soddisfare i bisogni del capitale: realizzare profitto, realizzare le condizioni per fare profitto e non sviluppare i bisogni che non servono queste due logiche.

Ecco, caro Gianola, questa è la posta in gioco. Non una pruderie sulla quale esercitare il proprio sarcasmo. E, quindi, se un leader di partito pone l'attenzione su questo problema è facile l'ironia, ma poi il problema resta. Tra l'altro (e questo sia detto anche nei confronti dei dirigenti romani di Sel) piegarsi all'idolatria un po' provinciale che spesso si accende in Italia, con tanto di lacrima, quando si è di fronte a eventi immaginifici dà davvero il senso della lontananza del nostro paese dalla capacità di discutere e fissare le emozioni da una parte e le analisi dall'altra, negli ambiti che sono loro propri. E questo è anche il limite del nostro giornalismo.


E poi le argomentazioni usate da Gianola fanno cadere le braccia: appartengono alla fattispecie ascoltabile in ascensore, in certi bar (mal frequentati però) e in coda alle poste. L'argomento principe contro Vendola (che, ripeto, non è il mio leader) è che non si può criticare una modalità produttiva se la si utilizza (sic).

Ecco i due principali capi d'accusa di Gianola.

1) Vendola critica Jobs e la politica Apple dal suo profilo Facebook. E perchè, non è criticabile Zuckerberg, che è capitalista e ha pure fregato il socio?
2) Vendola dimentica che Internet è lo sviluppo di un programma militare americano

1) Sarebbe come se uno pretendesse di smantellare Nietzsche e la sua critica al pensiero occidentale puntando tutto sul fatto che andava a Rapallo o Portofino e in Engadina, mete turistiche a la page. Oppure si ritenesse demolire  un leader politico che critica un piano industriale fondato sul trasporto su gomma con il fatto che si reca ad una determinata riunione in automobile o in pullman, oppure biasimare degli attivisti ecologisti che puntano l'indice sull'inaccettabilità del livello di smog e polveri sottili in una determinata città con l'argomento che respirano.

2) Invito tutti a leggere un testo "L'umanista digitale" (2010, Il mulino), percorre la storia dell'era digitale e le problematiche relative a Internet. Chi dice che Internet nasce da un progetto militare, ignora cosa è avvenuto prima e come, da quell'idea o meglio da quella funzione, ci sia poi stato - proprio per pianificare la sopravvivere alle conseguenze di un conflitto bellico - uno sviluppo in senso assolutamente democratico,  permettendo a ciascun nodo di essere aggiunto alla rete, secondo modalità indipendenti  dal tipo di software o di hardware del proprio nodo. Permettere a tutti di poter comunicare rende tutto più democratico. O no? Confondere poi Internet con il www è un'altra cialtroneria. Quest'ultimo nasce dall'idea di mettere in comune varie istanze di sapere ed è stato prodotto dal Cern di Ginevra che aveva necessità di far confrontare ricercatori e laboratori sparsi per il mondo. La rete quindi è nata con una precisa scelta: quella di essere incontrollabile da una istituzione centrale e collegabile a chiunque volesse stabilire una relazione. E questo ne ha permesso lo sviluppo globale.

Uno dei padri della cibernetica, così come la intendiamo noi, Norbert Wiener, ha subito intuito che questa disciplina fosse ideale per la comunicazione. Era un autentico democratico che organizzò circoli e seminari sul fatto che comunicazione e controllo fossero interconnessi, lavorò a fianco dei sindacati per manifestareil timore di quanto poteva accadere e quello che andava fatto per evitare una svolta anti-democratica dell'utilizzo delle tecnologie cibernetiche. Era in linea con la denuncia che fece Foucault riguardo la complicità di certi scenziati circa l'utilizzo dell'emergia atomica. Wiener era stato a tal punto capace di preparare il cammino di questa svolta che, fra i suoi allievi, crebbe quel Licklider, diventato poi capo del progetto Arpa da cui nacque l'idea di Internet. Wiener può essere sì un profeta visionario con un'idea di sinistra della nostra società. Ed era anche un genio: e aveva intravisto tutto. Meno che su questa questione un giorno potesse scrivere anche Rinaldo Gianola.

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11 ottobre 2011 2 11 /10 /ottobre /2011 22:00

S ul "Il manifesto" di domenica 9 ottobre ho trovato un interessante parallelismo istituito fra Steve Jobs e Thomas Alva Edison, in un articolo firmato da Marco d'Eramo, scrittore, giornalista, specializzato in temi di cultura economica, soprattutto americana e,come noto, dotato, di un solidissimo background scientifico.
 
Si parte dagli elogi funebri e, si cita inizialmente quello dedicato all'inventore della prima metà  del secolo scorso che, per toni e argomenti, potrebbe essere ambiguamente destinato anche al visionario super top manager, scomparso da poco. La tesi è che, sia pur operando entrambi in un sistema produttivo capitalista, anzi essendone in qualche modo i "campioni", uno in effetti ha reso possibile un salto di qualità autentico con veri benefici (inventando il modello commercialmente riproducibile della lampadina),  l'altro ha in realtà realizzato una "prigione cool" senza indurre nemmeno vantaggi per la occupazione,  visto che, con le delocalizzazioni Apple, i prodotti sono prevalentemente realizatti in aree dove sono minori i controlli e le garanzie per i diritti della dinamiche produttive sociali.

La sintesi conclusiva è che l'idolatria che ha scatenato la morte di Steve Jobs è stucchevole e immeritata perchè parliamo di un costruttore di una forma ancora più sofisticata del dominio del capitale, senza che nemmeno abbia determinato gli innegabili vantaggi per le classi lavoratrici prodottosi, al contrario, con la diffusione di massa della luce elettrica, attraverso l'uso delle lampadine.

A mio avviso, con grande modestia, rilevo che le forme di discontinuità sono largamente inferiori ai caratteri propri di continuità riscontrabili in entrambe le esperienze industriali. Una continuità che non consente di assegnare a Edison la palma del capitalista buono nè a Jobs quella del cattivo. Per capire questa identità nel percorso storico (si fanno anche gli esempi relativi alle crisi epocali che stanno scuotendo il sistema capitalistico verificatesi nell'epopea dei due grandi manager il '29 e il 2008) bisogna mettere meglio a fuoco l'idea delle vere forze in gioco nella dialettica della produzione che innesca anche un'altra questione: quella del rapporto fra divisione del lavoro e generazione dei bisogni.

Provo a soffermarmi di più sulla prima parte e a lasciare in sospeso (ma tenendola comunque presente) l'approfondimento della seconda.

Edison e Jobs sono entrambi in linea con l'idea di progresso che l'approccio marxiano ha tante volte cercato di far affiorare attraverso una narrazione storico-scientifica dalla quale si sono intese ricavare delle leggi ferree. Si tratta, al contrario, più che altro di tendenze presenti nelle opere di Marx. Non esistono, e ormai risulta sempre più chiaro, nel pensiero marxiano, metodologie univoche. Ma esistono spesso delle chiavi, delle tendenze appunto, che vengono rese manifeste nella storia dell'economia e che tendono ad acquistare un valore dialettico.

Quando Marx analizza i modi di produzione, lo fa ripercorrendo, anche in senso finalistico, l'evoluzione delle società
da un grado primitivo ad uno più complesso: modo di produzione antico-schivistico, asiatico, medievale etc. La contraddizione fra rapporti di produzione e forze produttive viene individuata con nettezza, invece, come processo dialettico all'interno dello stadio produttivo attuale, quello della società capitalista. Ma le forze produttive non sono realtà autonome e "buone" che si sviluppano, insieme all'applicazione delle scoperte scientifiche e all'uso delle tecnologie, e si oppongono ad un sistema di diritti o di schemi economici che il capitalismo tende a ingessare. Su questo equivoco, forse, si è costruita l'idea di un certo marxismo. E' capitato di vedere dividere l'attività produttrice dalla realtà che la aveva generata, prendendo per buoni solo l'evoluzione tecnologica, il progresso scientifico. Il progresso avrebbe così determinato effetti taumaturgici se applicato, ad esempio, in campo socialista. Insomma dalla presunta non contaminazione fra elementi di innovazione scientifica e schemi produttivi potrebbe essere nato quel determinismo riscontrabile in una parte dei dogmatismi figli della seconda internazionale, imbevuti di ispirazione positivistica e che sono stati un tratto forte anche nella costruzione del socialismo in un solo paese. Il progresso è una cosa ed è positiva: è un cammino ineluttabile. Il capitalismo è una forma di produzione che naturalmente viene messa in crisi dallo sviluppo delle forme produttive che il progresso genera, insieme al maturare della coscienza di classe, creando quella contraddizione che innesca la dissoluzione del capitalismo stesso. Visione che emerge, guarda caso, ad esempio, nella scelta della intensificazione dell'uso della tecnologia di cui faceva parte il programma di elettrificazione propagandato dopo le pianificazioni legate alle intuizioni di Lenin e che si è ancorato nei decenni successivi nell'impiego delle tecnologie evidenziabili, altro esempio, con la corsa alla conquista dello spazio dopo la metà del secolo scorso in Unione Sovietica.

In Marx invece, sono messe a fuoco, più che altro, due tendenze: socializzazione delle forme di produzione, parcellizzazione delle unità produttive.

E cioè. Da una parte i mezzi di produzione diventano sempre più socializzati; la tecnologia pervade ogni realtà, le piattaforme produttive diventano culturali e universali e pervadono i bisogni primari, secondari, materiali, spirituali e culturali  (dalla autovettura utilitaria all' Ipad), il sistema si razionalizza. Dall'altra c'è la parcellizzazione della forza-lavoro, oltre all'isolamento e la disintegrazione delle relazioni. Quest'ultimo processo rende i rapporti sociali fra chi produce, appunto, il venditore di forza-lavoro e il mondo che lo circonda, sempre più privi di interazione. E allora abbiamo  come contro-altare della smart-tecnology o del multi-desking il mondo 2.0, dove persino i contenuti singoli di produzione intellettuale (i post su Facebook, le ricerche su Google) si trasformano in arricchimento del capitale che ne detiene l'uso e i diritti attraverso l'utilizzo di tecnologie proprietarie. In questa parcellizzazione il capitale si confronta con un singolo produttore (noi stessi utilizzatori delle risorse 2.0) che si trasforma istantaneamente in acquirente (immettiamo da produttori i nostri contenuti sui social network, cedendo i diritti del nostro prodotto, ma ne siamo immediatamente clienti, in un contesto di sistema indotto da chi gestisce le mega-piattaforme). Valore d'uso e valore di scambio si fondono nell'altra fusione: produttore-utilizzatore e cioè venditore di forza-valore che crea contenuto e quindi merce istantaneamente messa sul mercato in cui i compratori sono già tali nel momento in cui producono. Questo che leggete e mille altri blog ne sono una delle dimostrazioni.  Insomma le forme di dominio culturale e economico si intrecciano mentre le forme di produzione si sviluppano. Tornando alla tecnologia 2.0, noi subiamo le piattaforme che rendono tutti i produttori di contenuto-merce asserviti ad una logica sistemica dalla quale è impossibile uscire e in cui si viene autocompresi secondo schemi dettati dall'esterno, attraverso regole imposte e non discutibili (chi può sindacare a google che la sua policy è anti-democratica o chiedere che fine fanno i dati ricavabili dalle tracce delle nostre ricerche?) Noi produciamo contenuti che diventano merce, ma la gestione dei rapporti e delle modalità di produzione è loro, ma noi siamo a nostra volta immediatamente compratori di questa merce prodotta socialmente (attraverso il mezo di produzione social network) da noi. 

Il futuro cool di Apple è pienamente dentro lo schema della parcellizzazione che induce alla progressiva separazione dell'individuo dal tutto e che procede di pari passo con le delocalizzazioni, le destrutturazioni delle unità produttive sociali, il nomadismo produttivo. Cioè lo spostamento di volta in volta in luoghi più convenienti per il capitale della produzione di un manufatto qualsiasi e quindi anche di un hardware o di un software, e dell'allocazione di un server e che tende a rendere culturalmente e socialmente impermeabile l'oggetto della produzione, rispetto a chi immette forza-lavoro per generarlo.

In questo senso l'elettrificazione e la diffusione dell'Ipad sono in linea di continuità. Non esiste un progresso scientifico buono e uno cattivo che strizza più o meno l'occhio all'umanità. Nè Edison è buono, nè Jobs è cattivo, o come,
ai tempi di Keynes, l'imprenditore non è buono o lo speculatore finanziario non è cattivo. Sono semplicemente funzioni e posizioni, o forme storiche diverse di uno stesso processo che comunque ha come obiettivo insito nelle proprie regole fondanti, la razionalizzazione, l'uso delle tecnologie per ottimizzare la produzione e che contempera nuove accumulazioni e supersfruttamento (o nuove forme di sfruttamento) della forza lavoro, perseguendo lo smantellamento delle solidarietà sociali createsi tra venditori di forza-lavoro.

Avere la luce in casa o l'Ipad permette di fruire di condizioni avanzate che vengono poi piegate all'organizzazione generale determinata dal capitale per la migliore organizzazione della vita. Pensata dal capitale al fine di perpetuare e rendere più efficace il suo obiettivo generale: creare profitto, accumulare ricchezza. E non perchè ci sia un Leviatano che lo induca. Ma perchè ciascuna azienda per essere sul mercato e per difendere il proprio capitale deve comportarsi così. Chi non ce la fa scompare.

La risposta ovviamente non è nella esaltazione di uno stato primitivo, zona franca rispetto ai progressi della tecnica. la risposta è nel controllo delle forme di produzione e dell'organizzazione delle modalità produttive, nella sostituzione di un'altra idea del mondo a quella che si pensa una condizione naturale e che è invece una specifica e determinata idea del mondo. Certo, dalla lampadina all'Ipad le forme di dominio si sono sviluppate e intensificate e, come accennavamo prima, la trasformazione della società determina una più articolata divisione del lavoro che, secondo la teoria marxiana, genera una sempre più complessa produzione di bisogni. Ecco perchè si passa dal bisogno della luce in casa (la lampadina) all'esigenza di essere collegati ad una rete interattiva comunque, ovunque e in modo pratico (con l'Ipad). Lampadina e Ipad sono collegate dallo sviluppo (prevedibile secondo le linee direttrici previste da Marx), della dialettica tra forze produttive e forme di produzione, sono collegate dallo sviluppo della divisione del lavoro che a sua volta genera nuovi bisogni, nuove merci, nuove forme di dominio. Edison e Jobs sono stati necessariamente Edison e Jobs.

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9 ottobre 2011 7 09 /10 /ottobre /2011 11:46

L'intervista apparsa su "la Repubblica" domenica 9 ottobre, al ministro Mariastella Gelmini,

http://www.repubblica.it/scuola/2011/10/09/news/gelmini-22924331/?ref=HRER2-1

oggi quindi, permette di dire la parola fine rispetto alla polemica innescata dall'esilarante comunicato del Ministero stesso che autoincensava il governo per quel fantomatico tunnel fra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso,  luogo immaginario dell'esperimento condotto nell'ambito del progetto Opera che ha posto di fronte alla comunità scientifica l'evidenza di neutrini che si muovono a velocità ultraluminarie.

http://www.repubblica.it/politica/2011/09/24/foto/i_neutrini_e_il_tunnel_della_gelmini-22158290/1/?ref=HREC1-2

Ecco cosa dice la Gelmini a  Corrado Zunino: "Al primo incidente di percorso ho pagato un prezzo alto, sono stata travolta dalla velocità di internet e dalla replica sbagliata: il secondo comunicato parlava di polemiche strumentali e non erano parole mie. Bastava chiedere scusa, e farci su un po' d'ironia. So che non esiste un tunnel da Ginevra al Gran Sasso, ho visitato il Cern e non ho visto tunnel. Bastava mettere quella parola tra virgolette e aggiungere tecnologico, "il "tunnel tecnologico" dentro il quale sono viaggiati i neutrini".

La conclusione della vicenda, legata ovviamente al costume, anzi, quasi al folklore, lascia sul campo di battaglia morti e feriti. Ovviamente nelle schiere dei politici (c'è da ridere a ripensare alle repliche astiose di quella parte della attuale maggioranza chiamata a difendere l'indifendibile), dei dirigenti e dei cosiddetti esperti di comunicazione scelti dal governo Berlusconi e dalla sua area di riferimento. Ma anche nel campo degli scienziati, fra quei cosiddetti uomini nuovi che dovrebbero bucare il ciarpame della politica (secondo gli anti-politici di complemento presenti in ogni schieramento) e essere individuati come garanzia di indipendenza.

La Gelmini è stata disintegrata a livello d'immagine da quel comunicato, il responsabile della comunicazione del ministero, Massimo Zennaro, resta in carica in tutti i suoi ruoli dirigenziali (direttore generale), del Ministero dell'Istruzione, meno quello relativo all'ufficio stampa (ne assumera altri grazie alle strizzate d'occhio di altre ministre) . Ma quelli che hanno fatto davvero una misera figura sono i due fisici scesi in campo in quelle ore di disperazione per sostenere il ministro e quell'area politica da cui dipendono, probabilmente, carriere, finanziamenti, incarichi e chissà cosa altro.

Ripercorriamo quegli interventi. Roberto Petronzio, presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, curatore dell'esperimento sul superamento della velocità della luce, a proposito di chi critica il comunicato della Gelmini riguardo la "costruzione del tunnel tra il Cern e i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l'esperimento" parla di "polemica del tutto strumentale e pretestuosa. E' ovvio che il ministero dell'Istruzione si riferisse al tunnel lungo un km, che l'Italia ha contribuito a costruire, al cui interno viene lanciato il fascio di protoni". Mica è finita. "Il tunnel che conta, quello veramente importante, a cui si riferiva la dichiarazione del ministero - gli fa eco Giovanni Bignami, presidente Inaf, Istituto nazionale di astrofisica - è quello che passa sotto il Gran Sasso e che, in una caverna laterale, accanto al tunnel autostradale, contiene lo strumento chiave di questo bel risultato, cioé lo strumento 'OPERA'".

Prima notazione:  i due scienziati nel difendere l'indifendibile dicono cose opposte. Petronzio sostiene che il comunicato della Gelmini è chiarissimo: allude al tunnel di un chilometro costruito anche con i fondi italiani "al cui interno viene lanciato il fascio di protoni". E cioè quello del Cern, visto che l'esperimento ha avuto un trasmittente (Ginevra) e un ricevente (Gran Sasso).  Per Bignami, lo scienziato indipendente che occhieggia nei programmi divulgativi su Sky e in altre attività benemerite, dice esattamente il contrario: è ovvio che ci si riferisce "al tunnel che passa sotto il Gran Sasso e che, in una caverna laterale, accanto al tunnel autostradale".

Era tanto ovvio quel comunicato e nel riferimento al tunnel che Petronzio l'aveva individuato in Svizzera e Bignami in Abbruzzo (e la Gelmini oggi chiarisce che lei non si riferiva nè all'uno, nè all'altro, ma a un tunnel tecnologico, sic). Era tanto disperata ricerca in quelle ore di una schiena capace di sopportare il peso di certe castronerie che non ci si è preoccupati nemmeno di coordinare l'azione fra due eminenze del mondo della fisica. Resta la trisitezza nel constatare come due scienziati di questa portata o allocati in funzioni così alte, si siano prestati a difendere l'indifendibile (e ognuno a questo punto è libero di ipotizzarne le ragioni più o meno nobili). Ma questa è una faccenda che, da un altro punto di vista, fa persino vacillare la buona fede che si attribuisce a ciascuno di noi come abito mentale e anche quindi, nel caso specifico, nella validazione di una ricerca. Una persona è quello che è, onesta intellettualmente, sia quando è capo di un progetto scientifico, sia quando riceve un ordine da un'autorità. Se questi sono i nostri campioni, meglio ricominciare da capo. E far rifare pure tutti i conti. 

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6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 17:32
BOLOGNA - "Questa è la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero resti tale, per qualche decennio. Essendoci passato  posso parlarvene con un po' di cognizione di causa, rispetto a quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto, la morte, è la destinazione che condividiamo. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere perchè la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita. E' il grande agente di cambiamento. Spazza il vecchio per fare posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno, non troppo lontano vi accorgerete che state diventando gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E la cosa più importante, non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschino la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero ragazzo c'era una incredibile rivista "The Whole Earth catalog", una delle bibbie della mia generaziobne. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta prima del personal computer e prima del desktop publishing quando tutto era fatto con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealista e sconviolgente traboccante di concetti chiarie  di fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di "The Whole Earth catalog" e quando
arrivarono alla fine del loro percorso pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina di questo numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina... Sotto la foto c'erano le parole: "Siate affamati, siate folli".
Era il loro messaggio d'addio. Siate affamati, siate folli. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita Io auguro a tutti voi: Siate affamati, Siate folli"
Il discorso di Steve Jobs, rivolto ai graduates della Stanford giustamente sta facendo il giro del mondo: on line sui vari siti, postato e ripostato nei blog, commentato su facebook. Steve Jobs è morto già da icona del nuovo millennio. Questa testimonianza sta acquistando un valore straordinario perchè è proprio Jobs che, nel 2005, parla della morte e della trasformazione che può provocare su ciascuno di noi l'esperienza di vicinanza alla morte stessa, parlando della malattia che lo ha poi ucciso. E non si riferisce alla morte in senso generale, ma alla propria morte. Lui ha potuto raccontare questa esperienza di prossimità perchè quell'esperienza definitiva non si è esaurita nel volgersi di poco tempo. La sua malattia lo ha condotto gradualmente alla fine, ma la notizia di quell'evento gli ha permesso di misurarsi in modo diverso con il proprio pensare. Tra la scoperta della possibile imminente fine e la morte avennuta durante la serata del 5 ottobre c'è stato tempo per vedere in modo diverso la vita.
Ma l'espediente retorico attraverso cui si universalizza l'esperienza di prossimità alla morte che in Jobs è assolutamente singolare è il collegamento con il fine di un'esperienza culturale, quale una rivista-cult degli anni settanta citata nel discorso. Sulla copertina dell'ultimo numero di questa rivista
viene riprodotto un sentiero di campagna di primo mattino e una frase: Siate affamati, siate folli.
Una riflessione di questo tipo, sulla morte, è patrimonio della classicità. In fondo cosa era il Carpe Diem di Orazio se non una raccomandazione a cogliere il giorno (non a vivere intensamente alla giornata)  visto che Giove può farci stare qui a lungo oppure chiudere presto questa nostra esperienza a nostra insaputa? Sono gli Dei a impedire che noi possiamo porci certe domande ed è inutile sforzarci nell'utilizzo di tecniche come i calcoli babilonesi, (le astrologie, allora erano più scienza che altro): certe speranze di andare oltre e di capire ci sono interdette, abbiamo di fronte l'inconoscibile (scire nefas, recita il testo oraziano). Dice Orazio: Mentre stiamo parlando, il tempo invidioso sarà già fuggito (Orazio salta dal presente della contemporaneità al "fugerit", futuro anteriore, "mentre stiamo parlando il tempo invidioso sarà già fuggito", come dire: non ci sarà più niente da fare, Orazio non usa il "fuget"). E quindi l'invito: Carpe diem (cogli il giorno, così come si coglie un frutto). Il dies quindi è la misura massima entro la quale si possano proiettare le aspettative dell’uomo, visto che esiste l'imponderabilità della morte. E’ già molto il dies, cogli il giorno, cogli il presente, credendo minimamente al domani. Insomma la morte esiste come prospettiva noi siamo certi solo che questo accadrà, riduciamo le cose che possiamo fare  a questa parentesi che è la vita e quindi agiamo di conseguenza. Il giorno è il nostro solo orizzonte. Questo dice Orazio.
Ode 1.11
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dèderint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppòsitis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam rèseces. Dum lòquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
 
Orazio e Steve Jobs attraverso un uso particolare del linguaggio, uno da grande poeta immortale, l'altro in un intervento destinato alle classi dirigenti di una delle migliori scuole della prima potenza del mondo contemporaneo, propongono un argomento che la filosofia ha individuato con precisione e variazioni prospettiche. L'esperienza della prossimità della morte ci impone delle scelte visto che abbiamo poco tempo per manifestare la nostra essenza autentica.

L'esperienza della morte per Jobs, per Heidegger o per Kierkagaard viene narrata in modo diverso, ma le assonanze ci sono. Loro, come molti altri, l'hanno pensata, la morte. Considerazione laterale: è istruttivo riflettere sul fatto che la filosofia aiuti a porre certi temi con i vantaggi dell'autonomia e dell'universalità. Normalmente è l'esperienza della nostra singolarità a muoverci. Ma la filosofia
lo fa in una chiave universale e quindi consente di rendere fruibile a tutti un contenuto depurato delle note soggettive che appartengono, magari all'arte, al poetare etc.  E questo ci spinge a
sottolineare la reale funzione della filosofia (anche il linguaggio artistico ha il suo valore universale e arriva magari dove la filosofia non può, ma resta comunque legato inscindibilmente alla singolarità espressiva).
Attorno al binomio morte-angoscia lavorano sia Kierkegaard che Heidegger entrambi in modo fecondo. La dialettica morte-angoscia consente un'uscita, la stessa mostrata da Jobs. Il filosofo esistenzialista danese descrive l'angoscia della morte come una condizione disperante che rischia di far perdere il senso della propria esistenza, diventa una vera e propria anticipazione della morte dentro il percorso della vita stessa. Ma che vita è? Si vive in una alienzazione, in un altro da sè, colui che è morto. Kierkegaard propone una via d'uscita. Solleva un tema che verrà poi ripreso da Heidegger e parla di assumere la morte in vita come scintilla di energia. La morte in prima persona, però, non quella degli altri. E' il punto che rende interessante il discorso di Job. La morte di cui parlano da diversi punti di vista Kierkegaard, Heidegger e poi... Jobs non quella delle cronache, dove quando si legge che qualcuno è morto crediamo sempre che riguardi altri. In Kierkegaard si anticipa in vita l'evento della morte con un progetto che rafforzi la propria esistenza. All'ineluttabile si risponde iscrivendo proprio questo inelettuabile in un progetto per vivi.
Si arriva così all'Essere per la morte di Heidegger (le citazioni sono da "Essere e Tempo"). "La morte è una possibilità di essere che l'Esserci (l'uomo nel linguaggio heideggeriano) stesso deve sempre assumersi da sé... La morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un'imminenza incombente e eccelsa"...
Interessante il confronto fra quello che dice Steve Jobs a proposito della morte autenticamente percepita e il concetto astratto di morte ("essendoci passato vicino posso parlarvene con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto").
Ed ecco quello che Heidegger chiama essere-per-la-morte inautentico. "La quotidianità tradisce una certezza "superiore" a quella puramente empirica. Si sa della certezza della morte, ma non si "è" autenticamente certi della propria.... Si dice: "La morte verrà certamente, ma, per ora, non ancora". Con questo "ma..." il "Si" contesta alla morte la sua certezza... Questo pensiero è costantemente rimandato a un "più tardi", facendo appello alla cosiddetta "opinione generale". In tal modo il Si nasconde ciò che la certezza della morte ha di caratteristico, ossia che essa è possibile in ogni attimo. La certezza della morte si accompagna alla indeterminatezza del suo "quando»".
L'angoscia è un motore, ma, ripeto, l'uomo (nella sua condizione di essere per la morte) può vivere in maniera inautentica il suo destino (come dice Jobs "Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore"). E' uno dei punti nodali del pensiero di Heidegger che denuncia la vita inautentica assorbita dalla Cura, che sarebbero le questioni domestiche e quotidiane, dal chiacchiericcio, dall'inessenziale, come la vita secondo gli standard dei modelli economici e culturali impostici, etc..
L'angoscia è il risultato a cui perviene autenticamente l'Essere-per-la-morte e, quindi, per Heidegger "l’anticipazione svela all’Esserci la dispersione nel Si-stesso e, sottraendolo fino in fondo all’aver cura che si prende cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: la libertà per la morte". E' la conclusione di Steve Jobs: siate autentici, ascoltate la voce interiore, siate affamati, siate folli.
E se ci pensiamo bene è molto heideggeriana anche la copertina della rivista "The Whole Earth catalog" alla quale Steve Jobs si è ispirato per la sua prolusione a Stanford. Un sentiero, un bosco, un cammino. C'è Holderlin, c'è l'icona degli Holzwege, i "Sentieri Interrotti" del grande filosofo che dopo essersi occupato della condizione dell'uomo da lì cominciò ad arrivare alla radicalità dell'Essere.
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6 ottobre 2011 4 06 /10 /ottobre /2011 00:54

C i sono tre interventi interessanti sulle pagine dei quotidiani di ieri, 5 ottobre. Mi preme segnalarli. Spero di riuscire a indicare anche i riferimenti web per la consultazione nel corso degli aggiornamenti successivi a questo che sto digitando. In ogni caso ne possiedo copia cartacea da consultare (dopo scannerizzazione) via posta elettronica.

L'intervento più legato all'attualità politica è quello di Loris Campetti su "il manifesto", l'intervistato è Fausto Bertinotti. Bertinotti spiega con l'efficacia metafora del treno perchè salire su un convoglio con il percorso già determinato dal tracciato dei binari non ha senso. Il treno è il governo e i binari sono quelli delle autonomie democratiche limitate dal potere monetaristico della Bce e dagli organismi privati-globali che sostituiscono le scelte dei grandi consessi democratici. La lettera dell Bce pubblicata sul Corriere della Sera che dà indicazione al governo italiano ha rappresentato un piccolo grande choc. Tutti si sono potuti rendere conto che la sovranità politica statuale è ormai limitata. La battaglia politica per il governo di uno Stato dell'Europa rischia di impegnare energie per conquistare un ruolo reso inefficace dagli oligopoli finanziari. Per Bertinotti però esistono delle antinomie, anzi dei veri e propri snodi dialettici (richiamo e riferimento che servirà per l'ultima segnalazione in rassegna stampa) che entrano in gioco in una fase politica dove tutto sembrerebbe consegnato ad un pensiero unico e ad un nuovo ordine prestablito.

La dialettica è tra opposizioni crescenti e caduta di consenso di quest'ordine da una parte e l'azione di dominio che quest'ordine esercita dall'altra.

La tendenza all'antipolitca da una parte e il ribellismo, in certi casi la rivolta (che per poter essere efficace deve organizzarsi attraverso connessioni e coalizioni sociali e quindi attraverso una cosnapevolezza politica) dall'altra.

La consapevolezza della fine della guida delle trasformazioni da parte di soggetti come partiti e sindacati da una parte e l'emergere del rifiuto come primo momento della negazione dell'ordine prestabilito dall'altra

La contrapposizione, in ambito sindacale e politico, fra due strategie. Da una parte quella indicata dai fautori dell'unità a tutti i costi delle organizzazioni dei lavoratori. Dall'altra quella indicata dai fautori dei diritti di rappresentanza nel mondo del lavoro e dai fautori della difesa della corrispondenza del diritto cosidetto universale-politico con quello della dignità e del controllo sia dei mezzi di produzione che della direzione delle scelte economiche nei reali rapporti di produzione esistenti.

 

Secondo intervento è quello del direttore di Micro-Mega,  Paolo Flores d'Arcais, su "Il Fatto Quotidiano" riguardo l'ingresso in politica degli imprenditori italiani: Della Valle e Montezemolo. Da filosofo e da storico della filosofia fa riferimento D'Arcais alla mistificazione che si fa dell'uso di società civile, termine plasmato attorno alle riflessioni prima di Hegel e poi di Marx. Ma in questo caso il termine "società civile" è impropriamente utilizzato per definire piuttosto l'establishment del dominio politico-economico, in una lotta per il potere che, evidentemente, riguarda la sostituzione degli interpreti di una funzione che deve restare (agli occhi di questa cosiddetta società civile) sempre la stessa. Aggiungo io: non a caso i meccanismi dell'anti-politica sono il terreno di coltura comune, come si sarebbe detto una volta, dove sono cresciuti Della Valle e Berlusconi. Basta confrontare gli slogan del primo Berlusconi o del Berlusconi del predellino con il manifesto di Della Valle (a pagamento) apparso sui suoi o su gli altri quotidiani. Il morente e il subentrante non hanno nessuna intenzione di modificare alcunchè: c'è solo una lotta per un avvicendamento, un cambio della guardia. Le differenze potrebbero essere nello stile (e bisogna anche vedere se ci sarà o meno un peggioramento), in qualche alleanza politica da costruire con minore o maggiore disinvoltura. Ma il dogma dell'esclusione del controllo da parte dei protagonisti sociali della produzione ed il nascondimento del reale dominio attraverso le leve finanziarie e gli indirizzi di politica e di politica economica, non vengono certo toccati. Di qui l'avversarione per la politica che, invece, rimetterebbe in gioco gli esclusi che l'ideologia di Berlusconi e Della Valle considera inadatti, dato che per loro il solo criterio di guida della cosa pubblica è aver mostrato capacità di sapere essere alla guida del capitale.

 

Terzo intervento è sull'Unità relativo alla querelle fra Vattimo e Ferraris, fra post-moderno e new realism. Come accennato tempo fa in un post rintracciabile su questo blog, la contrapposizione è fra la posizione di Vattimo (non esistono fatti, ma solo interpretazioni) con quella di Ferraris (i fatti hanno la loro autonomia e sono un tribunale per stabilire quali possano essere le interpretazioni false o ingannevoli, determinando un criterio di giustizia che vada oltre i condizionamenti delle varie forme di dominio). La terza via, proposta da Mico Capasso (dottore di ricerca presso l'Università Roma tre) individua nella dialettica il passo in avanti che potrebbe essere fatto partendo da questa polemica. Bisogna intendersi - sostiene - sull'interpretabile, e in ogni caso ci sono una rete di dati che, senza una loro disvelamento o una loro decostruzione, nascondono addirittura un più insidioso vantaggio che le forme di dominio costruiscono più o meno consapevolmente. Per comprenderli e per renderli vivi e non-nascosti o meglio non-velati questi dati vanno esaminati nell'effettivo esercizio della loro produzione e dei soggetti che la compiono. Insomma ermeneutica più indagine storico dialettica. Aggiungerei:  con grande attenzione - e mi riferisco a Althusser citato nel post di qualche tempo fa - a quel transindividuale che contempera soggetto e relazione coppia insindibile per lo smascheramento del dato-feticcio o dell'ente non dis-velato.

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1 ottobre 2011 6 01 /10 /ottobre /2011 00:53

Il parallelismo istituito da Nicla Vassallo per recensire un testo di Robert Franck (The Darwin Economy, Liberty, Competition and the Common Good)  fra ambito naturalistico e economico riguardo le teorie della selezione naturale originate dal pensiero di Darwin, mi induce a qualche interrogativo. E' noto che la tradizione del confronto fra i due ambiti è addirittura ottocentesca e che le riflessioni socio-economiche dalle quali ha avuto origine, ad esempio, il darwinismo sociale, si basano su questa analogia prontamente riscontrata già dopo il 1860.

La professoressa  Vassallo che, sia sul Sole 24 ore che su il Fatto Quotidiano legge per gli appassionati  le grandi e piccole novità del pensiero filosofico e scientifico, utilizza un'affermazione di Stephen Stich: "L'evoluzione produce organismi che si approssimano ampiamente a caratteristiche o sistemi ben progettati". E immagina anche un cammino parallelo. A fianco dell'evoluzione ci sono percorsi genetici casuali per i quali determinati individui di una qualche specie matutrino delle leggere differenze che poi si rivelino determinanti per la sopravvivenza. Ma se, fa notare la Vassallo, se ci si imbatte in un cataclisma che colpisca gli individui che abbiano maturato queste leggere differenze, avremmo a che fare con la sopravvivenza dei "sistemi" ben progettati meno efficienti. Ulteriore passo: Nicla Vassallo suggerisce di aggiungere al sostantivo "sistemi" l'aggettivo "economico" e allora si vedrà che non è detto che il sistema economico prodotto dell'evoluzione sia approssimi sempre più a sistemi ben progettati. Ma il parallelismo, anche se con questa accortezza, è stato fondato.

Ci sono due riflessioni: la prima è che la casualità delle modificazioni che intervengono nella riproduzione in Darwin non escludono, come le concezioni recenti  in ambito genetico dimostrano, delle ridondanze. Anzi, molto spesso, dopo la sconfessione del dogna centrale della biologia secondo cui sarebbe esistito una direzione unica fra Dna e Rna nella trasmissione delle informazioni, la formazione di nuovi organismi con il passare del tempo e delle mutazioni, è naturalmente meno semplice e nienteaffatto perfetta e efficiente. Altro che sistemi ben progettati. Se, infatti, le informazioni a livello cellulare sono bi-direzionale, è facile che si formino più meccanismi che abbiano stesse funzioni. Insomma quanti sono gli organi che si atrofizzano che vengono soppiantati o meccanismi che subentrano nel caso di malfunzionamento del sistema principale e che in realtà servono uno stesso scopo? Lo schema unidirezionale gene-creazione organo non funziona più. L'efficientismo genetico è stato soppiantata da una visione olistica della biologia.

Nell'economia del nostro tempo, invece, i processi di razionalizzazione, con il supporto delle tecnologie e il dominio rappresentato dal capitale, sono una tendenza sistematica. Insomma se nella natura, i processi di ridondanza e di disordine sono direttamente conseguenti allo sviluppo di un organismo da una fase primordiale a quella avanzata, in economia la tendenza è opposta: con il passare del tempo le formazioni economiche si razionalizzano seguendo il criterio di accumulazione del capitale, attraverso la sfuttamento delle risporse della natura, della forza-lavoro e dell'evoluzione della tecnologia. Da una parte (natura) con l'evoluzione abbiamo meccanismi più complicati e meno razionali, dall'altra (economia) più efficaci.

Non solo: da una parte abbiamo una collaborazione trans-individuale, visto che, ad esempio, a livello cellulare, è ormai accettata l'idea che spesso in un unico organismo si trovino fusi più organismi precedenti. Nell'economia politica, invece, esiste un dogma che funziona indipendentemente da ciò che accade intorno (come fino a qualche anno fa si riteneva fosse per la biologia con l'intangibilità del dogma centrale della biologia): ed è l'irriducibile tendenza del capitale a produrre sempre maggiore profitto indipendentemente dalle condizioni nelle quali opera (sia quelle sociali, sia relative alle risorse a disposizione, come in un sistema chiuso e finito quale la terra). Senza un fattore di regolazione esterno, artificiale, il capitale distrugge se stesso, cosa che non accade invece nel meccanismo biologico capace di autoregolarsi. Anzi, a ben vedere, il capitale, per evitare di distruggersi crea dei meccanismi di liquidazione di forme economiche ridondanti, create nell'ambito della sovraproduzione (in epoca recente vedi la guerra in Iraq): per ricominciare da capo, ma con uno sviluppo diverso delle forme di produzione, basate su un differente assetto relativo al dominio. In natura le forme ridondanti non vengono eliminate di colpo con un intervento intelligente e finalistico, ma permangono risolvendosi in altre forme con altre funzioni, oppure inserite e inglobate nel meccanismo dominante come soluzione alternativa pronta ad entrare in funzione in caso di inefficienza di quella principale.

Altra questione: le variazioni genetiche casuali che occorrono in una specie durante procreazione, non sono paragonabili a quelle che possono verificarsi in un sistema economico. Per una semplice questione di tempo e per un'altro aspetto: gli individui portatori di una variazione significativa sono inizialmente in un numero ridotto e questo non giova all'affermazione delle caratteristiche di questi individui se si considera la questione in ambito probabilistico. 

 Pochi individui per affermarsi nell'ambito di un genere che presenta una gamma innumerevoli di differenze individuali, hanno bisogno di tempo, ma rischiano anche di venire sopraffatti, proprio per la loro eseguità, nonostante la migliore efficienza nel procurasi cibo e nel riprodursi (caratteristiche determinanti per la selezione naturale).

In un sistema economico la questione è molto più semplice: un sistema innovativo più efficiente, un sistema di rapporti di produzione più adatto all'accrescimento di profitto e quindi all'accumulazione, (una volta conosciuto) viene immediatemente riprodotto in altri contesti. Soppianta i sistemi concorrenti in pochissimo tempo. Insomma per restare all'ambito darwiniano, l'economia è come un grande allevamento in cui esiste un'autorità esterna, l'allevatore, che seleziona gli individui della specie che gestisce l'intero sistema e seleziona artificiosamente una razza particolare che prevale sulle altre grazie ad un intervento esterno e che accorcia i tempi in cui gli individui della specie più efficente soppiantano gli altri.

E' un argomento presente nell'obiezione che fece tremare Darwin, obiezione portata da Henry Charles Fleeming Jenkin, collega e contemporaneo dello scienziato di Shrewsbury. Argomentazione alla quale Darwin opponeva una correzione della sua teoria: ogni nuovo gruppo di individui con le caratteristiche individuate come più efficienti poteva avere caratteri distinti che difendesse la variazione di genere (dal rischio di incroci ad esempio) dalla moltitudine (non dall'efficienza) degli individui concorrenti della stessa specie. Secondo la correzione di Darwin questa caratteristica doveva già essere posseduta in sè (allora la genetica non era stata fondata) in modo da annullare l‟effetto sfavorevole dei numeri. "Ma questo, sosteneva Jenkin, equivaleva a supporre tante piccole "creazioni" del tipo che i darwiniani volevano escludere". Insomma se il darwinismo, fin dall'origine, ha dovuto difendersi dall'insidia di una rappresentazione artificiosa che invece la consapevolezza di una maggiore ampiezza di tempi per la formazione della vita, successiva alla nascita della terra (allora non si sapeva risalisse addirittura a 3,5 miliardi di anni), avrebbe meglio accompagnato, il parallelo con l'economia deve pagare dazio a quelle stesse argomentazioni.

 

In economia i tempi sono radicalmente diversi grazie alla presenza esterna del capitale che attraverso la capacità di rappresentare sia un elemento sostanziale di produzione che uno immateriale è interno e esterno alle forme di produzione. Il capitale è sia materia che demiurgo. Insomma è quell'elemento teologico che Jenkin aveva materializzato in un darwinismo che inizialmente racchiudeva il percorso della formazione delle specie sulla terra in un ambito di tempo troppo breve per essere credibile senza l'aiuto di un finalismo e di un creatore. Entità che invece esiste, è concreta e dominante nell'economia: il capitale.

 

 

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26 settembre 2011 1 26 /09 /settembre /2011 09:34

BOLOGNA - Giacomo Marramao è uno degli studiosi dei problemi della nostra società, attraverso la lettura di Marx e dei critici del marxismo, più fecondi e più profiondi. Non lo devo certo dire io, anzi, ma ripeterlo può essere utile. In un'intervista pubblicata nell'interessante supplemento "Decrescita, parliamone" sul numero di Liberazione di domenica 25 settembre 2011 Marramao mette a confronto, anche grazie allo stimolo intelligente di Tonino Bucci, la sua analisi dell'attuale momento storico dello stadio di produzione economica, con le enunciazioni-slogan di Serge Latouche e il pensiero di Marx.

La tesi, ricorrente in Marramao, ma che qui ha il pregio, anche grazie all'autore dell'intervista, di essere ancora più chiara e adatta ad una efficace divulgazione, è che nel lavoro di Latouche (per il quale ha parole di stima e elogio) si confonda l'economia con lo stato produttivo storicamente determinatosi. Insomma la critica del sociologo francese all'economia politica diventa una critica all'economia in genere. Di qui la confutazione che opera Marramao rispetto all'attribuzione a Marx di categorie che non sono proprie dello sforzo del grande pensatore di Treviri, il quale non ha mai smesso di aggiornare e lavorare attorno alla suo progetto di Critica dell'economia politica, fino agli ultimi giorni di vita. Marramao che si è avvalso anche degli strumenti forniti dalla rilettura di Lowith (che critica la filosofia della storia, compreso Marx, che Marramao invece esclude in questa visione prospettica tracciata dall'allievo di Heidegger  e ha sempre spiegato bene perchè) sostiene che il disvelamento della natura  ideologica dell'incessante spinta alla crescita sia uno dei caposaldi del pensiero marxiano. Il feticismo, tesi alla quale Marx ha lavorato attorno agli anni in cui è stato concepito il Capitale, con il supporto di quello strumento d'appunti e di brogliaccio che sono i Grundrisse, è la scoperta di un'autonomia all'interno della merce che deriva dal presentarsi necessariamente anche come l'effetto di rapporti sociali contenuti in essa. Non solo, tutto questo è inserito in una prospettiva teologica (è il contributo ereditato da Lowith): la continua ricerca del profitto. Ma la tendenza teologica all'accumulazione, insita nel capitalismo, slegata da ogni connessione con la realtà e le esigenze produttive, entra in conflitto con le sostenibilità dell'intero sistema. Latouche elabora così l'idea della decrescita, imputando anche a Marx una visione ragionieristica della fuoriuscita dal capitalismo: alla borghesia viene sostituito il proletariato, ma poi si continua a produrre con la stessa finalità (non con gli stessi rapporti di produzione, ma con la stessa finalità).

Marramao spiega perchè questo meccaniscismo in Marx non c'è (dico io forse in Lenin a proposito dell'elettrificazione oppure nel marxismo sovietico poteva essere presente). E contrappone una sua visione a quella di Latouche. Latouche prospetta, appunto, la decrescita. Marramao invece sostiene che è la rifondazione dello spazio comunitario (e quindi della socializzazione della produzione antidoto alla parcellizzazione capitalista)  a dover essere rilanciata attraverso la ridefinizione dei beni comuni a livello di comunità. Dice espressamente, secondo l'estensione di Tonino Bucci, "Bisogna stabilire quali sono i beni - un termine economico che a me non piace molto - sottratti alla logica della competizione e del mercato, condizione sine quibus non per una vita degna di essere vissuta (l'acqua, l'aria pulita, un paesaggio salvaguardato, i beni estetici, ma anche i beni immateriali, come il sapere e la conoscenza).

La mia perplessità, che modestissimamente espongo, è la problematicità di questa idea del rovesciamento della finalità produttiva applicato in singole realtà, per quanto possano in futuro essere numerose. Una questione del genere, proprio in una delle sue ultime riflessioni, venne proposta (senza una soluzione univoca) proprio da Carlo Marx in risposta ad un dibattito che si era prodotto in Russia dopo la pubblicazione del Capitale. Una situazione (determinatasi anche prima di questa polemica), che aveva anche sollecitato lo stesso Marx a studiare il russo per attingere di prima mano a documenti e fonti per il suo lavoro.

Il dibattito suonanava più o meno così: in una società protocapitalista e rurale, come quella russa di fine Ottocento, per il movimento dei lavoratori è meglio sperare nell'accelerazione della formazione di un capitalismo avanzato, oppure seguire un'altra strada? Quale? In proposito i lettori del Capitale avevano proposto a Marx la seguente questione. Il diritto russo-zarista aveva previsto l'introduzione della comunità rurale (dove in effetti erano comunitari i mezzi di produzione) dopo l'abolizione della servitù della gleba. Quella comunità rurale, era il nocciolo del dibattito: va difesa come una possibilità di alternativa al modello capitalistico, oppure deve essere superata come arcaismo?

Precisazione: la questione dell'arcaismo nell'idea accennata da Marramao non esiste. Il filosofo parla esplicitamente di una comunità altamente tecnologica, con lo sviluppo delle tecniche per lo sfruttamento compatibile delle risorse naturali, etc. e su cui si fonda la critica all'antitecnologismo insito nei progetti di decrescita. Ma un'altra questione, contenuta nelle riflessione di Marx, in parte confezionate come risposta ad una delle leader russe, Vera Zasulic, mi pare possa essere di qualche interesse rispetto al dibattito Marramao-Latouche.

 Marx sostiene che è vero che la comunità (quella rurale russa) agisce secondo modalità diverse dalla società mercantile, ma poi con questa deve avere rapporti. In sostanza i beni prodotti in quelle comunità devono poi diventare merci che circolano nel mercato, diremmo ora, globale. La produzione quindi avverrà per il mercato e questo potrà spingere alla dissoluzione della divisione del lavoro ruralmente intesa, così come del controllo dei mezzi di produzione. I contadini - ammonisce Marx - potrebbero probabilmente riaggregarsi in imprenditori e proletariato proprio per il dualismo che il filosofo tedesco denuncia: produzione in un sistema non capitalista, destinata però al mercato. Così, in una società moderna comunitariamente concepita solo sul diritto del bene comune, il rischio è che la produzione per il mercato inneschi un dualismo che possa mettere in crisi l'idea stessa di bene comune.

Detto questo c'è da aggiungere che Marx non chiuse la questione della comunità rurale. E notando l'eccezionalità del fatto ("comunità di uomini liberi svincolati da legami di sangue", situazione senza precedenti nella storia moderna) fa notare come questa anomalia sia contemporanea allo sviluppo del capitalismo verso un'altra direzione. Qui si inserisce la riflessione di Etienne Balibar, accademico francese, che evoca il pensiero del suo maestro, Louis Althusser:  E mostra e approfondisce le riflessioni di Marx sull'argomento. Sostiene Marx che in questa contemporaneità la forma non capitalista può prendere  in prestito le tecniche utilizzate nell'ambiente circostante e questa stessa forma non capitalista può servire alla rigenerazione. Parlava di rigenerazione russa. E così Marx poteva concludere:  per salvare la comune russa c'è bisogno di una rivoluzione russa.

Nel nostro caso bisognerebbe procedere al contrario: per innescare una nostra rivoluzione c'è bisogno di comunità. E' una formula? Althusser sostiene che è la forma della singolarità rivestita dalla storia. Siamo precisamente nell'ambito dell'azione politica in cui, sostiene Balibar "Unità storico-politiche distinte, immerse in un medesimo ambiente
 (o coesistenti in un medesimo presente), reagiscono - questo è importante - alle tendenze del modo di produzione. Insomma nell'ambito di una progressione continua, quella contro la quale sia Latouche che Marramao si battono, esiste la possibilità di creare dei corti circuiti. Quale sarà più efficace contro il sistema globalizzato?

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23 settembre 2011 5 23 /09 /settembre /2011 19:42

Un viaggio al di sopra della velocità della luce: l'esperimento portato a termine dal Cern di Ginevra e dall'Infn del Gran Sasso sta diventando il caso scientifico dell'anno, con enormi possibilità di andare oltre. Nei settecentotrenta chilometri che separano il laboratorio svizzero da quello italiano un fascio di neutrini (20 parti su un milione) sono riiusciti a violare di 60 nanosecondi la velocità, finora ritenuta limite, di 300.000 km/sec: appunto quella della luce . Il margine d'errore è stato dichiarato: 10 nanosecondi e 20 centimetri. Seguiranno verifiche, disponibilità per poter replicare sotto l'egida di osservatori terzi, spiegazioni dettagliate dell'esperimento che si è già avvalso, attraverso il progetto Opera, di strumentazioni tipiche della scienza metrologica.

Ma al di là delle ricognizioni, peraltro protrattesi lungo tre anni, il grande dibattto è: cosa comporterà questa notizia nell'ambito della fisica, della cosmologia e della filosofia?

Al di là di qualche punto tecnico che proverò a riferire per come l'ho orecchiato, il vero squarcio che questo esperimento provoca è la possibilità della filosofia di tornare a dire la sua su una questione, la cosmologia, che veniva dato per conquistata definitivamente alla competenza esclusiva degli scenziati, dei fisici, dai biologi. Sthepen Hawking in uno dei suoi recenti testi aveva chiuso la faccenda: non c'è più nulla da dire, la filosofia è fuori gioco. Forse, ai filosofi, restava l'ambito delle regole, l'epistemologia. Ma nemmeno tanto.

Ora però, in queste prime ore si prova a gettare lì una domanda tutta da nutrire con il dubbio della scienza e con la solidità del pensare: "Cambia l'architettura dell'universo"? Già da questa espressione, usata dopo il primo pronunciamento pubblico, si capisce come verrà recepita dall'immaginario collettivo questa scoperta.

Ma prima di intravedere pertugi in ambito filosofico, vediamo quali sono i temi sollevati in queste ore. Altri, ovviamente, ne seguiranno, vista l'attesa di assistere alla produzione di dati, interventi e riflessioni che apriranno il vero dibattito.

Prima questione di ordine metodologico. L'ha sollevata Piergiorgio Odifreddi, da logico matematico, e non da fisico. Questo esperimento scuote le certezze sulla teoria della relatività ristretta? Ha risposto: ci sono tante conferme della teoria della relatività, un esperimento che va in una direzione non può non tenere conto di tutte le altre verifiche che convalidano una teoria e che vanno in direzione contraria. Un argomento che verrebbe impugnato da Richard Feynman. Ogni teoria può essere smentita dalle verifiche del domani, quando la si formula si è in attesa perenne della controprova. E finchè non arriva la teoria è valida. Non c'è mai la certezza di essere nel giusto, può arrivare solo la conferma che ci si è sbagliati. Dove è, stavolta l'errore? C'è errore che smonta Einstein?

Ecco gli elementi che arrivano a pioggia:

Prima questione: la relatività ristretta individua nella velocità della luce, la velocità limite. Ma se si cambia la velocità limite, è possibile mantenere intatta la struttura teorica. In pratica: se i neutrini del Gran Sasso spostano in avanti il valore di velocità limite, cambia qualcosa? Va in pezzi il sistema? O mantiene le proporzioni? Se invece di "C" come velocità della luce ci fosse un "N" che è la velocità limite nuovamente ipotizzata, cosa succederebbe?

Altra questione: i neutrini hanno massa. La velocità della luce, finora era ritenuta velocità imite anche perchè i fotoni sono (detta così) privi di massa. Ma se i neutrini del Gran Sasso hanno massa e una velocità maggiore di quella della luce, è ipotizzabile che esista una particella priva di massa che sposti ancora più avanti il limite di quella velocità in questi giorni rilevata. E' possibile?

La velocità della luce è un limite dato indipendentemente dal sistema di riferimento e dalla velocità dell'oggetto che emette la radiazione, secondo Einstein. Vale ancora questo assunto? Perchè i neutrini ultraluminari sono stati osservati in una situazione nienteaffatto teorica. Sono indicativi, visto lo scarto nanoscopico, per uno spostamento in là del limite di velocità? La posizione d'osservazione ha influito, trattandosi di particelle in nanoscale, con tutto quello che questa affermazione implica?

Altra questione: quanta energia serve teoricamente per accelerare oltre la velocità della luce una particella provvista di massa. Infinita, secondo Einstein. O sbaglio? O sbaglia?

Altra questione: è davvero così sconvolgente che ci sia una particella che sia "accelerata" a velocità maggiore della luce? Oppure è diverso se viene "creata" a velocità maggiore della luce? Esistono i tachioni: particelle previste anche dalla teoria dela relatività. Massa negativa, secondo una formula einsteiniana. E allora bisognerà sapere di più sulla massa dei neutrini del Gran Sasso per capire quale è la posta in gioco, stavolta. I tachioni hanno strutture complesse: alcune caratteristiche determinabili, altre no. Massa a riposo immaginaria significa che sono reali energia e quantità di moto. Se invece massa a riposo e quantità di moto sono reali, l'energia è immaginaria. E teoricamente non possono scendere al di sotto della velocità della luce secondo la formula che li ha generati.

E siamo alla questione più entusiasmante. I tachioni sono particelle che si muovono a velocità teoriche superiori a quelle della luce. Siamo in un campo teorico che non riesco davvero a controllare dove in gioco c'è la teoria del tutto, la teoria delle brane, la teoria delle stringhe, insomma tutto quello che viene studiato nell'ambito della fisica teorica e che si immerge nel cuore della cosmologia moderna, dove l'universo a n-dimensioni è trattato come un modello astratto. Dove relatività generale e teoria quantistica confinano. Come? Cosa pensano gli studiosi del Gran Sasso della loro scoperta? Che implicazioni può avere? Un dichiarazione all'ansa di Roberto Petronzio, presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) rende ancora più interessante l'attesa delle prime ipotesi e sembra procedere verso questa direzione. "I fenomeni osservati - spiega - non riguardano certamente la vita di tutti i giorni. Bisogna considerare che la Teoria della Relatività di Einstein coinvolge effetti su larga scala, misurati sulle distanze cosmiche". Facendo delle ipotesi, una delle possibili conseguenze potrebbe essere che lo spazio-tempo non è continuo: questo è un effetto reale, ma che non si percepirebbe nell'esperienza diretta.  "È come pensare a far scorrere la mano su una superficie liscia al tatto, ma che vista a livello atomico è un colabrodo. La mano però ha una dimensione tale da non percepire la realtà al livello degli atomi". Se i neutrini sono più veloci della luce, aggiunge, "non vuol dire che non c'è più una velocità limite". Accade qualcosa di simile a quanto è avvenuto in passato con la meccanica di Newton e Galileo: "sono ancora valide, ma non alla luce della meccanica quantistica". L'ambito della ricerca guarda quindi al multiverso, alle crepe nel nostro mondo e alle possibili interconnessioni. Per lo sforzo e le dimostrazioni e i nuovi esperimenti ci vorranno anni. I filosofi, però, possono già mettersi al lavoro.

E quali sono i temi sui quali possono misurarsi? Essenzialmente due: il primo se i neutrini viaggiano a velocità superiore alla luce e, avendo massa, possono trasportare informazioni, quali saranno i possibili sviluppi? E se queste informazioni possono infilarsi nelle crepe dello spazio-tempo, la cui esistenza è ipotizzabile, come sostiene Roberto Petronzio, cosa potrà accadere?

Altra questione per fisici e filosofi, la teoria del big bang. Si retrodata a 13 miliardi di anni circa la grande esplosione o l'iniziale espansione da un punto-momento massimamente caldo che avrebbero generato l'Universo. La prova sarebbe basata sulla comprovata esistenza di quelle che sono state definite "radiazioni cosmiche di fondo" e lo "spostamento verso il rosso". La frequenza della luce, osservata in certe circostanze-momenti, è più bassa rispetto a quando è stata emessa. Da cui ne è derivata la mappatura della storia dell'universo determinata dall'evidenza dello spostamento dal rosso al blu, all'ultravioletto delle radiazioni. Raccontata così, alla meno peggio, questi argomenti sono stati utilizzati per l'elaborazione di una cosmogonia attualmente diffusamente depositatasi nella coscienza e nel sapere comune. Ma a sostegno di tutta questa ipotesi c'è anche l'idea di una determinata curvatura spazio-tempo, per una gran parte della comunità scientifica tendente a zero. Ebbene l'esistenza di particelle in grado di viaggiare alla velocità della luce, ma di avere massa, può cambiare tutto questo quadro?

 

 

 

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18 settembre 2011 7 18 /09 /settembre /2011 00:50

Ho ascoltato sabato 17 settembre l'intervento del professor Ferraris al Festival della Filosofia a Carpi. Siamo nel pieno della polemica su nuovo realismo e post modernismo,una polemica che ha segnato la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno. C'è il segno positivo del discutere di filosofia sui grandi organi di informazione (il confronto è cominciato da un articolo proprio di Ferraris su la Repubblica, lì e altrove continuato: Foglio, Corriere della sera, etc.), evidentemente tutto questo conferma l'efficacia della celebre allegoria hegeliana: la nottola di Minerva spicca il volo sul calare della notte. Cioè la filosofia distende le sue possibilità quando un ciclo storico si chiude e uno nuovo sta per aprirsi. Solo che il chiudersi di un'epoca e l'aprirsi di un'altra, per Hegel, erano incarnate dal trionfo di Napoleone a Jena, per noi sono incarnati dal tonfo di una Jena che si è creduto Napoleone.

 

Ma andiamo all'argomento: la contrapposizione tra post-modernismo e nuovo realismo potrebbe spostarsi su un tema antico forse come il senso di questo dibattito stesso. E se si cercasse in questo flusso di correnti opposte, una via navigabile lungo il dibattito sull'essenza dell'uomo e, campo in cui Ferraris, si trova a suo agio, su quello dell'ontologia?

 

 Nella contrapposizione fra un post-modernismo e nuovo realismo c'è la posizione del professor Vattimo il quale sostiene che il reale, esista o no, conta poco perchè contano altre cose come il rapporto fra uomini, la solidarietà. Conclude: chi crede solo nel reale è un servo del sistema e del capitale. Dall'altra parte c'è il new realism di Ferraris che omaggia prima di tutto il reale a prescindere da ciò che questo reale significhi (per un soggetto che prima però lo deve rappresentare) o, aspetto più importante, esalta il reale a prescindere da ciò che può diventare, grazie all'intervento dell'uomo e della produzione dell'uomo (e il pensiero è produzione).

 

Mi pare che qui si sia tornati ad una delle grandi contrapposizioni della storia della filosofia, quella fra nominalismo e realismo. Anche i nomi a volte cambiamo poco. Tornando al punto di vista ontologico da una parte abbiamo l'idea che nel post-moderno è l'individuo (o le empatie fra individui) a costituire il fondamento (il nominalista Hume non parlava forse di "simpatia" come sentimento radicale?), il resto, l'universale, il mondo, segue.

 

Dall'altra, nel realismo, il genere, l'essenza (e quindi nel mondo moderno l'epistemologia, la conoscenza vera del reale) precede o prescinde da ogni altra conoscenza, da ogni altro sapere, dal modo di produrre, dalla coscienza e dall'ideologia degli individui. Il mondo c'è nonostante la nostra presenza (esistenza, azione).

 

I delusi dalle ideologie si sono trovati compatti attorno al grande cantiere delle decostruzioni. Sono i luddisti delle ideologie, i figli più o meno illegittimi di Max Stirner,  il nominalista (pre-post-moderno) più radicale. Se per Vattimo non esiste altro che la fondamentale alleanza ed empatia degli sfruttati, Stirner lo batteva eccome, visto che L'"Unico" rifiuta qualsiasi narrazione. Anche quella della solidarietà fra uomini conculcati dalle ideologie, fra le quali, evidentemente, trova posto anche quella della solidarietà contro gli sfruttati. E' il paradosso del solipsismo che Ferraris, citando Russel ripropone, come efficace arma polemica verso chi pretende di costruire un'Alleanza fra persone che condannano le grandi Idee come macchinazioni per lo sfruttamento (quindi, se fossero coerenti, lo dovrebbero fare anche contro quella idea di solidarietà narrata da loro stessi e alla fine si renderebbero conto che proprio l'idea di Alleanza in questo contesto diventa contraddittoria).

 

Come procede la storia delle idee filosofiche lungo il cammino della storia dell'umanità? Non è certo una linea retta, ha piuttosto la somiglianza di un movimento a spirale. Ruota attorno ad un centro, si occupa, quindi, in sostanza, più o meno delle stesse cose, ma con un guadagno ad ogni torsione. I problemi della filosofia sono come una lunga fila di Kehbab che si rosolano, il pensiero si asciuga, ne viene tolta una parte, consumata, si affina, ma continua a girare attorno a quel centro e sopra quelle braci. E così proseguendo, per quanti kehbab possiede quella rosticceria filosofica. E' perciò possibile che la rosolatura del dibattito nominalismo-realismo, arrivato al punto di cottura e taglio di post-modernismo-new realism, trovi un nuovo Carlo Marx che, partendo dal problema della ricerca dell'essenza dell'uomo, superi entrambe le tesi con un ontologia del trans-individuale (lo dicevano Althusser o Balibar), dove la realtà è tenuta ferma dalla capacità produttiva dell'uomo che genera teoria, o ideologia o merci che vengono scambiate per ciò che sono o per ciò che rappresentano e con tutte le problematiche lasciate aperte da un pensiero marxiano che ha certamente bisogno di un nuovo cuoco, ma che è là, vivo e vegeto a fornire gli ingredienti per il superamento della contrapposizione realismo-nominalismo. Magari, come il Kehbab, stavolta il nuovo Marx sarà arabo o verrà dal Sud del mondo.

 

 

Si ringrazia il laboratorio di ontologia del professor Ferraris per la citazione:

http://labont.it/dibattito-sul-nuovo-realismo

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13 settembre 2011 2 13 /09 /settembre /2011 18:19

Massimo Mucchetti in un editoriale pubblicato il 13 settembre sul Corriere della Sera ha dato risalto all'analisi di George Magnus, economista di Ubs, apparsa su Bloomberg . Al centro di questa riflessione c'è il pensiero di Carlo Marx sulla sovrapproduzione, approdo di un'economia capitalista che, per sua natura, razionalizza finchè può i processi di produzione e con essi la capacità di aumentare il pluslavoro (imponendo un prezzo per la forza-lavoro sempre minore, abbassando l'apporto di lavoro vivo, aumentando così la disoccupazione). Salari più bassi, maggiore disoccupazione e merci più numerose, ma inacquistabili. Questo è quello che Marx sosteneva sia destinato ad accadere, questo è il pericolo al quale andiamo incontro. Lo dice Muchetti e lo dice, appunto, anche Magnus che, per inciso, come ricorda l'economista e lo studioso e divulgatore di questioni finanziarie del Corriere della Sera, è stato quello che ha previsto, inascoltato, con congruo anticipo, la crisi dei subprime.

 

L'articolo si svolge partendo da un assunto: per riequilibrare una situazione di crisi serve un impegno degii Stati (curiosamente chiamati in ballo dopo essere stati schiaffeggiati dal grande capitale finanziario sempre più concentrato in pochissimi soggetti) per potenziare la capacità di lavoro.

 

Ora il problema dei processi progressivi di accumulazione di capitale e di svrapproduzione, secondo l'analisi di Marx (sviluppata essenzialmente nel Libro III del Capitale), non ha mai termine visto che non incontra, se non in teoria, un punto di arresto (come lo zero assoluto in fisica). Le sovrapproduzione di capitale sono sempre determinate, nel nesso dei rapprti di produzione che sono sociali (aumento di prezzi, disoccupazione, perdita del potere d'acquiisto dei lavoratori). Ma il sistema economico che ci governa troverà sempre, attraverso le guerre, le ricomposizioni sociali, le norme discriminatorie etc, il modo di ricomporre queste crisi e far ripartire da un equilibrio diverso la marcia di razionalizzazione del processi di produzione immaginata dal capitale stesso. Esempio per tutti il salvataggio da parte degli Stati (e quindi con il denaro dei contribuenti) delle banche che con la loro condotta specultativa avevano determinato la crisi mondiale dei subprime e che però con quei soldi, attraverso gli stessi investiitori "istituzionali", hanno determinato poi gli attacchi ai debiti pubblici degli stessi Stati che avevano operato i salvataggi. Oppure la guerra in Iraq: distruzione del capitale sovrapprodotto e nuovo ciclo di espansione con una distribuzione differente e un nuovo incremento dovuto al grande piano per la ricostruzione dei modelli economici e del ciclo produttivo in un'area nuova.

 

Se il ciclo oggettivamente non si interromperà mai, perchè non si toccherà mai il punto teorico di limite, allora soltanto un soggetto capace di imprimere una rottura storica potrà disarticolare questo sistema. Quale potrà essere questo soggetto? E di quale consapevolezza dovrà dotarsi, per imporre nel terzo millennio questa trasformazione? E per impedire che, qualsiasi aggiustamento, feroce o soft con minori o maggiori effetti sull'umanità , con maggiore o minore coinvolgimento di parti di essa (Sud del mondo, Europa, Est, etc. di volta in volta travolte dal riequilibrio capitalista), sia solo funzionale a lenire di qua o di là le ferite della precedente crisi e a riproporne le condizioni di quella successiva?

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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