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2 febbraio 2014 7 02 /02 /febbraio /2014 23:55

BOLOGNA - La bagarre ricca di insulti iscenata dalla curva del Bologna contro Gianni Morandi nel giorno in cui i potenziali stupratori a cinque stelle insultavano la presidente Boldrini mi ha mosso alla seguenteriflessione, sempre pubblicata sul Corriere dello sport-Stadio. Stanno preparando la B per Bologna.

 

 

Sta retrocedendo la città, la sua classe dirigente (quella della società civile e quella politica) e si stanno disintegrando i valori sui quali questa città era diventata un esempio. Aver lasciato montare per due settimane una sistematica campagna contro Gianni Morandi, per via dell'opposizione fiera a quei cori contro i tifosi del Napoli, senza che nessuno a livello istituzionale sentisse il bisogno di contrastarne gli effetti, è il vero scandalo. Ma questi maîtres à penser della nouvelle vague democratica non li leggono i forum, non vanno su twitter, non ascoltano le radio? O i nuovi media servono solo durante le primarie? La curva con gli striscioni infami e oltraggiosi verso Gianni Morandi agisce come un potere autonomo e indisturbato. Senza che nessuno si sia mai sforzato di capirne le ragioni e contrastarne gli effetti. E così a Bologna si è passati dagli agguati sotto casa di Guaraldi agli striscioni in favore degi utras della Nocerina, all'olio di ricino pubblico, esposto in curva a chi dissente verso atteggiamenti razzisti. Rimanendo al calcio è chiaro come questi atteggiamenti spingano il Palazzo a eliminare gli impresentabili dall'elite sportiva. In questo contesto si spiega anche l'arbitraggio di ieri. Sono meccanismi noti. Ma l'angoscia viene pensando ai due registri di questa città. C'è una classe dirigente che ignora il vulcano sul quale è seduta. E se si parla di Bologna per il capolavoro di Vermeer portato all'attenzione di una nazione, guardando a certi fatti viene da dire che, oltre alla grande arte, bisognerebbe muovere la minuta attività delle coscienze, altrimenti avremmo solo dato una ragazza con l'orecchino di perla ai porci.

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22 gennaio 2014 3 22 /01 /gennaio /2014 00:04

I fischi a Lucio Dalla che cantava Caruso poco prima della partita fra Bologna e Napoli hanno suscitato la reazione decisa di Gianni Morandi. E l'indignazione dell'intera città di Bologna. Ho commentato così sulle pagine del Corriere dello Sport-Stadio questa vicenda

 

BOLOGNA - Indignarsi è l'indispensabile esercizio etico del dopo. Ma c'è un prima. Chi ricorda la prima volta in cui venne sdoganato in televisione il termine "terrone" Chi ricorda la prima volta in cui un leader politico utilizzò contro un suo avversario, invece degli argomenti di merito, la provenienza geografica, il colore della pelle o i gusti sessuali? E la prima volta che venne invocata la morte di un atleta sul campo? Il neo segretario di un partito politico del Nord venne filmato mentre danzava con i suoi seguaci al ritmo di un motteggio inverecondo che si riferisce ai napoletani come colerosi e terremotati. Indignarsi dopo è indispensabile. Ma bisognava intervenire prima. Molto prima.

 

La civiltà è una conquista provvisoria. Si può sempre regredire. Giambattista Vico, napoletano, lo sostenne nel secolo dei Lumi, quando si pensava che da quel momento in poi la luce sul nostro agire non sarebbe più mancata. Venne il buio. Nemmeno tanto dopo. Ma cosa ci sarà di grave, sussurrano scossi da tanta indignazione, gli affezionati al tranquillo e putrido, non facciamone una questione di vita o di morte? In fondo, di cosa parliamo? Di fischi ad un geniale brano musicale, diffuso nel posto sbagliato? Il «Caruso» di Dalla doveva affratellare due tifoserie? Ma quegli altri non ci urlano e ci dicono di tutto? E non ci lanciano gavettoni, riempiti con le loro urine? Non sarà la fine del mondo: nel calcio ormai è normale.

 

C'è un magnifico libro «Come si diventa nazisti» dello storico tedesco William Sheridan Allen. Venne ripubblicato in Italia nel ?94 con prefazione di Luciano Gallino. E' la storia di un piccolo paese che l'autore chiama Thalburg, ed è in realtà Nordheim (nell'Hannover), dalla fine degli anni venti all'inizio degli anni trenta. E' la storia di un luogo normale, simile a certi paesotti italiani del Nord, dove coesisteva una tradizione democratica e una bella etica del lavoro, una condizione sociale non conflittuale, una forte presenza artigiana. Il linguaggio fece capire quello che stava succedendo, alimentato da mille fantasmi, crisi economica, sfiducia, sospetto. Nessuno ebbe la forza di contrapporre a questa degenerazione altri valori. Si accettarono, a poco a poco, zone franche. Esprimersi, ragionare e agire in una certa maniera fu prima tollerato, ma subito dopo divenne normale.

 

Anche le curve degli stadi sono diventate zone franche. Per il calcio valgono regole non scritte che altrove sarebbero inammissibili. Provate a insultare, bloccare una strada, andare sotto casa di un imprenditore e lanciare petardi e bombe carta. Non per il calcio, ma per reclamare lavoro o per impedire un traforo che sventri una valle. In curva valgono altre regole e altri valori. Pensate che questi ultras non sappiano che innalzare striscioni ingiuriosi rechi danno a tutti, compresa la squadra per la quale ci si farebbe scannare? Sì, tutti lo sanno. Ma nelle altre curve (Milano, Verona, Torino) hanno fatto lo stesso contro i napoletani. La curva di Bologna, perciò, doveva competere essere degna delle altre. Già, dignità. Stesso suono per rappresentare un altro universo. Nessuno, finora, si è sforzato di capire il nuovo mondo che si stava formando. Ecco perché bisognava intervenire prima. Prima che questi nuovi valori sostituissero quelli che hanno fatto grande Bologna. Per capirli, interpretarli, contrastarli. Ora non rimane che indignarsi. Morandi lo ha fatto difendendo, quasi da solo, un amico e un principio. Basterà?

 

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3 gennaio 2014 5 03 /01 /gennaio /2014 10:30

BOLOGNA - Questo mio testo è apparso sul Corriere dello Sport-Stadio del 31 dicembre, volevo condividerlo con voi nel giorno del 45° compleanno del pilota. E' ovvio che il concetto di destino ha bisogno di approfondimenti. Ma, rispetto a quello che si è detto riguardo la vicenda Schumacher, è chiaro che l'incidente è accaduto per fatalità e non per sprezzo del pericolo. Quindi calza il tema del destino, non altre analisi che pure sono apparse riguardo l'etica del rischio eccetera e che nel caso dell'incidente alpino dell'ex campione del mondo, proprio non hanno nulla a che vedere. E poi ci sarebbe da dire ancora molto sulla idea della nostra società basata sul semplice esistere. Prendiamolo come un punto d'appoggio per ripercorrere in due battute il terribile peso del destino nella nostra civiltà.

 

Qauando il destino colpisce, l’ovvietà ci protegge dallo smarrimento. E così ci ritroviamo con un’alzata di spalle: era destino. Michael Schumacher, dominatore del rischio e della velocità, lotta contro la morte dopo una caduta con gli sci. Ci sconvolge l’alito di questa sorte. E se non banalizziamo, tremiamo. Perchè manca un appoggio a noi figli di un’era fondata sul semplice principio di esistenza. Qui non serve altro che nascere. Poi pieghiamo tutto alla tecnica, sciogliamo i legami con la natura e con la specie, con il nostro genere e con la nostra storia sociale. Seduciamo il destino e lo abbandoniamo. Scegliamo dove andare e attraversiamo la fune tesa da un estremo all’altro. Sicuri che nessuno la farà oscillare. Ecco, il punto è questo.
 

 

Chissà quanto volte Schumacher ha sentito il brivido del rischio, quell’adrenalina che consente di allargare il tempo e renderlo diverso. Una curva percorsa a 250 all’ora e una sbandata chissà quante volte hanno fatto entrare Michael in quella dimensione di cui parla anche Valentino Rossi: «Ci sono momenti in cui compio gesti, forse sapienti, di certo necessari, ma che visti da fuori hanno una incredibile velocità. Eppure li eseguo tranquillamente».Schumi era abituato a questo. C’entrano tecnica e specializzazione? Certo, ma questa esperienza ha radici antiche: i greci la chiamavano kairos, la dimensione qualitativa del tempo, distinta dal kronos, fatto dalla quantitativa somma degli istanti. Chi viveva il kairos si appropriava dell’ordine in cui si era calato e da uomo mortale compiva qualcosa di divino. Dietro ogni evento, però, si tessevano le trame del Destino alle quali nemmeno un dio poteva sfuggire. Il Destino poteva farci cadere dalla corda che stavamo attraversando con perizia e sicurezza, gettandoci nel kaos e nel kronos che tutto divora. Con il passare dei secoli abbbiamo trasformato questo destino in Provvidenza. E abbiamo pregato che ci raggiungesse nella sua forma benevola, offrendo la nostra Fede. Poi non ci siamo più accontentati e in quel destino abbiamo cercato la Ragione. Abbiamo preteso di parlare il linguaggio di Dio con i numeri che riconoscevamo in ogni composizione umana e naturale. Grazie a questa nuova sapienza siamo diventati creatori, siamo diventati noi stessi i fabbricatori del destino. Siamo così entrati nell’era dell’ultimo uomo, quello che tutto possiede e che tutto sa, un’era «destinata» però al tramonto.
 

C’è un «Inno» bello e tremendo di un poeta tedesco, intitolato al «Reno», il grande fiume nel cui bacino c’è il circondario del Rhein-Erft-Kreis, proprio dove è nato Schumacher. Nel fiume si compie l’esistenza - si dice - e chiunque sia stato eroe si ricongiungerà al divino dal quale si è separato. Lo farà attraverso le risorse che lo hanno reso invincibile. Il dominio del rischio e della velocità di Michael equivalgono alla forza titanica del Reno che si scaglia contro i suoi argini. O all’antica storia della città di Xanto i cui abitanti - ricorda il poeta - si precipitano verso una terribile riconciliazione. Accade perciò che prima o poi – dice Hölderlin – o all’improvviso, un fiume, un popolo o un eroe, incontrino inesorabilmente il proprio Destino. Un appuntamento che spetta, però, ai grandi. A noi rimane solo la sconvolgente visione dell'Enigma.
 

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13 dicembre 2013 5 13 /12 /dicembre /2013 01:03

Volevo condividere questo mio intervento apparso mercoledì 11 su Il Corriere dello Sport-Stadio

 

 

Nell’era della sua riproducibilità 
succede di vedere un’«opera d’arte» incontrare un manufatto a propria 
immagine. E’ capitato a Madrid al Wax Museum: Cristiano Ronaldo si è 
imbattuto nella sua replica in cera corredata di maglia della 
nazionale portoghese. I musei di questi generi rappresentativi vivono 
della contemporaneità, un po’ come i carri carnevaleschi riproducono 
gli eventi e i protagonisti dell’oggi sia pure in forma grottesca.

 


    Ma dall’incontro, ormai virale sulla rete, tra il campione e quella 
Immagine interessa un’altra cosa: l’affermarsi, proprio attraverso il 
calcio, dell’idea di «opera», simile a quella di organismo. E’ la 
risposta all’imbarazzo di fondo che ci impedisce davvero di capire a 
cosa ci riferiamo quando si parla di un’opera e della sua replica, 
situazione che nel calcio è portata all’estremo. Se un Ronaldo in 
borghese come un qualsiasi visitatore ha di fronte il Ronaldo 
rappresentato come calciatore, è lecito chiedersi, dove è l’immagine 
originariamente mitica? In ciò che si muove o in ciò che è 
rappresentato come autentico calciatore?

 


    Lo spaesamento comincia a serpeggiare pensando al cinema come luogo 
di creazioni collettive (si perde il creatore unico, così frammentato 
fra regista, montatore, sceneggiatore etc,) Qui comincia a prendere 
corpo la metafora dell’organismo. Di quale opera parliamo quando 
abbiamo a che fare con un film? Della sceneggiatura, di una delle 
versioni più riuscite, delle sequenze al netto o al lordo di un certo 
taglio, con un montaggio o con un altro? Ma potremmo anche dirlo di un 
romanzo: è sempre lo stesso con un capitolo tolto, oppure aggiunto? E 
se sono disponibili tutte le versioni (del film o del romanzo), queli 
si posso eliminare e quale conservare per sottolineare l’autorità 
«genetica» del modello?

 


    Al concetto di master e di autore unico si sta quindi sostituendo 
l’idea di opera evolutiva. E, come ogni organismo, l’opera ha una sua 
vita e un suo sviluppo. Ma passando dalla letteratura al cinema, 
arriviamo al calcio: cosa accade quando Ronaldo guarda la sua 
rappresentazione in cera? (o meglio cosa succede di fronte alle 
immagini che riproducono questo evento?) Abbiamo il capovolgimento: 
l’opera è ciò che vive, la sua replica riproduce ma non produce.

 


    Questo perché lo sport, più di altri momenti di vita quotidiana, 
induce un effetto estetico che poi, attraverso l’allineamento del 
gusto, fa sì che tale partita, tale giocata o quel calciatore possano 
evolvere in qualcosa d’altro. Diventano una forma di vita condensata: 
simboli. Spieghiamo: noi ci esprimiamo e proviamo sensazioni (cioè 
usiamo linguaggio e percezione), ma, in certi casi, da questa attività 
immediata vengono fuori attività estetiche, simboli, icone, fatti 
d’arte.
 

 

    Finora l’icona è stata prevalentemente un’immagine originaria che ci 
comunica qualcosa attraverso un uso diffuso delle sue repliche nella 
vita di tutti i giorni, in tante copie, con molti errori (voluti e 
non), attraverso sberleffi o liturgie. E così abbiamo i tanti usi 
delle icone contemporanee, dalla Gioconda, al discobolo di Mirone, 
all’urlo di Munch: sono tutte immagini diventate magliette, quadri, 
imitazioni di quadri, tazze da caffè, manifesti, murales.

 


    Ma lo sport come spettacolo globale ha fatto di più: ha creato il 
mito dell’atleta riprodotto in miliardi di immagini a rapida 
diffusione planetaria. Queste immagini, a differenza delle varie copie 
della Gioconda, sono immediatamente originali e repliche. Qui la 
televisione fa la differenza: propone in diretta il campione Ronaldo a 
vantaggio di chi non lo vede «autenticamente» dal vivo. Ma, viene da 
chiedersi: dal vivo, poi, come? Dalla tribuna, dal campo, dalle 
lontanissime curve? E poi quel vedere dal vivo è davvero più "vero" 
della percezione scaturita dalla realtà aumentata delle telecamere che 
colgono ogni smorfia in decine di diverse posizioni e repliche? Ed 
ecco scoprirsi l’autentica opera d’arte sportiva. Ronaldo, come ogni 
altra grande icona del calcio, è tutto questo "vedere" in-sieme, a 
prescindere da come la si rappresenti. In cera o in pixel o in carne e 
ossa. E’ l’opera d’arte viva, sparsa dentro il nostro mondo.

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16 novembre 2013 6 16 /11 /novembre /2013 13:35

BOLOGNA - Abbiamo capito che Niki Vendola non è Josè Mujica, il presidente dell'Uruguay che rifonde allo Stato il 90% del proprio appannaggio e che vive in una casa di 50 metri quadrati. Niki Vendola non nuota nell'oro, nè ha collezionato comportamenti illeciti. Ma il suo modo privato di fare politica contrasta clamorosamente con la sua missione pubblica, esattamente il contrario di come è e appare il primo cittadino dell'Uruguay.

 

La telefonata fra il presidente della Regione Puglia e l'ex responsabile dei rapporti istituzionali dell'Ilva, Girolamo Archinà, esprime in modo drammatico una classica antinomia di ogni forza rivoluzionaria o radicalmente riformatrice. La confidenza e la collusione emotiva, ancora prima di alcune espressioni e contenuti infelici debordanti in quella chiacchierata, sono sconfortanti per chi crede che le trasformazioni politiche ed economiche passino per forza da una differenza di comportamenti. Non è sufficiente proporre contenuti diversi nell'esercizio della propria attività politica. E' anche l'aspetto presentazionale a fare la differenza. E visto che il modo di dire una cosa, in una politica diventata, con gergo consueto, spettacolo, è parte importante di essa, allora ne deriva che sbagliare tono, sbagliare forma, sbagliare lessico è come sbagliare contenuto.

 

Piaccia o non piaccia quella che descriviamo come degenerazione della politica è in realtà la commistione dei contenuti alle forme che pervadono la nostra forma di vita sociale rendendo politico ogni motteggio. Chi ne ha tratto vantaggio, per ora, è chi detiene il potere. Gestendo comunicazione e informazione è facile banalizzare, abbassando qualsiasi contenuto (soprattutto quegli scomodi) a qualsiasi smorfia (e così finiscono per essere tutti uguali).

 

Fa parte in ogni caso di quella estetizzazione del mondo che è un modo d'essere del post-moderno. Ci siamo dentro, lo abbiamo accettato con acquiescienza attraverso l'arrendevolezza verso forme culturali di comunicazione importate e per certi versi persino esaltate rispetto agli stili del passato.

 

E perciò quando Vendola con termine mutuato dalla filosofie della destrutturazione parla di necessità per la sinistra di creare una nuova narrazione, indica la strada. Solo che invece di costruire attraverso contenuti e comportamenti un nuovo mito dal carattere performativo, il "presidente" fa di necessità virtù. Dove la necessità di governare è la virtù stessa. Lo stile, invece, è la strada che indistintamente replica i propri comportamenti pubblici o relazionali da decenni. Ma la vera rivoluzione attecchisce ed è autorevole se è anche rivoluzione di stile. E' proprio paradossalmente ciò che Vendola ha spesso invocato. Ma, in questa ricerca, evidentemente il leader di Sel si è perso.

 

E' pure evidente che l'operazione su Vendola sia stata messa in piedi da un'area contigua al populismo di Grillo e del suo padrone, Casaleggio. E va messa in conto all'attività eversiva di quell'area politica e intellettuale. Ed è quindi mirata non alla chiarificazione di ciò che è alternativo all'attuale potere, ma allo spostamento dei consensi verso un asse verticistico e, ripeto, eversivo che vuole far cadere il paese in mano a forze oscure e comunque ad un oscurantismo politico. Tant'è vero che ogni commento proveniente da quell'area parla di immediata fine politica di Sel e del suo leader. Rendendo quindi evidente un fatto: il colpo vibrato a Vendola aveva la precisa ambizione di poter essere mortale.

 

Considerazioni tattiche a parte, resta però indubbio che la questione potere, contenuti del potere e forme di rappresentazione di potere, oggi costituisca un intreccio dal facile corto circuito e che non prevede la possibilità di avere fili scoperti. Raccontare le proprie ragioni, riuscire ad edificarle politicamente e trovare il modo coerente di farlo non può che essere un tutt'uno. Si è credibili se ogni aspetto della presentazione della propria politica è percepito senza difformità dai contenuti. Non ci si può comportare pubblicamente da rivoluzionari e da oligarchi in privato. L'unica grande coerenza dell'accozzaglia grillina, in realtà, è solo questa. Aver reso trasparente il meccanismo mafioso (nel senso della cultura politica che evoca questo termine, legato all'appartenenza e alla fedeltà e non alla competenza e alla critica di giudizio) di gestione della propria organizzazione, ai contenuti populisti e radicali in cui le aree di riferimento di quel messaggio politico si identificano. Anche la pochezza politica dei cinque stelle e la arrendevolezza ai sistemi padronali suggeriti da Casaleggio e Grillo sono un tutt'uno. Ma questo non viola alcun patto. Nessuno si sorprenderà di una telefonata galeotta di Grillo che tranquillamente senza infingimenti manda a parlare gente con i fascisti de Le Pen in Francia o il cui ideologo, Paolo Becchi, strizza l'occhio a Berlusconi pur di contrastare partiti o organizzazioni politiche non padronali, anche se profondamente ammalate, come quelle legate ai sindacati e ai partiti della sinistra. I grillini vagheggiano il meglio e praticano il peggio, ma tutto alla luce del sole. La loro formula di consenso non viene contraddetta mettendo a confronto il comportamento con i contenuti, perchè è tutto già noto. E accettato. Il colpo di grazia semmai arriverà, come sta accadendo per la spassosa amministrazione Grillo-Pdl di Parma (i quadri tecnici di riferimento della struttura di amministrazione sono legati alla destra, la faccia ce la mettono i gonzi di turno), dalla clamorosa inefficacia dei risultati. Promettere di impedire la costruzione del termovalorizzatore e non riuscirci è indubbiamente un fiasco di cui la gente si rende conto. Il ciarpame grillino, perciò, verrà spazzato via soltanto quando si metteranno a confronto promesse e risultati. Ma per aspettare che ciò accada sarà necessario che questa gente metta le mani sul potere. E allora sarà il disastro. E con loro andremo tutti alla deriva.

 

Viceversa per la sinistra, ammesso che abbia senso in Italia parlare, in questo momento storico, di questa categoria politica, la verità è un'altra. Quella che hanno profetizzato e poi dimostrato gli zapatisti in Chiapas. Non sono le sconfitte politiche su questo o quell'altro aspetto a privare di autorevolezza un governo gauche. Il vero nodo, ma questo lo propose con drammaticità già il furibondo dibattito che esplose già ai tempi delle grandi insurrezioni europee dell'Ottocento, fra Bakunin e Marx, e pure la critica radicale alle pretese organizzative di una struttura che lotta per la rivoluzione (con le derive di Stirner), è la questione del potere. Gli zapatisti, al culmine di oltre due secoli di dibattiti, hanno sviluppato un'idiosincrasia verso quelle pratiche politiche che privilegiano il fare al come farlo. Ed ecco che il loro monito e tante complicate, e a prima vista inefficienti misure di governo, restano una traccia, anche se aurorale, alla soluzione drammatica del vero grande rischio di ogni rivoluzione che parte con la missione di cambiare il potere e spesso finisce per l'esserne cambiata.

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14 novembre 2013 4 14 /11 /novembre /2013 01:07

BOLOGNA - Questa è un'analisi che ho prodotto per il Corriere dello Sport-Stadio in stampa nell'edizione del 13 novembre. Volevo condividerla con tutti voi.

 

L'era moderna è stata caratterizzata dalla parola fine. Di volta in 
volta è stato annunciato il termine di tutto: religione, politica, uomo, arte, storia, Dio. E se la civiltà moderna si è estinta nel Novecento, lo sport, ultimogenito dei suoi miti, ora non sta affatto bene, tanto per parafrasare Woody Allen.
 
Le affermazioni sconsolate dopo i fatti di Salerno, il sentimento di resa per l’incontrollata cascata di manifestazioni razziste, il riemergere di inquietudini riguardo alle scommesse, sembrano infatti annunciare un crepuscolo. Ma per provare a rimettere ordine nello sport come collante della civiltà, oramai post-moderna, bisognerebbe capire da quali venti esso 
sia scosso. Non è solo l’inconsistenza degli eroi di oggi, (quelli  sportivi si afflosciano anche ai ricatti ultrà) a svelarci l’assenza di riferimenti. Valori e contenuti mancano quasi ovunque. Di conseguenza le persone si aggregano e si dividono sulla forma e sul gusto. Non è forse questa la civiltà che crea le differenze e i gruppi sulla base di un «mi piace» clickato su facebook, luogo dove ci ritroviamo per rimappare le nostre appartenenze? Il «mi piace» è un giudizio di gusto: è in definitiva la vittoria dell’aspetto estetico su ogni contenuto. Valeva per Grande Fratello e Second Life, vale per «X-Factor». Vale nel calcio. Cosa c’è di più estetizzante di un gesto di un calciatore, riprodotto in milioni di frame in tutto il pianeta, o nella scomposta esultanza di un dirigente, che però, dopo poco, diventa un modello? Stessa cosa per i cori e gli striscioni.
 
Ecco: la ricerca di un luogo dove ricreare una propria comunità e l’emergere di forme estetiche che soppiantano tutti i contenuti possibili sono esattamente le energie che agiscono negli stadi. Se, poi, apprendisti stregoni  (dirigenti senza scrupoli, capi ultras, boss della malavita) provano a indirizzare questi fenomeni, abbiamo come conseguenza degenerazioni e pericoli, una zona franca al di là del bene e più vicina al male.
 
Ma la ricerca di un luogo dove riformare la propria identità e la pratica  del gusto non sono negative in sé. In curva, spesso, si creano quelle Zone Temporanemente Libere, dove i sociologi si sono esercitati e che  corrispondono alle istanze di libertà che troviamo in tanto attivismo giovanile o territoriale, lodato da Piazza Tahir a Piazza Taksim,
 dalla Val di Susa a Zuccotti Park. Come al solito, in modo abnorme, il  calcio, grande incubatore di ogni tensione, è arrivato prima.
 
Nel 2003 a Londra ebbe uno straordinario successo The Weather Project, un ambiente, o un’opera d’arte, o tutte e due insieme che riproduceva  attraverso un caldo sole artificiale un humus primordiale. La gente  accorreva e ci si adagiava perché sprofondava nel mito di un nuovo  mondo. Un mondo del tutto artificiale, una proiezione di tipo sensoriale e quindi estetica, un mondo nuovo che riproponeva il ritorno a casa, una casa archetipa e mitologica.
 
Al calcio invece è mancata la riscrittura del suo mito anche per colpa di chi ha voluto prendere e mai dare. Non in termini di progetto economico (quelli abbondano) ma di valori universali. E così la malattia ha cominciato a degnerare creando quei non-luoghi che sono diventati i nostri stadi. Preda di pulsioni primordiali e di forme mimetiche. E del loro cascame.

 
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13 ottobre 2013 7 13 /10 /ottobre /2013 05:23

Con un certo ritardo volevo condividere un articolo sulla serialità delle insensatezze di un calciatore italiano come Mario Balotelli, pubblicato su "Il Corriere delloSport-Stadio" il 24 settembre

"Le squadre faticavano attorno alla linea di centrocampo, quando d’improvviso il brusio di San Siro venne interrotto da un lungo applauso: avevo sbagliato il mio primo passaggio nel Milan". Nessuno saprà mai se gli aneddoti con i quali Nils Liedholm infiorava le sue conferenze stampa fossero veri in parte o falsi del tutto. Vero  è che il primo errore dopo un grande ciclo, anche se piccolo, lascia sempre il segno. E i segni vanno interpretati. Ci raccontano dell’era in cui compaiono, ci illuminano su chi ne viene coinvolto. O svelano chi li narra.
 

Il rigore 22 è fatale a Marco Balotelli, dopo una raffica di tiri a segno senza tremore. Di tremore e timore scrisse un danese dell’Ottocento che utilzzò anche la metafora del grande seduttore per descrivere la stanchezza del conquistatore seriale. Don Giovanni collezionava imprese galanti, come Balotelli successi dal dischetto. Invece di trovare libertà ed eros, in quelle sequenze, incontrò la schiavitù. L’errore dal dischetto o la fine delle conquiste a ripetere interrompono una gloriosa noia: offrono però l’occasione del riscatto e della maturazione. O della definitiva perdizione. Don Giovanni sprofonda all’inferno. Non c’è salvezza. E Balotelli? Segna, perde, insulta e minaccia l’arbitro ("Ti ammazzo"), si fa espellere e squalificare per tre giornate. Cerca il senso dopo il grande evento, la grande catastrofe.
 

I cicli s’interrompono e si capisce quando sta per accadere. Il Milan di Capello si ferma a 58 risultati utili consecutivi il 21 marzo del 1993. Un record è dato da una somma di eventi. Quando questi si protraggono tutti uguali diventano più importanti di ciò che stai 
facendo in quel momento puntuale. Prendono il sopravvento, prosciugano energie e proiettano fantasmi. Incubi premonitori. Basta leggerli e aspettarne il compimento. Il 10 marzo di quell’anno il Milan perde all’Olimpico nella semifinale di andata di Coppa Italia contro la Roma di Ciarrapico. Il presidente giallorosso si era fatto ricoverare in concomitanza di alcuni guai giudiziari che lo inseguivano. Non resse - raccontò - all’emozione e, indossato un impermiabile sopra il pigiama, via ad abbracciare i giocatori negli spogliatoi. Quella scena anticipa la sconfitta milanista di campionato, undici giorni dopo, inferta da  un altro giocoliere dello sport: Faustino Asprilla.
 

Attenzione, però, chi viola il sacro cammino resta vittima della vendetta degli dei. E così l’imbattibilità della Juventus di Antonio Conte si esaurisce il 3 novembre del 2012 con l’Inter, 1-3 dopo 49 risultati utili consecutivi. Una sequenza da far tremare i polsi e che 
avrebbe potuto far dare i numeri. Ma alla fine Conte sopravvive e trionfa; Stramaccioni, l’enfant prodige di Moratti, scompare nel gorgo di un’era interista che tramonta.
 

Gli dei a volte sono demoni maledetti e così i record della “Magnifica” nazionale austriaca degli anni Trenta, 14 gare senza mai perdere, quando si giocava davvero ogni tanto, vengono ingoiati dall’idolatria nazionalista. Battuti dall’Italia nel 1934, gli austriaci si dissolvono nell’Anschluss nazista. Una perdizione assoluta.

 

Chi gioca con dei e demoni per sopravanzarli tutti è Gianlugi Buffon. Ma anche il Sigfrido azzurro entra in una speciale e controllata nevrosi di fronte alla sua imbattibilità. Anche per lui, dopo 568 minuti, quel gol all’Olimpico segnato da Mauri, sa di libertà. La libertà è un orizzonte che scioglie, ma che incute soggezione. Proprio come i numeri delle sequenze record che sembrano ingigantirsi e vivere un’esistenza fantasmatica, fino a schiacciarti. Cosa farà, perciò Balotelli dopo il rigore sbagliato, la sconfitta, la squalifica e il grande scandalo? Sarà la fine del gioco adolescenziale e l’inizio di una inevitabile maturità? Gli è stato sottratto il gioco elementare del segna e vinci per edificare la sua personalità. Quel pio signore danese racconta di un salto a proposito del Don Giovanni, specchio del rigorista Balotelli. Il Don Giovanni mozartiano segna un passaggio, dall'estetica all'etica, dal compiacere se stesso, a vivere per delle norme che si ritengono giuste. E così Don Giovanni precipita all’inferno, ma qualcosa sopravvive a quell’esperienza. E’ il salto che si impone al Don Giovanni nero. Balotelli, dopo aver ammirato in se stesso l’infallibile, deve progettare l’uomo e l’atleta nuovo. Che offre il suo talento agli altri. Così quel rigore sbagliato e quella serie interrotta avranno finalmente un senso. Quello che domenica sera Balotelli ha provato a cercare nella sua catastrofe.
 

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5 settembre 2013 4 05 /09 /settembre /2013 09:49

BOLOGNA - In questi giorni sono apparse un paio di interviste a due cantautori che hanno attraversato gusto e impegno civile di diverse generazioni (diverse anche nel senso di generazioni diverse), Francesco De Gregori e Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. De Gregori, tra le altre cose, dichiarava di essersi sentito berlusconiano solo una volta (ma basta per essere commentato), quando la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy si fecero beffe dell'allora primo ministro italiano. E poi ha aggiunto di aver votato per Mario Monti alle recenti elezioni politiche per una delle due camere del parlamento. Jovanotti ha invece parlato di "crescita", "pil", affermando che la crescita economica è bellissima. Insomma una traduzione per dummies del mainstream economico, reso forse meno sincopato dell'hip-hop, ma sufficiente per intenderci.

 

Questi due spunti sono l'occasione per evocare, nel caso dei due artisti italiani, il concetto di morte dell'arte che appartiene alla storia culturale di due secoli fa, ma che è attualissimo perchè ha a che fare con il venir meno della funzione artistica come guida valoriale del mondo, a vantaggio di una autonoma estetizzazione che, in quanto autonoma, non ha potere di raccordo con istanze generali, ma, semplicemente aderisce al reale. La morte dell'arte venne proclamata da George Friedrich Hegel che aveva ipotizzato la fine della missione dell'arte. Se, il reale è razionale, non c'è più bisogno di un razionale evocato dalla dimensione artistica che ha sempre avuto la funzione di tradurre in immagini, attraverso le forme, le istanze dello spirito. Lo spirito a volte si trovava a suo agio con il tempo di cui era espressione, e allora assistevamo allo splendore artistico eticamente composto con la sua era dell'antica grecia e dei primi secoli della medievalità cristiana. Altre volte l'arte diventava motore dei cambiamenti, li annunciava, li evocava, li rappresentava. Ad un certo punto, sostiene Hegel, questa funzione viene meno. Perchè l'arte si estetizza e perde la sua funzione rappresentativa per relegarsi semplicemente a forma. Questo è Hegel. L'arte quindi, attraverso gli artisti, evocava una visione. Una narrazione come avrebbe sostenuto con vocabolo ora abusato dai filosofi del tardo novecento. Se questa visione non c'è più e dietro l'arte e l'artista non scintilla più l'aspirazione a riflettere su una condizione universale del mondo, siamo arrivati al capolinea. Sostiene Federico Vercellone, estetologo presso l'Università di Torino  che la visione dell'arte come istanza spirituale di raccordo "contrasta con la modernità borghese, prosaica, nella quale le diverse sfere dell'esistenza vengono articolandosi come modalità separate che non consentono più quanto contemplato invece dall'idea dell'individualità eroica. In quest'ultimo caso l'eroe può essere legge a se stesso... mentre questo non potrebbe darsi nel mondo borghese moderno". Ed è quindi plausibile che in questa frammentazione delle "sfere dell'esistenza" Jovanotti invochi la crescita del Pil e De Gregori applauda Monti. Nella loro poetica non troverebbe più posto un eroe come Odisseo: nell'era dell'arte vivente, infatti, "l'eroe è legge a se stesso è incarnazione vivente del diritto e del proprio diritto". Sostiene ancora Vercellone: "un moderno Odisseo che procedesse solitario alla strage dei proci non verrebbe riconosciuto come eroe, ma arrestato e giudicato come un criminale squallido". Non ci sarebbe più spazio nè per lui nè per l'eroe della Locomotiva di Guccini. Quest'ultimo sarebbe relegato alla condizione di un terrorista kamikaze, alla stregua dei jihaddisti che si lasciano esplodere seminando terrore fra innocenti. L'arte diventa incapace di costituire un vincolo grazie al quale è connessa alla cultura. Si andrà a sentire, perciò, Jovanotti e De Gregori, nei luoghi istituzionali dove la loro tecnica artistica si offrirà al pubblico (sia pure virtualmente grazie alle tecnologie). Si uscirà e, quanto ascoltato, verrà leggittimato dalle proprie regole artistiche. Non ci sarà, piccolo che sia, un giudizio della storia. Siamo approdati così all'irrilevanza. Tanto che, parlando del mondo che pur ci condiziona, si può arrivare a sostenere, come fanno De Gregori e Jovanotti, senza batter ciclo, di essere a favore o contro Mario Monti, applaudire i segni più che provengono dagli osservatori economici quando ci dicono che il Pil è cresciuto. Che emozione.

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1 luglio 2013 1 01 /07 /luglio /2013 01:28

BOLOGNA - Mi sono divertito a scrivere su "Stadio" del primo luglio queste righe dopo la prestazione di Alessandro Diamanti contro l'Uruguay nella Confederations Cup, impreziosita dal suo magnifico gol su punizione. Eccole per intero.

 

 

Da angeli o da demoni non so, ma quelle traiettorie non sono disegnate 
da uomini. Alessandro Diamanti appare senz’altro umano, anche se, 
sulfureamente, spumeggia di tatuaggi e di ricci diabolicamente 
meshati. Le punizioni calciate ieri contro l’Uruguay, soprattutto 
l’ultima, quella dell’1-2, appartengono però ad una precisione 
artificiale, quelle da videogioco, oppure sono di un altro mondo.
    La mano che permette a quel pallone di salire, di accarezzare la 
barriera e di infilarsi con una rotazione su se stessa che sembra 
sprigionare bagliori, è invisibile. Ieri ha accompagnato le torsioni 
di Diamanti e i tuffi di Buffon nel grande prologo della sfida fra 
Brasile e Spagna. Al fianco dei due, soprattutto a fianco a Diamanti, 
c’era un angelo o un demone. Qualcuno o qualcosa che ha deciso di 
rendere invincibili i protagonisti azzurri.
    Ma chi è questo demone? Chi è questo angelo? Sono custodi fedeli dei 
sogni, delle ossessioni o delle aspirazioni. Gli artisti, i poeti, i 
geni ne utilizzano le risorse. Ma, davvero, chi sono? Sono presenze, 
frutto della voglia di credere a qualcosa di grande che diventano 
grandi al nostro fianco se ben coltivati, se amati. Ci si specchia in 
questi demoni. In loro c’è quella perfezione che inseguiamo e che a 
volte desideriamo a tal punto da renderla viva. Cammina con noi 
quest’idea di perfezione, ci guarda mentre proviamo e riproviamo una 
certa cosa: può essere un accostamento di colori o di parole, un acuto 
dentro una tessitura vocale. Nel caso di un calciatore, una giocata, 
una punizione, appunto.
    In quel demone ci si immedesima e ci si scioglie. Lui, ad un certo 
punto, dopo essere diventato il nostro desiderio solido, ci prende di 
nuovo per mano. Ma può stordirci. Diventa tanto luminoso da non 
poterlo guardare o tanto dolce da non poterlo più abbandonare.
    Il Bologna, questo angelo tatuato, questo demone bizzarro, questo 
genio che si scopre tale solo in una tarda età da professionista, non 
lo può lasciare. Non lo può abbandonare. Gli angeli hanno bisogno di 
un luogo dove sentirsi tali. Diamanti, uomo, angelo o demone, deve 
restare a Bologna.

 

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29 giugno 2013 6 29 /06 /giugno /2013 23:41

BOLOGNA - Questo è il testo pubblicato su "Il Corriere dello Sport-Stadio" del 30 giugno in ricordo di Margherita Hack, volevo condividerlo con i frequentatori del mio blog

Margherita Hack ha reso più onore alla terra che alle stelle. Per questo, farisei esclusi, viene ricordata con affettuosa deferenza. E’ scomparsa come voleva, a 91 anni, senza lunga malattia. Al suo fianco Aldo, il marito, 70 anni insieme, fino a che morte non li ha separati nella notte fra venerdì e sabato nell’ospedale di Cattinara, ad est di Trieste. I suoi titoli scientifici sono innumerevoli, la forza della sua parola nella divulgazione ha affascinato studenti, famiglie e bambini. Ha onorato il suo genere sia con dignità, contro ogni discriminazione di tipo sessista e omofoba, sia con profitto, prima donna a dirigere un osservatorio astrofisico. Rispettava ogni essere senziente, vegetariana dalla nascita, e quindi rispettava il comandamento “non ammazzare” più di tante persone pie. Cresciuta in una famiglia abituata alle letture e alle discussioni sulle letture svolte in un clima culturale aperto alla teosofia e al protestantesimo, era appassionata di sport.

La terra le è servita da pedana per contrastare la forza di gravità. Da piccola si arrampicava sugli alberi del parco del Bobolino come e meglio dei maschi; ha praticato sport, salto in alto e salto in lungo, nella società Giglio Rosso dove è arrivata alle soglie dell’eccellenza. Recentemente ha raccontato di una seduta durissima d’allenamento, durante la Guerra, in cui un allenatore della nazionale provava a perfezionarla nella tecnica, «staccavo troppo presto e arrivavo sull’asticella in parabola discendente». Vinse tre volte i Littoriali, i campionati studenteschi sotto il fascismo e per due volte arrivò terza ai campionati assoluti. Fiorentina e tifosa della Fiorentina (la società l’ha ricordata con un comunicato) seguiva la squadra viola anche da Trieste, dove si è presto trasferita, insegnando all’università dal 1964 al 1992.

I suoi interrogativi sul cosmo, sulla fine e sul principio di tutto sono circoscritti a ciò che si dimostra. Era atea e comunista, scelte (impronunciabili) che ieri in tanti hanno annacquato, per poter così fare a spinte nella foto di gruppo dei commiati dalla quale non si può mancare; è stato perciò un personaggio scomodo e puro se preso sul serio. Amava la bici e il buio che permettono, pedalando, di indagare il tempo e, scrutando verso l’alto, di investigare lo spazio. Nel guardare le stelle non trascurava affatto dove mettesse i piedi, anche se i suoi passi non si sono mai troppo allineati con quelli degli altri. Talete, racconta Platone nel Teeteto, cadde in un pozzo d’acqua mentre osservava i moti dei pianeti. Ne rise un’arguta e graziosa servetta tracia. Margherita Hack, come Talete, era assorta nell’indagare il cosmo, non le sfuggiva, però, il grottesco delle cose del nostro mondo.

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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