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10 gennaio 2015 6 10 /01 /gennaio /2015 00:11

C'è un Islam che nel nome del Profeta disprezza la vita e il mondo. E risolve ogni questione della mondanità nella testimonianza. Si testimonia un mondo che verrà. Che non è questo. Di qui il disprezzo della vita propria e altrui, valore tanto misero se lo si confronta con la affermazione della propria fede. In Occidente è stata una questione centrale in alcune epoche e ha investito la riflessione di teologi e filosofi. Una questione, quindi, che non abbraccia solamente l'Islam. Anzi questa sorta di annullamento ha avuto antecedenti che Georg Hegel è stato in grado di riferire sia alla tradizione giudaica che a quella cristiana attraverso la famosa figura della Coscienza Infelice. In questa figura l'uomo scinde la propria autocoscienza: da una parte il singolo, il mutevole, radicalmente diverso dall'immutabile, il Dio. Di qui la disperata aspirazione alla riconciliazione e a considerare inessenziale tutto quello che si riferisce al mutevole, cioè al mondo. All'opposto la verità è nell'Immutabile. La scissione tra i singoli e l'Universale, tra gli uomini e il Dio si fa via via profonda, la fessura diventa faglia e la ricerca del raggiungimento dell'immutabile si rivela tragica. Alla fine, afferma Hegel, alludendo alle crociate, il disprezzo della vita terrena e la guerra feroce combattuta verso i miscredenti, nome per un simbolo, trova soltanto un "sepolcro". Verrebbe da dire che il Santo Sepolcro sta alle crociate come il dominio planetario di un nuovo Califfato alla Jihad.

La civiltà cristiana non si è affatto liberata da questo retaggio se consideriamo che certe tesi contrarie erano considerate minoritarie nella Chiesa preconciliare, che organizzò autentiche crociate contro il "modernismo". E tesi di un certo tipo sono considerate ancora adesso fondamentali da molte mariologie, come alcuni inviti alla testimonianza e alla conversione irradiati anche via etere da alcuni pulpiti ormai cult.

Ma come sia pericolosa l'indifferenza al mondo e la scarsa attenzione per la vita concreta vissuta dai singoli (preferendo piuttosto santificare o demonizzare la vita dei singoli per gloriare il dio di riferimento) lo denuncia con forza un teologo tutt'altro che progressista (è il teologo d'elezione di Joseph Ratzinger), Romano Guardini (1895-1968). Guardini è stato un geniale (filosoficamente parlando) difensore della tradizione cristiana, ma teologo attento ai pericoli che può generare la sottovalutazione della mondanità in nome di uno schiacciante primato dell'ultraterreno. Aggiungiamo noi: a prescindere che l'Al di là sia simboleggiato dal Dio tomistico oppure mistico-medievale o dalle vergini promesse in dono ai jihadisti di oggi.

Guardini rileva, nei suoi ultimi anni, il limite nella concezione medievale che ha attribuito al mondo (il "creato" per lui) un’irrilevanza di senso. In una lettera del 13 agosto 1963 a Josef Weiger, poi titolata “La responsabilità nei confronti del mondo” si ricorda come nel Medioevo il mondo stesso non era considerato un impegno cristiano. Era il luogo assegnato per l’esistenza. Sì, c’erano anche degli obblighi sociali e politici (rispetto ai re, attraverso la gerarchia cavalleresca), ma il mondo non era un oggetto della responsabilità cristiana. Guardini muove una critica alla coscienza cristiana tipo e alla relativa teologia che si è finora espressa più o meno così: Dio è olimpicamente posto sopra al mondo, ha creato il mondo e lo ha poi abbandonato a se stesso. Visto che il peccato si insinua nel mondo, Dio assume un atteggiamento di diffidenza e quindi anche l’atteggiamento cristiano è retto da diffidenza e cerca di staccarsi il più possibile dall’impegno terreno. Al massimo interviene per indurre (o si pensa che intervenga per indurre) la sconfitta del peccato attraverso l'affermazione dei suoi simboli (stessa cosa del jihadismo). Guardini ammonisce i cristiani: se così fosse, però, resterebbe fuori questione il tema del perché Dio si è invece impegnato per salvare l’uomo nell’incarnazione. Poteva Dio elargire, nella Rivelazione, come un sovrano, il perdono? E questa poteva essere una progressiva illuminazione? Ma se il mondo non conta “perché questo spreco enorme dell’Incarnazione?”

Invece l’Incarnazione è il compimento dell’opera di Dio. Sì, certo, tra uomo e Dio c’è l’abisso del peccato. Ma il peccato è storia di Dio e del suo dolore. Ogni svalutazione del reale che significa svalutazione dell’impegno religioso nel mondo, concetto centrale, ad esempio per Guardini, nell’ermeneutica di Hölderlin (dove però manca totalmente l'aura della Rivelazione). Ma la svalutazione del reale, secondo Guardini, ha proprio l'apice nel pensare medievale. Qui c'è il compimento del tradimento di quel numinoso (concetto che avrebbe bisogno di una lunga spiegazione e che è mutuato dal grande studioso di religioni, e teologo Rudolp Otto - 1896-1937, quasi coetaneo di Guardini, che si identifica nello smarrimento arcaico e classico di fronte a qualcosa che incute terrore e che prepara il bisogno religioso). Per questo lo spirito religioso di Guardini mette in guardia tutti i cristiani: nel varco lasciato aperto dalla svalutazione del mondo (e dalla capacità del mondo di evocare lo spirito religioso) si può aprire - secondo Guardini - , quel prometeismo che proclama “la sensibilità [...] separata da Dio" e che affermerà un "puro” mondo e un “puro” e “semplice” uomo”. Ecco perché, forse intuendo questo pericolo, proprio in queste ore, leader politici e religiosi musulmani, tanta parte dell'Islam si richiamano ai valori universali della vita e affermano (Nasrallah) "il jihadismo è più pericoloso della blasfemia": Essi vedono dietro l'abisso jihadista la vertigine nichilista. Dopo i massacri, del loro Dio, in terra non resterà nulla. Sia per chi i massacri li ha compiuti, sia per chi li ha subiti. E questo, in ultima analisi, fu l'effetto devastante della Shoah sulla teologia ebraica e la drammatica soluzione filosofico-teologica alla quale venne costretto Hans Jonas dopo Auschwitz. Ma questa comincia ad essere un'altra storia.

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15 aprile 2013 1 15 /04 /aprile /2013 00:52

BOLOGNA - Mentre una parte dei commentatori ideologizzati produceva i canti d'elogio funebre per la scomparsa di Margaret Thatcher, Jorge Mario Bergoglio era al lavoro per definirela lista dei cardinali sui quali poggerà il tentativo di riforma della Curia romana e del governo della Chiesa. Fra questi c'è il tedesco Reinhard Marx. L'omonimo del grande pensatore comunista è stato, tra l'altro, vescovo di Treviri, città natale del filosofo tedesco. E ha scritto un testo, tradotto in Italia nel 1979, dal titolo inequivocabile. "Das Kapital". In Italiano si specifica: "Critica cristiana delle ragioni di mercato", in tedesco l'occhiello è "una riflessione per gli uomini". Il "Das Kapital" di Reinhard Marx è un testo in cui, da un punto di vista cristiano e non socialista, si arriva ad una confutazione dei motivi ispiratori che hanno promosso il capitalismo globale e finanziario e se ne sottolineano le contraddizioni e l'inconciliabilità con la visione del mondo cattolica. Le analisi e gli strumenti marxiani vengono utilizzati senza infingimenti ed è la prova che tutte le politiche di tipo liberale hanno un sostrato ideologico di tale durezza e di tale vetustità che sono stati superati persino dalla Chiesa cattolica (e pensare che i sostenitori di Matteo Renzi, quelli della Milano della finanza,  sono entusiasti del loro protetto perchè vedono nel giovane rampollo una delle poche persone di centro sinistra che non ha letto Marx. E se ne vanta)

I devastanti effetti delle politiche liberali nel mondo hanno portato al successo del capitalismo finanziario e all'erosione delle attività imprenditoriali basate sulla produzione manifatturiera. Ma il vero e maggiore ostacolo ad un confronto sincero e approfondito sulle cause della grande crisi è il mancato riconoscimento che (lontano dal rappresentarsi come la mano invisibile dell'economia che regola la vita della comunità globale) le scelte che abbiamo subito negli anni Novanta furono l'effetto di una operazione costruita a tavolino e basta su due fattori. La volontà di potenza e di dominio di alcune elites capitaliste mondiali e la decisione di far dipendere ogni mossa da una visione ideologica che postulava il principato dell'iniziativa privata (di pochi) ai danni dei bisogni e degli interessi dei molti. Questo è stato in una sintesi radicale il tatcherismo e il reaganismo, ovviamente ammantati da una visione religiosa di tipo protestante visceralmente anti-cattolica, anche se non conclamata. La capacità della Chiesa di recuperare per un ruolo politico di primo ordine un cardinale capace di confrontarsi senza riserva con il fondatore del comunismo scientifico la dice lunga di come siano arretrati e consumati i vecchi strumenti ideologici del liberismo che, però, continuano a orientare la battaglia culturale spacciando certe scelte per opzioni di libertà.  

Quando l'equazione liberismo e liberalismo uguale a libertà scomparirà dalla visione culturale dominante dei rapporti fra economia e politica si getteranno le basi per un confronto più fecondo al fine di venire a capo dei grandi enigmi dello sviluppo planetario.

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18 marzo 2013 1 18 /03 /marzo /2013 13:00

BOLOGNA - Sorprendente affermazione del segreteraio del Pd. Nella polemica che è seguita alla prima sconfitta politica del M5s, in seguito alle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, il comico-profeta del movimento di cui è proprietario e il segretario del primo partito del paese (compreso il voto dei residenti all'estero è il Pd il primo partito per suffragi raccolti alla Camera) si sono scambiati due battute a distanze. Da una parte, spiazzato dalla mossa Pd, Grillo deve ora vedersela con una base che giustamente gli rimprovera l'autocrazia e l'insensatezza delle scelte (non votare il ballottaggio fra Schifani e il neo eletto deputato Grasso significa insostanza rinnegare alcuni dei principi per i quali il M5s ha ottenuto grande ascolto e consensi), dall'altra Bersani è pronto a fare del metodo Grasso-Boldrini un grimaldello per poter costringere tutti i rappresentanti dell'assise nazionale a parlare di temi concreti della politica al di là dei messianismi. In questo acceso confronto il primo ha detto al secondo che la mossa di candidare Bolldrini e Grasso è soltanto una foglia di fico, il secondo ha risposto con un'accusa che avrebbe dovuto inchiodare Grillo alla sua vocazione tatticista e autoritaria: "leninista".

   Bersani, ovviamente, conosce bene il significato politico e storico del leninismo e sa bene che questo paragone con il movimento cinquestelle è del tutto inadeguato. Colpisce però la logica con la quale si trasforma una categoria del pensiero politico del novecento che è stata così a lungo appronfondita e coltivata, soprattutto in Italia, in un insulto. Forse per sottolineare ancora una volta una distanza culturale, ma non ce ne era bisogno, con una tradizione politica italiana dalla quale lo stesso Bersani proviene. Immaginiamo che, fra qualche tempo, verranno usati termini come "comunista", "marxista" per demonizzare l'avversario.

Il movimento 5 stelle nella sua deriva autoritaria impersonata (come noto in questo blog l'argomento è stato affrontato da oltre un anno) dal due Casaleggio-Grillo ha i caratteriti misticheggianti, maniacali nel controllo delle espressioni di ciascun adepto e nella proposta dei contenuti messianci, tipici dei movimenti politici che si alimentano di irrazionalismo e populismo. Certo, nel movimento cinque stelle ci sono anche tante altre cose e si dibattono valori importanti che sono ricondotti alle contraddizioni del sistema capitalistico globalizzato di cui facciamo parte. Ma non dei militanti a 5 stelle e delle loro istanze qui si parla. Ma della Weltanschauung di Grillo e Casaleggio e del loro modelo di organizzazione politica. Le visioni del cyber vate e del comico miliardario sono legate all'heimat, alla terra d'origine (anche papa Francesco è buono a prescindere perchè ha origini liguri e piemontesi), alla difesa indistinta dai rapporti di produzione di ogni categoria sociale, anche quando entrano in conflitto tra loro (vedi l'idea di abbandonare al loro destino i migranti), al populismo anti-Stato (magistrati peggio dei mafiosi), più tipici dei furori anti-sistema del partito nazionalsocialista (ad esempio contro Weimar) che del leninismo.

L'organizzazione messa in piedi da Grillo si è avvalsa solo di una propaganda di tipo leninista (piazze, web, cellule, realtà territoriali capaci di mobilitarsi ne rilanciare le parole d'ordine, penetrazione nelle grandi aree urbane e proletarizzate, come sono del resto oggi i precari, gli artigiani, gli studenti sine die etc.), ma di una sintassi organizzativa che con il leninismo non c'entra. Nel partito di Lenin, studiato e efficacemente rielaborato anche da Antonio Gramsci, si distingono alcuni caratteri davvero lontanissimi dalla visione di Grillo.

Il primo è quello dei quadri intermedi. Grillo non vuole un partito di dirigenti, o come avrebbe poi detto Gramsci, un esercito di capitani. Vuole gente che discute per poter arrivare alla più efficace soluzione per rappresentare le sue indicazioni. Anche quando queste, con il tempo, entrano in contraddizione. E qui citiamo solamente la polemica sull'autonomia dei deputati e dei senatori dal proprio partito in omaggio all'art.67 della costituzione, anni fa santificato dal comico genovese.

Grillo vuole gente che ad esempio voti in parlamento come lui indica e che non metta in discussione la linea del partito. Il centralismo democratico, altra brillante soluzione leninista per coniugare democrazia ed efficacia politica, in Grillo ha l'ordine dei fattori invertito. Prima c'è l'indicazione sua e di Casaleggio, poi la discussione su come implementarla. Direi che i quadri politici del movimento a cinque stelle, secondo Grillo, sono più vicini all'idea che in un'azienda di IT si ha del proprio personale qualificato. Il consiglio di amministrazione stabilisce che si deve ottenere un prodotto che ottenga un risultato e allora gli sviluppatori del programma lavorano al modo più efficace per architettare un software che raggiunga quell'obiettivo. Si scannano fra di loro, ma poi trovano una linea comune. Il momento di confronto democratico è affidato al come e non al cosa.  

Infine c'è un carattere che radicalmente allontana il M5s dall'idea di un'organizzazione leninista. I quadri del partito di Lenin, oltre a concorrere a pieno titolo, una testa un voto, a tutte le cariche, anche alla leadership dell'organizzazione, sono presenti fra i media, pubblicamente e visibilmente, affrontano senza timore o retropensieri ogni occasione pubblica per portare alle masse, in ogni luogo e con ogni mezzo, le indicazioni e le elaborazioni del partito, secondo una precisa disposizione e secondo le caratteristiche di ciascuno. E poi, cosa che chiude definitvamente la questione, in Lenin esiste l'aborazione di una figura che è proprio agli antipodi della visione politica del movimento cinque stelle: quella del rivoluzionario di professione. Il partito leninista deve mettere insieme  un gruppo di dirigenti che, nella vita, fa solo quello: politica, nella funzione organizzativa e di rapporto, loro assegnato dal partito, con le masse. Il m5s invece parla di mandati a tempo e classe politica e dirigenziale che si rinnova. Insomma se da una parte per Grillo devono cambiare tutti a rotazione tranne lui e Casaleggio ed esalta il dilettantismo nella politica, per Lenin il partito si rafforza se forma quadri professionalmente dedicati solo a questo, ma che, a differenza del sacerdote genovese, possono concorrere in ogni momento alla guida dell'organizzazione.

Insomma in Lenin esiste la mediazione (che è democratica per sua natura) di una componente aristocratica (nel senso greco e platonico del termine) e cioè un'avanguardia che prende su di sè il compito della rivoluzione. Per Grillo lui e Casaleggio sono inamovibili, servono solo dei dilettanti della politica capaci di irradiare il verbo del vertice in ogni istanza istituzionale. Alla fine Bersani ha confuso (ben sapendo di farlo) i professionisti in buona fede di Lenin con i dilettanti allo sbaraglio che Grillo vorrebbe avere (e mantenere).

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16 marzo 2013 6 16 /03 /marzo /2013 00:51

BOLOGNA - Sabato 16 marzo il Corriere dello Sport-Stadio rivela un'indagine della Lega calcio con dei dati molto seri e importanti. Il report non è ancora stato divulgato. L'indagine è stata commissionata a tre importanti aziende che si occupano di marketing, rilevazioni, assemblaggio dati e comunicazione sportiva. Secondo questo rapporto il calcio ha perso in un anno oltre cinque milioni di sostenitori e per la prima volta nella storia del nostro paese chi non segue il calcio è diventato la maggioranza con il 50,5%. Lo studio è stato compiuto in riferimento ad un dominio di oltre 50 milioni di persone al di sopra dei 14 anni. La disaffezione è avvenuta per la crisi o per Scommessopoli? Di primo acchito si direbbe che la fuga dal calcio dovrebbe essere avvenuta più per la crisi che per le scommesse. Ma i dati andrebbero analizzati più approfonditamente. Quella di sabato è solo la prima puntata del Corriere dello Sport che ha a disposizione il materiale che la Lega calcio ancora non ha reso pubblico.

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28 dicembre 2012 5 28 /12 /dicembre /2012 01:10

BOLOGNA - La fuga verso la politica millenaristica del duo Casaleggio Grillo è ormai evidente anche a chi si è svegliato tardi. Tra l'altro la politica italiana è ormai provvista di personaggi che sono a pieno iscrivibili in un gioco di ruolo, quelli che hanno formato negli anni Casaleggio e che ora, il guru del M5s vuole riproporci nella grande competizione per il dominio dell'Italia. C'è l'highlander, torna, fa paura in televisione, è il mostro che incarna la perfezione del male e del passato tenebroso. Esiste l'eroe buono da Topolinia che fa quello che il buon senso suggerirebbe (ma niente di più), comprensivo, umano; c'è il ragioniere ligio e asciutto, capace di tenere i conti a posto, ma al tempo fa correre brividi lungo la schiena per la sua inumanità, androicità; esistono, infine, i due cavalieri dell'apocalisse. Grillo e Casaleggio incarnano il ruolo di Cyber Messia. E non pensiate sia un'estremizzazione. Il dubbio è venuto almeno ad uno di loro, Beppe Grillo, che non sa più di essere (ipse dixit durante le regionali in Sicilia) "un politico, un comico o Gesù Cristo". La parodia televisiva del conterraneo di Grillo, Maurizio Crozza, che racconta bonariamente Casaleggio insieme alle sue visioni, addolcisce un aspetto che invece, in democrazia, dà spavento.

 

Beppe Grillo, così ben costruito dal suo burattinaio Casaleggio, ama il ruolo soteriologico del Redentore. Un Gesù Cristo pop che non manca nessuna delle performaces alle quali il ruolo di icona moderna deve assoggettarsi. E' il Duce sportivo, capace di forgiare il suo corpo per qualsiasi impresa. E perciò attraversa lo Stretto di Messina. E' la nuova rock star che si getta sulla folla a corpo morto, è il predicatore furente. La storia ne ha mostrati molti di questi ieratici imbonitori. Scavano nel bisogno di sacro di ciascuno di noi e vendono un prodotto ben costruito. Il successo politico di ciascun replicante del primo modello è fornito dalla capacità di interpretare il bisogno primario del Redentore nel proprio teatrino della storia. Il successo sta nell'efficacia (oltre a quella di ben vestire i panni del nuovo Nazareno) di essere credibili nel promettere di soddisfare qualche appetito moderno: niene passaporto ai nati in Italia, niente tasse a prescindere, giornalisti tutti a casa e chissenefrega delle famiglie, e via nella declinazione di altri untori da individuare e punire. Ne abbiamo avuta di gente che ha voluto spacciarsi per Cristo e, nella confusione determinata dall'entrare e vivere il personaggio, a volte ci ha creduto davvero, proprio come comincia a fare il nostro Grillo che si chiede se sia davvero Gesù.

 

E allora volevo proporre un brano di Romano Guardini, teologo cattolico, morto nel 1968 e vissuto sempre in Germania, praticamente dal 1875. Con queste righe spiega come si può, invece di sacralizzarla, paganizzare la politica, mantenendo intatta la iconologia teocratica per poi trasformarla, subito dopo, in struttura di dominio.

"Il motivo mitico fondamentale del Salvatore, non più superato e nello stesso tempo compiuto da Cristo, è ricaduto nella dimensione irredenta-pagana e si è fatto valere come tale. La sua energia che aveva perso ogni collocazione, non più legata e legittimata alla figura del sovrano cristiano, si è aperta di nuovo la via nella storia nella sua forma pagana, o meglio apostata… Ad ogni modo l’intento mirava a strappare la figuar sacra, diventata il più intimo parametro del mondo cristiano e porne al suo posto un’altra che avrebbe dovuto determinare l’esistenza in modo puramente terreno".

Sembra un passo ritagliato su quell'ex comico che oggi è dilaniato dal dubbio se sia diventato un Cristo o no, mentre il suo socio mette a punto l'ideologia messianica per il movimento di cui è proprietario. Invece Romano Guardini si riferiva ad Adolf Hilter.

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7 novembre 2012 3 07 /11 /novembre /2012 13:37

BOLOGNA - Il movimento Cinque stelle si sta strutturando. Anche la liquidità ha la sua temperatura di raffreddamento. Questo è un processo tipico di tutte le rivoluzioni e di tutti i populismi. C'è il momento della ribellione, c'è il momento della organizzazione. Il passaggio è delicatissimo, la maggior parte dei sogni sprigionati da istanze rinnovatrici, in questa fase, ha visto l'inizio del suo crepuscolo. In riferimento ai movimenti socialisti, Ernst Bloch, l'eretico anti-stalinista, filosofo tedesco ammiratore di Lenin e critico del socialismo reale, chiamava tutto questo "corrente fredda". 

E' una fase di maturazione che risponde alla domanda leninista "Che fare?". Come sta attraversando questa crisi di crescita e di strutturazione il movimento cinque stelle? Secondo dei dettami classici di organizzazioni di tipo verticistico, dove l'esigenza precisa è: preservare i valori costituenti del movimento, preservare le modalità con le quali il suo consenso è cresciuto. Per questo mi è parso interessante il modo con il quale Grillo ha stroncato nel modo in cui sappiamo un intervento televisivo di Federica Salsi, consigliere comunale di Bologna. Sulla televisione, vista come il demone, è bene ricordarlo, è stata pronunciata una fatwa da Casaleggio e quindi da Grillo. 

Ma la modalità con la quale Grillo ha contestato la Salsi appartiene a quella dell'insulto sessista sulla quale è inutile soffermarsi. Grillo non avverte il minimo senso di imbarazzo ed è curioso perchè, ad esempio, proprio oggi, il 7 novembre, sul suo blog, il guru ligure, applaudendo alla rielezione di Obama, ricorda gli eroi di questa affermazione democratica: tra questi Sandra Fluke.

 Sandra Fluke sostiene battaglie per il controllo demografico, anche attraverso l'uso del preservativo ed è diventata (lo dice lo stesso Grillo un'icona dei diritti civili) perchè  apostrofata dalla destra bigotta e sessista americana esattamente come sul blog di Grillo i simpatizzanti del movimento si sono rivolti alla Salsi. Perchè allora, caro Grillo, Sandra Fluke è un'eroina, mentre la Salsi per bene che le vada, è dipinta come intenta a compulsare il suo punto G televisivo?

Queste sono le contraddizioni di un movimento che sta realizzando il grillismo, o il casaleggismo "in tempo di guerra". Come fu per l'operazione staliniana degli anni trenta: il comunismo di guerra prevede poche storie, poca democrazia, blindatura dei valori, dogmi o punti qualificanti della strategia contro i propri nemici. E allora si capisce la durezza con la quale (Stalin deportava e fucilava, Grillo organizzava esecuzioni digitali) i padroni del M5s attacchino chi va in televisione. E allora io dico che (al di là delle forme e dello stomachevole refrain sessista che emergono quando una posizione eretica viene espressa da una donna) dal suo punto di vista, Grillo faccia bene. Se la televisione è un luogo della corruzione del pensiero, se la patecipazione alla spartizione dei talk-show, dove è impossibile esprimere un pensiero compiuto, al di fuori dei grugniti che poi si riversano sui telespettatori, come fossero tifosi a bordo ring, Grillo ha ragione a pretendere disciplina su questo aspetto. Grillo è consapevole che la battaglia vada svolta sul web dove la modalità della comunicazione 2.0 fa sì che quello che in tivvù viene organizzato dal potere dei partiti e dei potentati, su Internet si è già trasformato  in una piattaforma che lui controlla. Su questa piattaforma Grillo esercita lo stesso tipo di coercizione alla quale assistiamo in tivvù da parte dei suoi nemici (provate a inviare un post critico... sul blog grillino).

In realtà Grillo con l'esplosione violenta contro la Salsi e in altre occasioni sta semplicemente dicendo ai sui dirigenti: la battaglia facciamola solo sul terreno a noi congeniale. E' un guevarista digitale, un vietcong del byte.

Cosa sia poi la vera democrazia è un discorso lungo: su questo blog è stato affrontato più volte. La modalità 2.0 ha falsato i valori di libertà aurorali di Internet. Infatti sono i gestori delle piattaforme i veri padroni dei dialoghi e dell'abbattimento della barriera autori/lettori sulla rete (Google fa apparire o scomparire i contenuti utili oscomodi, diversificandoli persino per contesto, se in Cina, negli Usa, etc.). I padroni delle piattaforme hanno le chiavi per consentire esattamente quello che Grillo ha permesso di fare sulla sua esclusiva piattaforma: tutto quello che vuole senza contraddittorio.

E allora dal suo punto di vista Grillo non potrebbe fare altro. La forma è sostanza nelle rivoluzioni: gli zapatisti hanno sistematicamente ignorato alcuni canali di partecipazione, preferendone altri. E sono stati rigorosi nel pretenderlo dai propri militanti. Solo che, per convincere chi non era persuaso della scelta anti-sistema, non hanno mai abbracciato pratiche violente e sessiste. Persino Platone ha preteso che di certi argomenti non si dovesse parlare in pubblico, biasimondo coloro che, vedi la famosa settima lettera, avevano trasgredito questa opzione fondamentale.

I passaggi da movimento ribellistico a organizzazione comportano sempre una perdita di autenticità. Ma sono sempre indicativi dei valori profondi che risuonano dentro certe rivoluzioni. Se un movimento ha la democrazia come intimo valore condiviso viene fuori, se invece emerge il populismo di cui l'Italia può mostrare le più varie declinazioni, allora appaiono l'insulto, l'intolleranza, la manzanza di comprensione attraverso il dialogo. La sfida del M5s è proprio questa. Nella fase di passaggio da movimento a struttura, il verticismo (o un certo grado di autoritarismo) è necessario: ma va accompagnato da una condotta valoriale adeguata alla sfida che si vuole lanciare. Altrimenti si diventa gli altri. I sogni restano come etichetta. Si parte per cambiare il potere, ma dal potere si viene poi cambiati. A quel punto tanto vale andare in tivvù.

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8 settembre 2012 6 08 /09 /settembre /2012 13:49

BOLOGNA - E il capitalismo scrisse la sua Repubblica, anzi la Politeia, come si direbbe in greco, saltando la traduzione ciceroniana. E' il testo utopico - mica tanto, visto che l'Honduras lo sta realizzando - di una città concepita come un'azienda. A decidere ci sarà un consiglio di amministrazione che nominerà direttamente il governatore. Le regole verranno date in anticipo, più o meno come in un contratto di locazione e chi vorrà abitare questa città saprà che le norme sono quelle e che non potranno essere modificate se non nelle parti inessenziali e che peseranno più o meno come un regolamento di condominio. Il Platone capitalista che ha elaborato questo progetto "libero" si chiama Paul Romer, ha 57 anni ed è un economista americano la cui metafora forte è il paragone fra i diversi sistemi economici che falliscono e non producono efficienza, ma povertà e le cucine. Troppi cuochi fanno male, meglio sceglierne uno solo. Un profeta del pensiero unico e un profeta del modello aziendale che si impone su quello politico.

 

Nella Repubblica di Platone il conflitto d'interesse e il problema delle interferenze fra vita privata, proprie origini e governo era il nodo di fondo, tanto da suggerire al filosofo ateniese un'ondata, come la definiva lui, di proposte che spazzavano via ogni ambito esistenziale, qui siamo all'opposto. Se Platone immaginava figli in comune dai quali non si potesse risalire ai genitori per impedire che un confilitto di interessi di tipo familistico potesse esplodere quando un governante avesse esaminato un caso di un parente, o se le ricchezze dei governanti venivano azzerate per impedire che un loro provvedimento confliggesse con quelle proprie e della propria famiglia, qui la visione delle cose è ribaltata: tutto è privato. Anzi è il privato che gestisce con criteri privatistici anche ciò che è pubblico. Certo, ci sono livelli assembleari, ma alla fine gli archontes che regolano la vita della città sono emanazione della proprietà di questa città, un consiglio di amministrazione. L'idea della condivisione delle norme da parte del popolo, un nodo difficile da sciogliere per Platone, viene fissata come postulato nell'idea di "Charter City" di Romer (http://www.chartercities.org): se aderisci sei dentro e se sei dentro ubbidisci. In effetti non è mica tanto diverso dall'idea del lavoro che in Italia una parte del Pd, (vedi Renzi, Fassino ed altri) i sindacati gialli della Cisl e della Uil ci hanno fatto accettare. O aderisci al protocollo Marchionne e stai zitto e non protesti e non scioperi oppure sei fuori dalla fabbrica. Fuori proprio fisicamente. Nella città charter entrano, lavorano e producono solo coloro che accettano le regole. E' uno dei tre punti cardini che anzi vengono proposti come un sistema di garanzia: "Nessuno potrà aderire contro la propria volontà".

 

Immaginiamo poi quali rapporti commerciali regoleranno gli aderenti alle varie Charter City (nate per finanziare lo sviluppo economico e quindi provviste di robustissimi capitali, eccolo il principio di accumulazione primaria marxista che fa sempre la differenza in ogni nuova forma produttiva) e i non aderenti. E come verranno fagocitati i territori e le comunità che non aderiranno a questi progetti. L'idea di città charter, infatti, è tesa a rompere anche l'idea di unità politica di una nazione e a frantumare l'idea di autodeterminazione dei popoli. Infatti in uno stato potrà essere gestita una città charter composta da cittadini di un altro paese. Non avrannno le stesse norme nè del paese d'origine, nè quelle del paese che ospiterà questo territorio. I capitali riversati, di fronte all'ormai endemica crisi finanziaria degli Stati, almeno in una larga parte del continente, faranno sì che queste città prolifereranno e saranno così influenti da svuotare anche fattivamente di potere politico ciascuna delle nazioni che cominceranno ad accettare il virus della Carter City.

 

Il progetto Charter City, nato alla Standford University e con donazioni "filantropiche" è un progetto che si inquadra nella legislazione americana secondo le norme non-profit, ma la sua disciplina, 501©(3), esclude sì partecipazioni dirette ad attività politiche ma non quelle di lobbing. Insomma nessun problema per la costruzione di un comitato d'affari interplanetario, ma nemmeno per la clonazione di questo modello di business filantropico.

 

Gli esperimenti si mutuano dalle zone economche speciali che alcuni paesi in via di sviluppo hanno messo in piedi. La Cina ha fatto cose simili nel distretto di Shenzhen, più o meno così si sviluppano alcune aree rurali indiane. Ma anche in Italia abbiamo avuto un esempio. All'Aquila, dopo il sisma, Berlusconi che dai tempi di Milano 3 insegue il sogno di una città "libera", ha ideato i campi dei terremotati e la nuova città abruzzese costruita con criteri da charter city. Democrazia sospesa, difficoltà di relazioni interno-esterno, stato di polizia controllato da entità non previste dalla nostra Costituzione, norme private per appalti e per le edificazioni. Il problema della charter city berlusconiana è stato quello immaginabile anche altrove: l'edificazione è stata travolta dagli scandali e dalle cricche di imprenditori che con la ricostruzione avevano immaginato profitti miliardari. Nel nostro caso c'era da approfittare, attraverso la lobby dei costruttori berlusconiani e vaticani dei fondi statali concessi e delle norme ad hoc preparate dallo stesso governo Berlusconi, c'erano comitati d'affari (costituitosi anche in modo occulto come la P4) che avevano un loro terminale nell'azione della protezione civile (che doveva poi trasformarsi appunto in spa) che sarebbe stato esattamente il comitato di gestione privato con parvenza pubblica che Romer immagina per la sua Charter City. L'immediata azione della magistratura italiana che risponde a leggi nazionali in questo caso efficaci e ancora valide, ha avuto, stavolta, la meglio.

 

Questo non toglie che esista un progetto planetario concepito ad uso e consumo di un affarismo spietato dove contano solo le regole della finanza. Senza riflettere che i detentori dei maggiori flussi di denaro, grazie agli effetti del liberismo e della finanziarizzazione dell'economia, sono proprio le industrie criminali che così potrebbero costruire ex nihilo le loro città e in futuro i propri Stati privati. Dopo un cammino secolare di morte e sfruttamento il capitalismo è pronto finalmente a dare carne, ossa e sangue, alla sua Gotham City. Ci vorrebbe un Batman rosso. Ma non c'è.

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1 settembre 2012 6 01 /09 /settembre /2012 13:35

BOLOGNA - All'armi siam grillisti. La tecnica è consolidata, persino spudorata nella sua rievocazione. Un manipolo d'arditi a cinque stelle fa irruzione alla festa dell'Unità emiliana. Il suo leader, Giuseppe Favia, quello che filmava il luogo del suicidio di Cevenini, perchè, si sa, un videomaker è affezionato alla sua missione sempre, chiosa la reazione dei democratici: "Militonti". Che battuta, innovativa e originale: il conio si vede, quello di Beppe Grillo ormai avvitatosi nella necessità di costruire gags dal significato politico una volta a settimana (vi ricordate l'efficacia del Grillo comico? Funzionava anche perchè appariva circa due o tre volte l'anno, del resto in cascina uno mette il fieno che ha). Il "militonti" evoca tanto il "Fessuccio Parri", appioppato al leader del Cln e azionista da Guglielmo Giannini, fondatore dell'Uomo qualunque, personaggio dalla biografia anti-operiaia e fascistoide. Una continuità politica e anche lo stesso spessore, direi. Del resto la stagione dei lunghi coltelli si sta avvicinando e dopo l'espulsione da parte di Casaleggio, attraverso il suo megafono Beppe Grillo, di un altro consigliere (circoscrizionale a Bologna), sta esplodendo il caso autoritarismo dentro, pensate un po', il movimento politico che pretendeva di rappresentare la lotta all'autoritarismo partitico. Che le istanze portate avanti dalla base a cinque stelle abbiamo non solo una ragione storica, ma spesso uno spessore politico è certo, che debbano essere rappresentate dalla scontro Favia-Grillo e Casaleggio fa sorridere. Anzi fa paura. Arriverà il giorno del Rohm-Putsch e vedremo chi sopravviverà allo scontro tra fedelissimi al partito-azienda di Casaleggio e Grillo e le organizzazioni a cinque stelle che, coordinate fra loro, vogliono sentirsi autonome dall'inquadramento militare che i manager padroni del movimento pretendono. I lunghi coltelli digitali sono pronti a scintillare. I sopravvissuti verrano chiamati, anche loro, ovviamente, zombies.

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22 giugno 2012 5 22 /06 /giugno /2012 05:01

BOLOGNA - Nell'azione dei padroni del movimento di Beppe Grillo, la Casaleggio Associati e il comico genovese in persona, sempre più spesso vengono riconosciute condotte autoritaria e un'aura politico e culturale che si rifà ai totalitarismi del secolo scorso, in particolare al movimento fascista e nazista. Una tesi che ai più potrebbe apparire sorprendente, ma che, valutata a fondo, appare fondata.

 

Beppe Severgnini traccia un fil rouge tra Mussolini, Berlusconi, Bossi e Grillo. Oliviero Toscani, usato come clava anti-sistema, proprio da un'area che fa riferimento a Grillo, è tranchant: Sembra Goebbels. Poi serafico aggiunge: "Nella volgarità di Grillo non c'è nulla di nuovo, nemmeno nelle sue performances, sono le stesse di Bossi, quelle esibizioni con il dito medio alzato". Insomma da Terzo Reich, come ripete testualmente il grande fotografo: "Abbiamo avuto il Duce nero, poi quello rosa, Berlusconi, ora questi qui".


All'inizio della grande era berlusconiana lessi un testo che mi colpì molto: "Come si diventa nazisti" dello storico tedesco William Sheridan Allen. Venne pubblicato nel 1968 e poi di nuovo nel 1994 con prefazione di Luciano Gallino (Einaudi). E' la storia di un piccolo paese che l'autore chiama Thalburg, ed è in realtà Nordheim (nell'Hannover), dalla fine degli anni venti all'inizio degli anni trenta. E' la storia di un posto normale, simile a certi paesotti italiani del Nord, dove coesiste una tradizione democratica e una bella etica del lavoro, una condizione sociale non conflittuale, una forte presenza artigiana e di piccola imprenditoria, insieme a funzionari statali (ferrovie); dove c'è un partrito dominante, almeno dal punto di vista culturale, la Spd, i socialdemocratici tedeschi.

 

 La crisi economica, le durissime tasse per ripianare i debiti di guerra (un po' come i nostri debiti voluti da chi in Italia ha gestito la guerra del consenso basata su elargizioni, incapacità, prebende e malcostume etc.), un certo spirito intollerante debitamente alimentato e un ancestrale bisogno del nuovo, producono un effetto straordinario, tanto a Thalburg quanto in Germania: l'affermazione del Nsdap (il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). Nel 1928 a Thalburg-Nordheim la Spd è oltre il 40% dei voti e i nazisti sono una sparuta minoranza. In due anni i nazisti crescono di 14 volte, l'Spd non crolla ma perde una fetta importante del suo elettorato e soprattutto smarrisce la capacità di organizzare un progetto politico di risposta alla crisi e di consegune non riesce più a fissare sia le alleanze sociali che quelle politiche con gli altri partiti. La borghesia locale, i lavoratori, gli strati emarginati e quelli imprenditoriali sono attratti dalle velleità anti-sistema dell'oratoria nazista (anche il marxista Ernst Bloch aveva convenuto sull'immediatezze delle parole d'ordine hitleriane contro la macchinosità delle analisi spartachiste, ce l'aveva con i comunisti di allora). La furia retorica nazista mette tutti sullo stesso piano, aumenta il volume e la violenza degli attacchi, dosando una lucida blandizie verso alcune fasce strategiche di elettori (ricordate la furia di Grillo contro i blitz anti-evasioni e l'affermazione che la mafia colpisce meno gravemente che lo Stato con le tasse?). I nemici di quel partito socialista - ma nazionale - (che abilità presentarsi con un linguaggio e titoli da sinistra, basti pensare all'evocazione di Stalingrado da parte di Grillo per Parma...) divennero quasi subito le organizzazioni tradizonali dei lavoratori, in affanno, in difficoltà. Allora il pericolo era quello della vittoria dei rossi, dei comunisti, della Spd (ma che coincidenze...).

 

Il linguaggio fu (ed è) quello dell'anti-politica, così efficacemente compresa da tutti, così semplice da snocciolare, con tanti esempi di facile comprensione. In assenza degli emigrati gli obiettivi di allora erano gli interessi non tedeschi e le politiche non tedesche (che poi fa lo stesso, adattando la materia al caso italiano), l'Europa che schiaccia la Germania sconfitta dalla guerra (come noi schiacciati da chi vuole attraverso l'euro imporre i diktat di una troika finanziaria).

 

Si fece così lentamente strada l'idea di una politica sangue e suolo, guarda caso sintetizzata in motti simili a quelli che si sono ascoltati qui ("padroni in casa nostra" o alle intimazioni di Grillo che accusa la sinistra di porre nell'agenda politica il falso problema della cittadinanza agli immigrati), molto in voga in questi anni. E quindi la scelta: l'uomo che dovrà scardinare il sistema non dovrà provenire dalla pletora di partiti incapaci, dovrà essere tedesco (non vi dice niente che per aderire al movimento cinque stelle bisogna essere cittadini italiani, come da non-Statuto grillesco, "articolo 5 - adesione al movimento").

 

Mentre le strutture di vertice del movimento nazista entravano subito in risonanza con le oligarchie economiche che contavano, nelle piazze grondandi rabbia si blaterava di rivoluzione sociale, attraverso un nuovo modo di fare che avrebbe spazzato tutto via. Tra i vertici del partito nazista (che sapeva benissimo quello che stava facendo) e la base si scavò subito un invisibile ma significativo solco. Da una parte l'organizzazione che produce retorica, dall'altro i vertici che la sanno lunga e che sono intoccabili. Apparentemente tutto coeso.

 

Vengono in mente le accuse di lobbismo su tante amicizie pelose che sono piovute sulla Casaleggio associati, il braccio proprietario del movimento cinque stelle, che hanno prodotto un'immaginifica lettera di spiegazioni pubblicata sul Corsera da parte di Guru Casaleggio persona. Ma se i rapporti tra la Jp Morgan di Rockefeller e la Casaleggio (sia pure mediati dalla potentissima Enamics) sono questioni che riguardano le strategie di business della casa editrice, le cose cambiano se emerge la natura proprietaria del movimento sancita esplicitamente dal regolamento, il famoso "Non Statuto", che. guarda caso, proprio GianRoberto Casaleggio (c'è sempre un Gian nei potentati che contano) ha ammesso di aver scritto di persona. Nel Non-Statuto a cinque stelle non è prevista la possibilità di eleggere un leader diverso da chi ha la proprietà del marchio: ("ARTICOLO 3 – Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso"). Non solo, Beppe Grillo dispone della sede e del "Centro" strategico del partito. ("Art 1 La  “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.", quindi se gli vai bene può risponderti, se non non conti nulla o gli rompi le scatole non ti fuma).

 

Insomma c'è una struttura per raccogliere il consenso in basso, mentre tutto è scrupolosamente asservito a direttive verticistiche, proprio come i progenitori tedeschi. Domanda: una eventuale relazione con la famiglia Krupp e altri potentati del genere, potrebbero essere sventati ora dai militanti a cinque stelle se Beppe Grillo e GianRobertio Casalaeggio decidessero alleanze "riparatorie"o, chiamiamole così, "stravaganti"? Il core business della Casalaeggio (Beppe Grillo è di fatto poco più di un testimonial) dopo il proficuo esercizio con Second Life, è quello della razionalizzazione dei meccanismi di controllo che la rete offre. Ma già un brillante studioso olandese di Internet, Gert Lovink aveva ammonito nel suo splendido Zero Comments (2008, Bruno Mondadori) dei pericoli dell'universo 2.0: l'insidia alla libertà d'espressione (oggi siamo tutti autori, anzi ci sono più autori che lettori) è costituita proprio dalle piattaforme proprietarie che si sono affermate con questa tecnologia e che metteranno ordine e bavaglio ad una dimensione (internet) fondata all'inizio proprio sul non-controllo e sulla de-razionalizzazione.

 

E così siamo arrivati all'ideologia della Casaleggio associati e di Belle Grillo che trasuda misticismo scientista. L'ideale di razionalizzazione del mondo, attraverso una politica implementata nella società come se fosse un gioco virtuale, è stata sperimentata inizialmente fuori dal concreto, in lunghi anni di gestazione. Poi è stata vestita di carne e ossa, attraverso una miriade di pedine a cinque stelle: questo progetto, nella sua ispirazione, è antico quanto la volontà di dominio dell'uomo sugli uomini.

 Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell'Illuminismo tracciarono un significativo legame tra le ideologie razionalizzatrici del Settecento e l'approdo totalitarista dei fascismi del secolo scorso. Qui siamo alla replica prima virtuale e poi concreta di un modello che si è conformato a tecniche collaudate di cyber-consenso. Più che prometeismo, (Prometeo simbolo scelto da Casaleggio per molte delle sue iconografie) qui siamo al faustismo: non c'è un eroe-mito che libera l'umanità dal dio ingiusto, ma è proprio il Casaleggio-Doctor Faustus che vuole essere Dio. E' Casaleggio, in versione divina, che vuole misurarsi nel gioco Storia e Natura, dove, appunto, lui è Dio e il suo dominio è la Terra. La terra va riorganizzata socialmente ecologicamente in un nuovo ordine di cui è lui stesso orologiaio (a piccoli passi, comincerà dall'Italia). E se pensate ad una esagerazione andate a leggere alcune delle sue citazioni dal tono oracolare e millenaristico, in cui si anticipa con categorie più proprie dei video-giochi fantasy che della storia, della sociologia o della filosofia, una guerra tra il regno della Libertà (l'occidente che darà accesso alla rete) e l'impero del male (erede del vecchio blocco sovietico) con Iran, Cina e Russia, che invece bloccherà ogni nodo, ogni server, ogni dorsale informatica.

Cosa accadrà, quindi, dei problemi comunque posti da una società alla quale, in un certo modo Grillo e il suo (suo perchè è proprio suo, di sua proprietà) movimento danno delle risposte? Come in Europa all'inizio del secolo scorso la questione non ammette infingimenti. Anzi è una tematica densa di significati che si potrebbe dire non aver trovato ancora nè soluzione, nè aver perso forza demolitrice. La Tecnica minaccia l'uomo, l'organizzazione del capitale, attraverso la tecnologia, produce asservimento e svuota ognuno di noi del proprio Progetto. Oggi bisogna lottare contro la Bce, il Fondo monetario internazionale, le superaziende dagli interessi invisibili, le multinazionali impersonali, il capitale senza volto, le superpolizie, i supereserciti, le supermafie, le imposizioni oltre ogni rappresentanza e rappresentatività, le troike economiche. Questo implica che l'analisi che compiamo comporti una conseguente prassi finalizzata al cambiamento radicale, chiamiamola pure con il suo nome, una rivoluzione che sovverta questo modo di intendere la vita e la società.

In alternativa possiamo solo ritagliarci un vissuto ai margini della Tecnica che ha razionalizzato sfruttamento, profitto e dominio. In questa alternativa (che stiamo perseguendo in Italia e in Occidente) la politica diventa non trasformazione e progetto,     ma un tentativo ragionieristico di ordinare quel poco che non è stato inserito nel meccanismo di razionalizzazione dello sfruttamento.

In questo contesto nasce il bisogno di ribellione che viene soddisfatto dalle simbologie di Grillo. E così torniamo alla Tecnica, un mito che da oltre un secolo (da Husserl in poi) viene indicato come destino dell'Occidente, ma che offusca il plenum dell'uomo inteso come essenza, libertà e progetto. La Tecnica per Grillo ha un nome: è la politica dei partiti che rappresentano il dominio attraverso una modalità vecchia e che lui vuole sostituire con una modalità nuova, una nuova tecnica: il dominio della rete, la razionalizzazione attraverso la messa in comune di ogni risorsa (anche se poi ci dovranno essere quelli che per il bene dell'umanità saranno i guardiani di questo net-dominio e lui, ovviamente, pensa di essere tra questi).

Per me, invece, la Tecnica contro la quale i pensatori esistenzialisti, fenomenologici e storicisti si sono confrontati oggi si è trasformata nell'apparato tecnologico, burocratico e ideologico che sostiene lo sfruttamento planetario da parte del capitale nella deriva finanziaria e impersonale. 

La conseguenza dell'azione di Grillo è la svalutazione di quella politica che lui riduce a macchietta. La politica che diventa burocrazia, sede di compromesso e corruttela, la politica vecchia. E la forma vecchia della politica per lui sono i partiti. Per questo ha sferrato l'attacco alla forma-partito, proponendo una struttura liquida, capace solo di creare consenso. Dietro questa operazione c'è il passaggio dall'impolitica - cioè dalla politica partecipata, ma con la garanzia storica dei partiti, e quindi lenta e ferragginosa - alla impolitica rappresentata da uno solo che decide (nel caso del M5s da Grillo e dalla Casaleggio associati). Il gruppo di potere che è dietro il M5s sono pochi "ottimati" che, senza confrontarsi con una legge morale (Platone), hanno già deciso tutto e lasciano ai militanti a cinque stelle l'illusione sulla discussione riguardo bagattelle locali e marginali (salvo intervenire quando qualcuno ha strane alzate d'ingegno). E' una modalità che abbiamo già visto e che però, per essere efficace, ha bisogno di esprimersi in un clima da comitato di salute pubblica. Grillo per dar conto in modo micidiale delle sue simbologie ha bisogno di una lotta totale, uno stato d'emergenza permanente. Così i militanti chiudono un occhio sulle derive anti-democratiche, così l'efficacia della sua retorica anti-sistema resta inalterata e si perpetua.

 

Dove troviamo una cosa del genere? La dice Cacciari guarda caso quando parla del filosofo della politica filo-nazista Carl Schmitt: "La politica diventa autentica solo perché in ogni momento vive nello stato d'eccezione" e il "Siamo in guerra" di Beppe Grillo è proprio questo. E così il comico genovese può sostenere che la sua impolitica diventa la vera politica. Ma, come sottolinea Cacciari, questo modo di vedere l'impegno di un cittadino nella lotta per la gestione della cosa pubblica è tipico delle adesioni ai totalitarismi. E si manifesta, per esempio anche nel plauso al nazismo di un pensatore geniale come Heidegger: "La deriva del nazionalsocialismo di Heidegger, come ha visto lucidamente Hannah Arendt, inizia con il suo discorso sulla totale svalutazione della politica". Quello che ha fatto inizialmente Grillo. La politica è il mondo della chiacchiera e del vecchio, questo era il pensiero di Heidegger che così abbracciò Hitler. Grillo, invece, aspetta ancora qualche filosofo per nobilitare il suo movimento. Ma forse non deve nemmeno preoccuparsi. Gliene costruirà qualcuno, con tanto di ontologie, Gian Roberto Casaleggio. Ovviamente virtuale.

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26 maggio 2012 6 26 /05 /maggio /2012 17:07

BOLOGNA - Oggi "La Stampa" è stato il quotidiano più pronto a centrare il vero nodo politico-strategico, dopo lo scontro fra Beppe Grillo e Pizzarotti, sindaco di Parma sulla nomina sgradita ai vertici del movimento 5 stelle del direttore generale del Comune emiliano. Grillo, che sta sfidando il sistema dei partiti, verticisti e corrotti, è contraddittoriamente in mano ad un gruppo di manager che, attraverso la rete, ha creato un grande esperimento politico: e lo sta conducendo con delle cavie a cinque stelle. Primo scenario del gioco: portare in parlamento dei deputati eletti solo attraverso la capacità di raccontare una rivoluzione attraverso la rete. Gli strumenti sono i social network e la fabbricazione di eventi virali. Contemporaneamente via alle piazze con Grillo in grado di trascinare e forgiare quelle parole d'ordine che si ritroveranno poi centinaia e centinaia di volte nei post artificiosamente introdotti nell'universo della Casaleggio associati, la main company che sostiene tutte queste operazioni. Non è una rivoluzione dal basso, è una rivoluzione che convince cittadini, arruola e trascina soldati alla guerra, ma che è diretta dai padroni delle piattaforme. Il movimento di Grillo è quindi contraddittoriamente con la sua ispirazione, ammalato di verticismo, una malattia che lo ucciderà. O lo porterà verso approdi che sono simili agli esiti catastrofisti dei romanzi tipici dell'underground degli anni Ottanta.

I padroni del movimento 5 stelle sono attorno all'ormai famosissima Casaleggio associati: sono iimpenetrabili, insondabili. Con loro è impossibile realizzare un contraddittorio, sembrano gli ineffabili padroni della finanza mondiale. I guru di Grillo sono ispirati da una idea orfica, salvifica e sapienzale della politica: un modello che riecheggia tutto in una letteratura vecchia di trent'anni. Questi guru sulla soglia dei sessant'anni vogliono trasformare la competizione democratica in un gioco di ruolo:la loro fantasy-politica ha una marcata risonanza messianica e apocalittica.

GianRoberto Casaleggio, l'architetto del movimento 5 stelle, ha raccontato e ha scandito anche nella sua previsione spettrale i momenti della fine della nostra civiltà e degli scontri fra impero del bene (provvisto della libertà di rete) contro l'impero del Male (Cina-Russia-Iran) che contrasterà la libertà di rete. Ci saranno - sostiene - sei miliardi di morti e si ricomincerà in un nuovo Eden. Chi ha immaginato questa palingenesi non si è però limitato a visioni chiliastiche, è anche colui che, più pragmaticamente, blocca un sindaco eletto dai cittadini, come Pizzarotti a Parma, pretendendo di dettare ad un amministratore eletto dai cittadini, ogni mossa. I guru del terzo livello del movimento cinque stelle sono certosini, impediscono ai post sgraditi di comparire sui blog, espellono cittadini a loro non graditi dal movimento stesso. I loro quadri (all'interno o fuori dalle istituzioni) dovranno attenersi alle scelte che questi novelli templari hanno immaginato (la ribellione di qualche militante o di qualche "quadro" del movimento è un sotto scenario previsto dal gioco). Ma alla fine i guru non potranno lasciare l'autonomia a nessuno dei personaggi creati dal loro gioco di ruolo, nemmeno quando questi avatar in carne e ossa saranno deputati o magari ministri. A loro della democrazia non importa nulla, sono degli Stranamore del XXI secolo con strumenti sempre più raffinati di controllo sociale.

 

La resistenza a questa visione politica da parte di chi ha cuore una trasformazione dell'esistente promossa dai movimenti partecipati deve partire dall'informazione e deve cominciare subito. Di questi uomini che stanno portando avanti una battaglia politica per una prometeica propensione al controllo e alla costruzione del mondo secondo un loro rigidissimo modello dobbiamo diffidare come fossero sanguinari dittatori del secolo passato. La natura e la matrice sono infatti le stesse, un'idea artificiale della realtà e dei rapporti umani da applicare alla vita in carne e ossa. Credo che sia compito di tutti, proprio perchè si nascondono e cercano di non aprirsi alla conoscenza e all'informazione, attraverso la rete, ottenere più notizie possibili su di loro, sui loro rapporti economici, su chi li finanzia, su chi incontrano. Insomma facciamo le carte da gioco con le loro immagini, esattamente come accadde per Saddam. Cerchiamo di raccogliere informazioni e mettiamole insieme. Per loro la rete è una costruzione di piattaforme per il controllo sociale, non per la libertà di pensiero, di informazione, di associazione.

Vi segnalo una riflessione del 2010 apparsa su Micromega, sarebbe bello collezionarle molte altre e più attuali (in rete c'è moltissimo materiale). Ma soprattutto sarebbe bello intercettare subito informazioni riguardo

http://temi.repubblica.it/micromega-online/grillo-e-il-suo-spin-doctor-la-casaleggio-associati/?printpage=undefined

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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