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28 gennaio 2012 6 28 /01 /gennaio /2012 02:28

BOLOGNA - Non sono nemmeno trascorsi quattro mesi dalla morte di Steve Jobs che, per una parte spensierata della sinistra italiana, il manager che ha creato Apple è diventato un riferimento ideale, addirittura un'icona. Aggrappati al memorabile Stanford speech - che terminava con il famoso "Siate affamati, siate folli" - persino molti  dirigenti dei partiti di sinistra hanno intravisto nel grande imprenditore-inventore un modello di umanesimo tecnologico, il portatore di nuove istanze di civiltà. Quell'appello, insieme anarchico e calvinista, rivolto ai laureati di una delle università più prestigiose, ha fatto breccia nelle coscienze di tanta gente e rafforzato l'idea che il vero sogno americano era ed è ancora possibile, assieme ai valori moderni di emancipazione legati all'inventitiva e alla trasformazione del presente così greve e così segnato dalle miserie dalle quali proviamo a fuggire. 

 

Esaurite, magari con un bel sospiro sognante, queste riflessioni fascinose, può essere capitato a qualcuno dei gioiosi adepti del Jobs-pensiero di imbattersi in articoli come quello apparso su "La Repubblica" di venerdì 27 gennaio (pagina 43 di R2) che descrive le condizioni di produzione in uno dei tanti stabilimenti che assemblano Ipad in Cina. Il testo è una traduzione di un'inchiesta apparsa sul New York Times. La fabbrica in questione è la Foxconn i cui impianti sono situati a Chengdu, oltre 10 milioni di abitanti, quinta città della Cina, capoluogo della provincia sud occidentale del Sichuan, dove nacque Deng Xiaoping.

 

 Si parla di "Fabbrica-lager", esplosioni che colpiscono i lavoratori con conseguenze mortali e con incredibili mutilazioni, uso di polveri tossiche per la lucidatura degli schermi dei tablet, orari di lavoro di oltre dodici-quattordici ore, quasi sempre sette giorni su sette, dormitori d'impresa che raccolgono settantamila lavoratori, spesso ammassati in venti per bilocale. A Chengdu, tra il gennaio  e il novembre del 2010, mentre Steve Jobs era al timone della Apple, nel luogo dove i prodotti della sua commovente genialità venivano effettivamente realizzati, il comandamento "siate folli" pronunciato a Stanford, veniva interpretato nella maniera più radicale da 14 operai della Foxconn: suicidio a causa delle condizioni di lavoro. Nello stesso periodo decine e decine di altri tentativi di autosoppressione, per scampare alle follie di quel sistema produttivo, andavano a vuoto, producendo comunque devastazioni personali, fisiche e infine trasmesse nei rapporti sociali che queste altre persone avevano intessuto. 

 

La policiy di Apple ufficalmente diffida le aziende fornitrici dal realizzare i prodotti in condizioni di sfruttamento. Ma quello che avviene in Cina può facilmente cadere nell'oblio. E, come si racconta nel testo dell'articolo, "negli stabilimenti che riforniscono Apple - secondo i resoconti ufficiali - si contano sempre almeno un caso di violazione delle norme stabilite dalla Apple stessa". Inoltre, secondo un ex manager della Foxconn Technology, propaganda a parte, "alla Apple interessa solo aumentare la qualità del prodotto e abbassare i costi'".

 

A fronte di questi resoconti come è possibile che i radiosi e appagati adepti del Jobs-pensiero non mettano insieme le due cose. E cioè: cosa sarebbe stato delle geniali innovazioni del grande Steve se queste mirabìlie fossero costate il doppio o il triplo? Cosa sarebbe stato del genio di Jobs se quanto immaginato non fosse diventato un prodotto di largo consumo, aiutato da un prezzo, a sua volta frutto di una selvaggia riduzione del costo del lavoro? 

 

Chi avrebbe parlato di Steve Jobs come trasformatore della civiltà del comunicare se gli strumenti prodotti dalla sua azienda non avessero avuto un accesso planetario e se, al contrario, a causa dei prezzi proibitivi, fossero stati ridotti al rango di meraviglie della tecnica utilizzabili solo da grandi agenzie, centri di ricerca o rarissimi e eccentrici miliardari?  Cosa sarebbe dell'Ipad se fosse rimasto in mano solo a un centinaio di persone al mondo e non a centinaia di milioni? Quello che per la nostra civiltà è un astronave al cospetto di un automobile? Probabile.

 

E cosa ne sarebbe della merce Ipad se fossero o fossero state diverse e migliori le condizioni dei lavoratori che ne producono o se questi stessi lavoratori impiegati per costruire lo stesso numero di esemplari di tablet fossero in numero maggiore e quindi se avessero lavorato senza straordinari, con turni di sei-otto ore e un riposo di almeno venti?  E cosa accadrebbe al costo del manufatto se l'azienda produttrice avesse assicurato locali decenti e sicuri, una mensa adeguata, stipendi simili a quello della media dei consumatori ai quali il frutto del loro lavoro viene destinato? 

 

E, infine, come un imprenditore, un manager, sia pure soltanto un "creativo", poteva ingnorare che nell'immaginare un prototipo non avrebbe potuto prescindere dal predeterminare quell'oggetto per la produzione? E quindi nel materiale, nei componenti, nei meccanismi di montaggio, in modo tale che quel preciso e determinato oggetto da lui creato fosse fabbricabile a costi concorrenziali per il mercato globale, diventando così merce? E come ignorare che per ottenere quel risultato si doveva far ricorso ad un'offerta per i fornitori che non poteva che indurre meccanismi selvaggi di sfruttamento? E allora, come possiamo separare  i momenti della Apple filosofia, Jobs-pensiero buono da una parte e logica aziendale cattiva dall'altra? Una filosofia che, tra l'altro, ci rende tutti controllabili (noi che il tablet possiamo comprarlo), ma che rende da subito schiavi coloro che il tablet devono produrlo. E come non riflettere che quel medesimo prodotto è tale per il valore aggiunto, reificatosi, fattosi cioè oggetto, grazie al sacrificio di centinaia di migliaia di lavoratori? E vedendo quelle fabbriche, leggendo quei rapporti, come non notare che questi operai lavorano gratis per la maggior parte  del tempo, creando quel plusvalore che permette ad Apple di sbaragliare la concorrenza, visto che la sussistenza primaria dei  lavoratori cinesi viene saldata in salario dopo appena un quinto o un sesto della giornata di lavoro? 

 

Come non pensare che dietro questa logica c'è la spinta incontrollabile del regime del capitale che impone a tutti, geni, apostoli, sfruttatori o filantropi di doversi piegare alle logiche del profitto che impongono, a prescindere dalle volontà singole, un comportamento non emendabile nella determinazione dei rapporti di produzione?  Come non immaginare che, senza il mister Hyde che toglie vita e futuro agli operai cinesi, il macilento asceta Jobs non avrebbe avuto nè spazio, nè fortuna, nè modo di esistere? Come non notare la stretta connessione tra Jobs creatore di una nuova e feconda civiltà e Jobs oggettivamente complice di una barbarie senza un briciolo di umanità? "Siate affamati, siate folli" diceva agli studenti di Stanford, ma il suo sogno di follia e fame, di suicidi e miseria, è stato davvero realizzato solo a Chengdu.

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26 gennaio 2012 4 26 /01 /gennaio /2012 00:53

BOLOGNA - Il sottosegretario Michel Martone è l'uomo al centro di tanti commenti per quella frase da ancien régime berlusconiano: "Dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perché vuol dire che almeno hai fatto qualcosa". Inutile ripetere la sua biografia, le sue amicizie dalle quali ha tratto questa Weltanschauung che si traduce spesso in volontà di potenza declamatoria condita da pochi fatti. C'è chi, come Massimo Gramellini, su "La Stampa", l'ha fustigato, chi lo ha lodato come Stefano Zecchi su "Il Giornale" chi ha preferito ignorarlo come Michele Serra su "La Repubblica" parlando invece della questione comunque sollevata: studiare per diventare un buon perito industriale, studiare per cercare di rendere il proprio percorso di apprendimento e quindi, in senso più generale di formazione, compatibile con un lavoro manuale, ha dignità perlomeno pari allo studio universitario (che poi i cammini possano anche alla fine coincidere è un altro paio di maniche). In molti sottolineano (come accadeva anche per le affermazioni dei numi tutelari del giovane Martone, Brunetta e Sacconi) l'aspetto anti-conformista di certe riflessioni: in realtà perdere tempo all'università o catturare una laurea inutile è peggio che indirizzarsi verso una carriera dal profilo professionale certo. Inseguendo, così, quello che è un modello tuttosommato italico, nazione costruita sul lavoro, sulle professioni, sull'artiginato, sulle brillanti eccellenze della praticità. A parte il sapore da filosofia delle corporazioni, con tutto quello che questo termine ha significato per la storia politica del lavoro italiano, ci sarebbe semplicemente da fare una constatazione che, a fatica, ho visto emergere fra i commentatori.

 

Diamo per scontato  l'intento rivoluzionario, in odore persino di marxismo, e perciò contro la divisione classista del lavoro, da parte del giovane Martone. Resta una prassi che è sostanza esattamente come il contenuto che viene proposto: per affermare qualsiasi concetto, sia pure progressivo, Martone, come poi hanno fatto sempre Brunetta, Sacconi e la cosiddetta tradizione italiana dei riformisti lib-lab, adotta il metodo di generare una divisione fra classi artificiosamente costruite.

 

E allora ecco gli sfigati di Martone contrapporsi ai virtuosi frequentatori degli istituti professionali, i fannulloni di Brunetta contro gli operosi lavoratori per lo più nel privato, i precari di cui vergognarsi con i precari che accettano anche contratti ad un giorno e le relative angherie del padrone senza vergogna, i sindacalisti cattivi emarginati da Sacconi contro quelli bravi buoni e ubbidienti. Insomma ogni idea, per questi avanzi del craxismo, deve generare divisione fra i lavoratori, ogni affermazione è tesa a creare steccati fra coloro che oggettivamente sono accumunati da uno stesso destino produttivo e di sfruttamento. Vinca il migliore o chi si addatta alle nuove trasformazioni alle quali, questi competitori emarginati, non hanno diritto, ovviamente, di partecipare o che non possono neanche lontanamente determinare. Risultato: invece della lotta di classe viene promossa la guerra tra sfigati.

 

 E' stato il virus demoniaco iniettato nella nostra società dal craxismo e dal berlusconismo: alimentare l'odio fra poveri, creare categorie di plastica che rimodellino le oggettive contrapposizioni determinate dai modi di produzione. Questo è l'obiettivo di questi "professori" o perlomeno la cultura diffusa della quale sono pervasi e che emerge ogni volta che comunicano un concetto. Operazione che è ben lievitata, alimentata quell'humus corporativo che è diretta discendenza del fascismo. Basta anche aver fatto un istituto tecnico, anzi, basta essere stati in fabbrica o nei campi o in un call center per capirlo. Davvero, in questo caso, la laurea è inutile.

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22 gennaio 2012 7 22 /01 /gennaio /2012 04:42

BOLOGNA - Secondo me non è improprio affrontare in chiave di inconscio collettivo e in relazione allo sport la categoria del perturbante emersa nella psicanalisi, e che ha un retroterra letterario importantissimo. E' un sentimento che provoca turbamento, induce ad una dissonanza cognitiva, nel nostro caso, verso un fenomeno come il doping. Aiutare un atleta e gli atleti che si rapportano al tema doping fornendo uno strumento in più per la definizione culturale di questa piaga, potrebbe essere una delle strade per tentare di demolire una tendenza che sta perdendo sempre più il connotato valoriale negativo per le comunità sportive dei nostri tempi. Che, per dirla con linguaggio filosofico, si sono assuefatte ad una deriva faustiana.

 

Vediamo un po': il faustismo è quel percorso che si intraprende quando si immagina di poter supportare o sostituire il divino. O meglio quando si pensa  di poterlo in qualche modo rappresentare. La performance sportiva senza limiti ottenibile con una robotizzazione dell'atleta rende l'uomo-atleta più vicino all'uomo-Dio. E' il faustismo conosciuto nella storia della filosofia, nella storia tragica del secolo passato e nelle sue espressioni letterarie. Ora proviamo ad applicarlo allo sport. Il Doctor Faustus di Thomas Mann racconta di un artista che fa un patto: rendere inesauribile e immensa fino alla morte la sua ispirazione. Poi sarà soddisfatto e perduto.  Di fronte all'uomo-Dio, che tutto vuole e tutto può, in questo caso incarnato dall'atleta-Dio, però ci si trova a reagire in modo contraddittorio. Soprattutto quando l'atleta reso Dio dal doping è l'uomo di tutti i giorni diventato un angelo onnipotente, ma che noi conosciamo come intimo.

 

Il doping rende le grandi prestazioni vicine, familiari, perchè compiute da uno di noi.  Ma al contempo, quando emergono le angosciose e estranianti pratiche, gli effetti e persino le conseguenze nel tempo del doping, la sensazione è di paura. E' il "perturbante" applicato allo sport. Un concetto che andrebbe analizzato ermeneuticamente scomponendo il termine tedesco utilizzato in ambito psicanalitico per definire il concetto che rivela un'attitudine estetico-sentimentale: "un-heimlich".  L' "un-heimlich"  ha una componente semantica che ci conduce al  "non-familiare" ma anche al "nascosto". Il nascosto è sia ciò che è spaventoso perchè non conosciuto, sia quello che è nascosto perchè velato e perchè è preservato in attesa di essere dato a chi ne è degno. Un po' quello che accade sul piano teoretico, sul piano della ri-scoperta dell'Essere rispetto al termine greco aletheia, banalmente tradotto in verità. In realtà, secondo un pensiero che nello scorso secolo ha costituito un punto di riferimento, "aletheia" o meglio l' "aletheinon" è  il "celato", il "velato", il "preservato".

 

Ma nel faustismo incarnato, per come l'abbiamo visto, nelle discipline sportive,  quello che per Heidegger è un celato che si preserva per non essere offeso dagli insulti del tempo e della civiltà tecnica occidentale, diventa l'opposto: è quanto viene raggiunto proprio attraverso la tecnica e la tecnologia.  Se  l'Essere è il Dio da cercare, nel suo rovesciamento,  il nascosto nell'ambito della paideia sportiva, che nella tradizione è solarità, apolinneità, è ribaltato. L'ultimo uomo, il più androizzato, il più efficiente, tanto da trasformare addirittura la sua fuseis diventa il portatore di luce nera: è l'automatizzazione dell'uomo che la più spregiudicata scienza, la più vuota tecnica rendono bionico e malvagiamente divino: è l'Anticristo. Il modello dell'atleta che falsa le regole che le umilia e le vuole cancellare è un ribelle che precipita nel suo orgoglio: sentirsi assolutamente diverso dagli altri. E' Satan.

 

E' un ambito di ricerca di straordinario interesse che mette insieme anche a livello di paradigmi letterari le figure di Pindaro e di E.T.A. Hoffmann. Per il primo, appunto,  l'atleta è apollineo, solare, genera un sentimento di purezza e di emulazione, è un simbolo aperto. Per il secondo, lo scopritore della paura dell'automa, questa figura istituisce (sempre in ambito letterario, a cominciare dall'opera "Der Sandmann", "L'uomo della sabbia"), il topos del gesto consueto ma spaventoso. E' l'agire speciale che produce una dialettica con esisto terrifico tra familiare e mostruoso (con relativa perdita di capacità fisiche o addirittura di menomazioni). I suoi racconti e i suoi personaggi hanno  determinato nella storia della cultura la ricerca di un vero grande nuovo motivo di angoscia ripreso ad ogni livello sia in ambito scientifico che artistico. Paura e familiarità: l'uomo è diventato meccanico e genera  un'angoscia generata dal vederci spersonalizzati, ma in qualche modo simili a prima. Nella nostra cultura diffusa esempi di questo tipo ce ne sono stati innumerevoli, basta pensare a film come Matrix, la Cosa oppure a tutte le narrazioni dove compare la figura dello zombie. Un uomo prossimo, a volte talmente prossimo da considerarlo di esperienza familiare, ma che in realtà è un mutante per effetto di tecnologie incontrollate. Al mutante, all'uomo-meccanico, allo sportivo-robotico ci avviciniamo fiduciosi per poi ritrarci terrorizzati, angosciati, smarriti, precipitati nel "perturbante".

 

I racconti di Hoffmann l'opera di Offenbach, rappresentata in questi giorni alla Scala ne sono un esempio e un' anticipazione sublime in musica. Lo sport non si era interrogato ancora su questa condizione, quella che rende l'atleta dopato, ma anche l'atleta che scommette e che quindi meccanicizza ed estrania il suo gesto e la sua performance, alla stessa stregua della bambola meccanica, Olympia, del citato racconto di Hoffmann. E'  resa incantevole ma ridicola e angosciante dalla aria scritta nell'opera di Jacques Hoffenbach. Olympia fa  innamorare. Ma, appunto, è un inganno. Orribile e beffardo al tempo stesso, che ci perde e ci conduce alla follia. Individuale o collettiva che sia.

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1 gennaio 2012 7 01 /01 /gennaio /2012 09:22

BOLOGNA - Temi di inizio d’anno. Quando la riflessione volge lontano. Una delle grandi questioni che il pensiero che frequento non ha posto con con grande forza è la questione dell’origine. Ci sono passaggi della filosofia che trae spunto da Marx piuttosto sbrigativi sul tema dell’ulteriorità. Anche se Marx è estremamente più profondo, problematico e sbrigativo al tempo (deve affrontare altri temi, è incalzato da avvenimenti politici, dalla soluzione di pressanti interrogativi economici). Questi passaggi, soprattutto segnati dalle riflessioni dei manoscritti economico-filosofici del 1844  ci dicono che non possiamo mostrare il mondo non esistente per dedurlo da un altro principio. Chiaro. Non si può immaginare un al di là rispetto al nostro mondo per poi cercarne il principio, sempre fuori dal nostro stesso mondo. E’ un modo di passare ad altro argomento con grande senso della contingenza. Per chi era alle prese con la rivoluzione il tema dell’ulteriorità doveva essere per forza rimandato. Sarebbe stato di impiccio. Il compito dei compiti eletto da Marx a sua missione fin dalle tesi su Feuerbach, concepite tra il 1844 e il 1845 (e non a caso riportato con efficacia anche sulla sua lapide) è quello noto nell’undicesima tesi: si deve capire il mondo dove siamo per cambiarlo. E’ uno dei pilastri del pensiero marxista, e uno dei temi ai quali nessuno che pensa può sfuggire. Altrimenti a cosa servirebbe il nostro relazionarsi se non fosse finalizzato alla comprensione? E quindi alla trasformazione, visto che ogni comprensione, ogni pensiero pensato è produzione di pensiero che è impossibile da distinguere, se non altro per i suoi effetti di cui dobbiamo essere consci, dalle possibilità pratiche che genera? Questo Marx nella temperie della sua missione. Ma, successivamente, alcuni pensatori nell’ambito del materialismo, insieme alla questione del termine ad quem, hanno posto la questione dell’origine. Ma come fare? Da dove cominciare? Questo è un vero problema.
   

Già perché nel viaggio della vita noi siamo imbarcati, lo diceva Pascal. E mica abbiamo scelto, con la nostra nascita, con la coscienza che si forma dall’embrione alla venuta alla luce e negli anni successivi, da dove e per dove. Siamo gettati in una determinata e casuale epoca storica, in un determinato e casuale contesto sociale. Quindi è anche naturale che all’uomo capiti di porsi il problema del terminus ad quem senza magari porsi il tema dell’origine. Ma poi, prima o poi, con questo tema, ci si imbatte.  Uno straordinario pensatore marxista, da qualcuno definito un materialista messianico, come Ernst Bloch, un metodo l’ha fornito. Tratto, anche questo, da un’intuizione marxiana. Noi siamo: questo basta per cominciare. E non può non bastare.

 

Questo percorso è una scalata, ma a differenza delle imprese alpinistiche noi sappiamo, forse, al massimo, dov’è il campo base. Ma in genere certe scelte, o la necessità di certe scelte accadono quando si è già sulla parete. E’ già difficile decidere che percorso prendere, se fa bello o c’è gelo. Se conviene attaccare una linea lungo una parete oppure un’altra. O addirittura, scelte radicali, di cambiamento, fino a cambiare versante. E spesso alla cima non si arriva. La vita è costellata di successi e insuccessi. Aspettative premiate o aspettative disilluse. Fallimenti. Pernottamenti in parete, attesa che le condizioni climatiche rendano possibile una salita ulteriore. Oppure ci si può rendere conto di ripiegare per provare un’altra soluzione e un’altra strada. A volte si rinuncia, in qualche drammatica occasione si precipita o si resta lì, in attesa di qualcosa che possa cambiare l’esito di certe scelte. E questo qualcosa non arriverà o arriverà tardi tanto da dover rinunciare a tutto o a parte della propria missione.

Spesso alla cima ci si arriva e allora viene la grande questione: scendiamo. Torniamo dove? Bloch – come dicevo - questo tema lo affronta. Anche se dice: noi siamo questo basta per cominciare. Dove l’inizio per Bloch? Dove è la radice? Tutto ha dentro di sé il volto pietrificato, l’immagine di Sais che attende di esprimersi.
 
I discepoli di Sais è un’opera incompiuta di Novalis. Letterato romantico di inizio ottocento. Il giovane discepolo è alla ricerca del principio e si incammina verso il tempio rivelazione. Il tempio di Iside. Dove si adora l’immagine della Dea coperta da un velo. Riesce ad accedere. A lui, infine, è permesso di sollevare il velo. Ma cosa scorge, quale è il segreto del principio della natura nell’immagine scelata di Sais? Vede se stesso. E questo perché sollevando il velo della natura vede la radice della coscienza: perciò vede se stesso. Bloch usa l’espressione “volto pietrificato”. Questo volto dimora nel seno del tutto e che attende attraverso il futuro il suo compimento.

 

E’ un principio di coscienza che si radica nel profondo per emergere attraverso la storia dove storia è tutto. In vista di cosa? E’ qui il collegamento all’utopia terrena, legata alla produzione marxista (produzione di pensiero e trasformazione del reale). Il futuro sarà la società dei produttori associati, il comunismo, la fine della preistoria e l’inizio della nuova storia dell’uomo dominato solo dai propri autentici bisogni. E i bisogni dell’uomo saranno solo limitati dai bisogni dell’uomo. Senza capitale, lavoro alienato e senza il bisogno indotto dal capitale. Il tempo libero dominerà sulla produzione perché l’organizzazione sociale sarà vista in funzione dell’uomo e non viceversa, ai fini del profitto.  Ma quale sarà il principio filosofico il volano mistico che ci permetterà di arrivare fino a là? Il Principio Speranza.

Il principio, perciò è un tutto che matura. E che attinge dalle sue radici, ancora inespresse di ciò che sarà. E noi siamo proiettati verso ciò che sarà. Un approdo che è condiviso da una parte del pensiero messianico moderno, anche se, a volte, apparentemente nella veste del nichilismo. Con Nietzsche, ad esempio, si va anche oltre. Una volta raggiunto l’Ubermensch si ricomincia da capo. Lì c’è l’esigenza dell’Eterno ritorno, in Bloch il paradiso in terra, la fine della preistoria dell’umanità, il compimento della filosofia. Questo è il comunismo.

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13 dicembre 2011 2 13 /12 /dicembre /2011 00:05

 Il simbolo nei partiti politici, nei grandi movimenti sociali, in ogni organizzazione che ambisce ad avere e fornire criteri di identificazione, sia un'azienda del sistema tardo-capitalistico, sia una comunità religiosa antica, ha un immediato effetto d'orientamento. Che poi si sposta immediatamente nel linguaggio. La falce e martello, lo scudo crociato, i linguaggi delle ideologia (quante volte nei comunicati delle Brigate Rosse, ad esempio, compariva l'avverbio oggettivamente, proprio perchè la strategia di quell'organizzazione ci diceva che si è nemici o compagni non tanto per scelta o volontà ma per il ruolo, oggettivamente, recitato in un contesto sociale e politico).

Alcuni dirigenti del Pd hanno immediatamente evidenziato, in alcune loro espressioni, il carattere egemonico della cultura aziendalista che si disciplina secondo la ragione del mercato. Ne avevano già parlato quando Deborah Serracchiani parla della necessità di una nuova "offerta" politica, o propone di "fare un'Opa dentro il partito": utilizzava terminologie proprie del mercato, sia di quello che si rivolge al consumatore, sia del mercato finanziario. Il modello culturale di riferimento, usando quelle metafore linguistiche, è già dato. Questo senso di distanza con la simbologia che invece emerge da altri contesti (quello dei movimenti, dei sindacati, degli studenti e delle università) viene ribadito in un logo che un'iniziativa sempre a cura dei vertice del partito racconta i giorni drammatici della manovra economica del governo Monti. Un periodo segnato dai dolori, persino dalle lacrime - al di là che possano essere considerate fuori luogo o meno - di una ministra, da uno sciopero generale per la prima volta dopo tanto tempo unitario, dalle perplessità e persino da qualche piccola battaglia vinta dalla ex opposizione, ora maggioranza, nei confronti di qualche diktat del govero in carica. Ebbene il Pd per raccontare i giorni drammatici della manovra e quindi della crisi e quindi dell'impatto sociale su pensionati, lavoratori, giovani, precari e disoccupati, sceglie un grafico a linea (lo vediamo qui in alto). Insomma un'immagine che rimanda alla finanza, agli spread, alle visioni aziendaliste e legate al freddo calcolo di dati sui quali produrre poi un'azione politica inevitabile. Da un partito che vuole essere interprete non solo di una visione ragionieristica del futuro, ma di quella qualitativa basata sui bisogni delle classi subalterne - che da queste scelte di tipo finanziario meccaniscistico continuano a restare subalterne e si allargano a macchia d'olio nella composizione numerica e qualitativa nel corpo sociale - mi sarei aspettato un'immagine diversa. Ma forse per i vertici del partito, è evidentemente, anche simbolicamente a cosa legarsi. Si vogliono immediatamente far emergere le priorità e i modelli di riferimento. Basta capirsi. Ho capito. 

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8 dicembre 2011 4 08 /12 /dicembre /2011 00:11

BOLOGNA - Scrivo mentre concludo la visione su Sky della Prima al teatro Alla Scala, il Don Giovanni. Mi sarebbe piaciuto vedere alcuni degli interpreti di cui ho ascoltato decine e decine di ore di registrazioni, Anna Netrebko, Bryn Terfel, oltre a Daniel Baremboim che ho avuto la fortuna di vedere proprio Alla Scala dirigere una grande edizione del Tristano. Ma i prezzi della Scala  non me lo permettono. Pazienza. Ho ascoltato però l'opera, e ho ascoltato anche i commenti degli spettatori eccellenti di questa Prima, fra un tempo e un altro: chi millanta conoscenze, chi dà giudizi ridicoli, chi dice poche parole opportune, chi infiora i suoi discorsi di citazioni magniloquenti, magari anche interessanti. Insomma come accade da sempre alla Prima Alla Scala c'è chi vorrebbe esserci e c'è e chi non c'entra niente e c'è lo stesso. E poi tutti coloro ai quali piacerebbe starci e rimangono fuori. Ma questo accade nella vita, non bisogna intristirsi, poi si può andare alle repliche, anche se non è mai la stessa cosa.

 

Ma un commento mi ha irritato fino a farmi andare di traverso una bella serata, anche se in differita, trascorsa davanti ad un monitor con la grande musica. Cecchi Paone, giornalista, diventato famoso soprattutto per il suo outing (si è dichiarato omosessuale e quella testimonianza gli è valsa in notorietà più di un'intera carriera svolta nella penombra). In qualche occasione Cecchi Paone si è battuto con energia contro le discriminazioni, in altre si è tuffato in polemiche, anche quando sono sembrate comunque una forzatura. In ogni caso la difesa dall'omofobia è una cosa, la gradevolezza, l'intelligenza e il gusto di una persona un'altra. Io sto con Cecchi Paone quando avverto che il suo ruolo possa essere minacciato da una condotta omofoba, apprezzo anche che si schieri spesso, perchè con le sue polemiche sposta verso una posizione migliore il baricentro culturale della nostra civiltà. Ma l'anti-conformista Cecchi Paone, il difensore dalla standardizzazione dei ruoli e  il nemico delle discriminazioni del nostro tempo, ieri, per esprimere un commento di rirrilevante interesse, ha usato un'espressione classista, insultante, davvero discriminatoria che fa emergere una personalità evidentemente capace di raccogliere solo i vantaggi della sua posizione di potenziale discriminato e non la lezione che deriva da queste dure dinamiche. Per definire triste la regia del Don Giovanni del 7 dicembre 2011 ha detto testualmente: "Triste come se fosse stata di Landini della Fiom". Per lui triste è difendere, con le proprie idee e con una caparbietà e una fedeltà senza pari, gli operai nel momento in cui vengono licenziati, discriminati nei posti di lavoro, quando il padrone e i sindacati gialli ti dicono che non c'è spazio per i delegati Fiom nelle rappresentative sindacali in Fiat. Forse per Cecchi Paone è triste andare a Termini Imerese, è triste andare in tivvù con un maglione, come fa Landini, o con i pantaloni di velluto, è triste aver cominciato a lavorare a quattordici anni in fabbrica da apprendista, come ha fatto Landini a Reggio Emilia. Certo, è tutt'altro il mondo frequentato da Cecchi Paone, ieri apparso in smoking d'ordinanza. Ma perchè non c'è andato lui, a Termini Imerese? Forse perchè quello era un posto troppo triste. E la tristezza si evita, perchè finisce per contagiarti. Io non so se Landini abbia la sensibilità artistica di Cecchi Paone, ma posso anche avanzare un'ipotesi per capire per quale motivo il segretario della Fiom non fosse a fianco di Cecci Paone nella serata di Sant'Ambrogio. Perchè, nonostante il brillare degli artisti, quello della Prima scaligera raccoglie in massima parte un mondo di stronzi e di sfigati e anche perchè Landini, che guadagna 1800 euro al mese, avrebbe dovuto dedicare due o tre stipendi per un biglietto. Inoltre non avrebbe retto a lungo a causa della puzza di merda che ti soffoca se nei paraggi c'è gente come Cecchi Paone.

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25 novembre 2011 5 25 /11 /novembre /2011 11:55

tempimoderni

BOLOGNA - La furia liberista, nelle sue versioni liberal o nella versione del vecchio e puzzolente armamentario anni Ottanta (che solo da noi in Italia viene dipinto come modernità) gioca in realtà una partita contro le stesse possibilità del capitale di guidare i processi di innovazione e trasformazione tecnologica della società.

 

 Del resto è indubbio: quando in Italia Fiat o altre aziende manifatturiere fanno sempre meno ricerca e sviluppo e individuano prodotti di retroguardia, quando il paese guidato dai liberisti alla Sacconi, Gelmini, Tremonti, Brunetta, (vediamo ora questi professori coadiuvati dagli Ichino e compagnia ciarlando) tagliano indiscriminatamente la vera e indipendente formazione, indicano una sola strada: per restare a galla ci devono rimettere i venditori di forza lavoro. E' un capitalismo ladro e lestofante, abituato al connubio con le mafie e le massonerie, dove la vera specializzazione è quella finanza truffaldina, che ha permesso al sistema di creare bolle speculative, quando non imbrogli di bassa lega per sostenere lobbies, correnti, fondazioni, partiti nati solo come centri di potere autoreferenziali.

 

Il suo mercato è essenzialmente quello degli appalti e delle opere pubbliche, dove la partita non si gioca sul migliore prodotto o sul prezzo più conveniente, ma attraverso bustarelle oppure attraverso la garanzie di poter far funzionare un sistema politico che in Italia si regge sul connubbio: io faccio vivere la tua organizzazione e il tuo partito, tu mi procuri il mercato che serve per fare profitto. Chi ci rimette il cittadino sempre più vessato, che riceve prodotti scadenti e che deve sobbarcarsi l'onere di far funzionare il capitalismo italiano, cioè la maggior parte di un 'imprenditoria legata alla finanza, alla cricca e alla politica, intesa nella sua forma degenerata, l'occupazione di snodi di potere.

 

 L'intreccio è così robusto che le figure di rilievo di questa establishment passano indifferentemente dal ruolo di politici a quello di manager delle aziende,delle università, delle professioni, delle banche, dei trust, in grado di prosperare grazie alle risorse pubbliche. Padri, figli amanti, mogli, sono tutti schierati in tutte le posizioni per saturare ogni possibilità di controllo terzo. Altro che mercato: questo è il sistema prodotto in parte e comunque accelerato nella sua diffusione capillare dalla banda degli onesti guidata da professori, manager, leghisti, mediatori: gli uomini promossi allo status di traino della società dalla bella epopea del craxismo in cui si sono riconosciuti in molti, sia a sinistra (dove continuano a far danni), sia ovviamente, nella parte più rilevante, a destra e nell'area del management cattolico. E' l'effetto della vittoria culturale iniziata proprio con Berlusconi e Craxi dove chi studiava e lavorava ad un progetto non aveva quello sprint in più per ben posizionarsi nella società dell'apparenza, dell'immagine, dove contava soprattutto e solo quello che si è capaci di far credere.

 

La crisi italiana, la cui capacità produttiva sta abbassandosi a quella degli ultimi d'Europa, nasce proprio da questo. Finora è stato premiato chi ha mostrato, non chi ha fatto.

 

Ma questa è una rabbiosa riflessione antropologica. C'è invece un motivo politico-economico, suggerito da una lettura, seppur amatoriale, di alcune pagine del Capitale di Karl Marx che ci dice quanto il liberismo, la flessibilità e le ricette che partono uinicamente dalla trasformazione (e quindi dal peggioramento) delle condizioni di vendita di forza-lavoro siano controproducenti anche in una logica capitalista.

 

Due sono le strade perseguite finora dai padroni. Gli accordi Fiat (Pomigliano e Mirafiori) indicano che la strada del plusvalore assoluto: meno pause, straordinari estensibili e  pagati di meno, o volontari, inclusi nell'accordo base. Una strada piuttosto corta perchè per certi tipi di mansione è difficole portare oltre un certo limite l'utilizzo di un lavoratore. E' la prospettiva ottocentesca, si ritorna alla giornata di lavoro monstre che la letteratura, da Dickens in poi, aveva descritto, si porta alla morte per lavoro. Gli  operai sono condannati, nella migliore delle ipotesi, anche dall'allungamento dell'età pensionabile (l'Inps per la cassa integrazione è pagata dai lavoratori con i loro versamenti pensionistici) a lavorare fino a 67 anni in condizioni sempre più terribili. 

 

C'è un'altra strada. Quella più moderna. Licenziare per crisi. Licenziare per crisi  in Italia significa prestarsi allo smantellamento delle realtà produttive tenute legate al territorio da un complesso di leggi che ancora regolamento la volontà di potenza delle aziende senza le quali quanto si produce in Italia verrebbe delocalizzato all'estero. Non ci sarebbero, altrimenti, margini per tenere aziende che hanno deciso di trovare maggiori profitti altrove in Italia, se si desse la possibilità di far pagare questa ricerca di plusvalore nella diminuzione del salario o nel nomadismo aziendale. Quale è l'operazione che viene fatta? Si  riducono i bisogni necessari dei lavoratori adottando come parametro per la rigenerazione della forza-lavoro, uno standard culturale e economico di cinquanta anni fa. Ma se i bisogni necessari in Italia per un lavoratore sono troppo alti, o li abbassiamo (ma questo, stante le tariffe, il costo della vita e le abitudini imposte dal nostro modello di vita non è possibile), oppure si adottano i bisogni necessari della Serbia, del Marocco, della Tunisia, della futura Libia "democratica". Si crea quindi un plsvalore relativo proprio con un'operazione di contrazione del salario che implica un abbassamento del tenore di vita dove questi salari saranno applicati. A noi resta l'Italia anni Sessanta o la disoccupazione.

 

Come si vede tutto ad unico danno di una parte del mercato del lavoro, mentre stipendi e stock-option dei manager e amministratori continuano a volare. Marx aveva però anche studiato e indicato un altro effetto possibile in un altro scenario. Quando la lotta di classe diventa essa stessa un fattore dell'accumulazione. Altro che concertazione a tutti i costi. O il dire sempre signorsì come ci suggeriscono alcuni liberal del Pd o i sindacalisti gialli annidati nella Uil e nella Cisl. Anche qui si ha un passaggio, ma diverso da quello di prima, di plusvalore relativo.

 

La lotta di classe impone condizioni diverse nei luoghi di lavoro da quelli immaginati dal capitale: blocca orari di lavoro e prestazioni e quindi costringe il capitale a trovare nella diversa produzione, nello sviluppo, nell'investimento e nelle tecnologice, quel plusvalore che pigramente e facilmente troverebbeìnei modi che i liberal e i padroni, uniti nella lotta, individuano come efficace scorciatoia. Il capitalismo straccione e impigrito, quindi, non  si ridesta dal suo torpore e non innesca i suoi circuiti virtuosi se gli si offre la soluzione più comoda. Fa quello che ha sempre fatto in questi anni: accumola profitto e rende  sempre più larga la forbice tra lavoratori e gestori del capitali (siano manager, dirigenti, consiglieri d'amministrazione). Altro che impulso all'economia. Nel libro primo del Capitale (II e IV sezione) sono individuati questi effetti e l'intera recente storia economica è lì a dimostrare la fondatezza di queste tesi. In più è proprio lo stato che di fronte all'aggravarsi di queste contraddizioni deve "intervenire con regolazioni sempre più organiche". Cosa che in Italia non è appunto successo grazie alla politica criminogena di Sacconi che ha lasciato fare ai Marchionne del caso. La situazione è questa. Altro che ricette liberal: qui bisogna sterzare e invertire la marcia. Ma questo, nel Pd, l'avranno tutti capito? Penso proprio di no. E allora bisogna cominciare a rimuovere questo tappo allo sviluppo, proprio da queste resistenze del vecchio armamentario liberal-liberista annidate nei partiti dei lavoratori. 

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16 novembre 2011 3 16 /11 /novembre /2011 19:05

mariomontiBOLOGNA - La società del XXI secolo, mentre globalizza merci, capitali ed economia, globalizza anche i bisogni. Fin qui niente di nuovo. L'esistenza di un intreccio fra struttura sovrastruttura non è un mistero, anche se, dopo la terza rivoluzione industriale,è più opaco e anche se le strutture produttive sprofondano nelle melme di tipo ideologico. Più difficile capire a che livello poi i condizionamenti reproci spostano il cammino della società in una direzione o in un altro, più difficile capire quali sono i valori e le spinte davvero dominanti e se c'è un "intelligenza" di sistema a indirizzarci verso una direzione, visto che la globalizzazione e il razionalizzarsi dei centri di potere del capitale permetterebbero azioni del genere. 

 

 Lo spunto mi è dato da una pubblicazione curata da Emiliano Bazzanella (allievo di Rovatti a Trieste) "Agnes Heller tra Marx e Foucault" (abiblio, Trieste - luglio 2011). La Heller è la grande  studiosa ungherese dei problemi del bisogno nella società, tema al quale ha dedicato una vita, a partire dal pensiero di Karl Marx per poi allontanarsene.

 

Il capitalismo - sostiene Marx - produce dei bisogni  che comportano una estraniazione dalla ricchezza dei bisogni al quale l'uomo tenderebbe (una questione zeppa di problemi teorici che tralasciamo) per genere e per essenza e che ritroveremmo nella sua forma propria solo nella società dei produttori associati, cioè nel comunismo. Nel capitalismo, quando si giunge all'apice della estraniazione, scatterebbero i bisogni radicali che non possono essere soddisfatti dalla società che li induce. L'ottenimento dei bisogni radicali diventa la leva per il processo rivoluzionario.

 

Il problema della nostra società, dopo l'illusione di aver magnificato un percorso sempre migliorativo delle condizioni di vita e del livello di produttività, è fare i conti con una depressione generale in termini di ricchezza (filosofica e non), in termini di bisogni (sociali, necessari e di lusso), in termini di aspirazioni e di aspettative di vita e futuro. Il denaro permetteva a ciascun uomo di poter almeno in una singola occasione di avere dei bisogni che prescindono da una schema che deriva dalla  divisione del lavoro (il proletario può prendersi un Rolex come il suo padrone, non ci sono altre difficoltà, all'infuori del prezzo, la solvibilità per quel bene). Ora però le differenze economiche sono diventate troppo grandi. Infatti: i poveri sono sempre di più e sempre più poveri, i ricchissimi sono sempre meno e sempre più ricchi. L'autostraniazione può giungere al compimento: di fronte alle classi dei lavoratrici il denaro, oggetto di produzione ottenibile con lo scambio della forza lavoro, non è più quel grimaldello che permette di avere, anche se per solo una frazione di tempo o per una parte, quanto è a disposizione del possessore di capitale. La differenza è evidente, la distanza si è fatta abissale. Si sta avverando quella teoria dell'impoverimento assoluto che in tanti avevano giudicato un fallimento di Marx (solo perchè in una prima fase è accaduto il contrario, mentre ora...). Potrebbe quindi essere il momento in cui il bisogno radicale destinato a sovvertire la società attuale, si fa più diffuso e diventa un elemento della trasformazione della qualità dell'opposizione sociale. Non c'è solo il capitalismo - ci si potrebbe chiedere e quindi esigere - un altro mondo non solo è possibile, ma deve essere realizzato.

 

Ma evidentemente il sistema concepisce degli antidoti anche per i bisogni radicali. L'introduzione firmata appunto da Bazzanella al volumetto citato racconta come un bene di mercato come il Suv (Sport Utility Vehicle) sia l'innesco produttivo (bisogno e oggetto si corrispondono e terzo elemento dialettico di questo binomio che rende tutto possibile è la produzione) e al tempo la soddisfazione di un bisogno più nascosto: la paura. Questa società genera più o meno consapevolmente paura (paura dell'Altro, spiega Bazzanella con il suo background di lavori su Lacan) e i bisogni relativi alla sua risoluzione. Il Suv rappresenta questo. Ma la paura diventa Paura con la P maiuscola di fronte al grande pericolo dei pericoli, il rischio default, il rischio fallimento che spalancherebbe le porte verso l'ignoto. Se si fallisce - è quanto ci inducono a pensare - addio tutto: risparmi, case, lavoro, futuro nel rassicurante mondo del capitale che, dopo tutto, sempre meglio dell'ignoto. Questa paura  fa immediatemente escludere le alternative (ecco la funzione d'anticorpo di questo bisgno), di quei bisogni radicali legati alla decrescita, alle condizioni di vita in equilibrio con una produzione attenta alle esigenze del pianeta, etc. 

 

La paura del default e del fallimento è così ben propalata che spinge subito ad escludere (proprio per timore di perdere la certezza della propria realtà estraniata) ogni alternativa ai sacrifici lacrime e sangue voluti e governati da quelli che poi la crisi l'hanno generata. E così abbiamo promosso una casta di tecnocrati e finanzieri, i quali hanno messo in piedi lo scenario della grande speculazione sui debiti nazionali per continuare poi, attraverso le loro medicine, a tenere uno Stato, un popolo, legato al proprio guinzaglio e farne una riserva finanziaria, perennemente ancorata al debito. E' la paura che ci ha impedito di considerare l'ipotesi di un default controllato e che ci ha fatto applaudire in Italia e in Grecia a dei governi gestiti dall'elite finanziaria che è stata protagonista del disastro che ora dobbiamo riparare con le loro regole. La paura è lo strumento più efficace che il capitalismo offre a difesa dei suoi meccanismi, contro ogni tentazione di fuoriuscita. O perlomeno di porre il tema: saremo davvero costretti, subendo il disfacimento di ogni principio democratico, ad accettare le leggi di questo modo di produzione,  per sempre?

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12 novembre 2011 6 12 /11 /novembre /2011 23:34

berlusconipredellinoBOLOGNA - La folla che esulta per la fine dell' era Berlusconi esprime il bisogno alla festa per  il dissolvimento di un'oppressione pluriennale. Bene la festa per un'epoca torbida che potrebbe chiudersi, ma sarebbe stato meglio che la piazza avesse espresso pure un monito per il governo che si va a formare. Basta con Berlusconi significa anche basta con la politica liberista. Sappiamo che non sarà così.

Potremmo però cercare di capire se la gente che ha festeggiato esprima quelli che Marx chiamava bisogni radicali che sorgono dalla contraddizione del sistema del capitale e spingono poi i soggetti che diventeranno protagonisti del cambiamento a cercare qualcosa che il sistema a loro contemporaneo non può dare (mentre il resto, dalla lotta di classe alle rivolte più o meno dure, se hanno come  oggetto qualcosa di ottenbile in quella forma di produzione, non è espresso nella categoria dei bisogni radicali).

Potremmo far funzionare alcune categorie nuove: quelle emerse in massa e potere di Elias Canetti, scritto giusto 51 anni fa in cui l'autore riconosce alle masse e non ai soggetti individuali (anche se sono individuali collettivi come i partiti) la razionalità e il fondamento delle capacità di indirizzare i processi più autentici della società. Ma è un concetto di massa legato all'anti-politica che potrebbe ben descrivere l'afflato che Grillo pone nel suo rapporto diretto con il "suo" popolo.

Potrebbero entrare in gioco tante altre categorie spinte dalla psicologica e più approfondite valutazioni che mettono in relazioni i furori irrazionali di Genova che, dopo l'alluvione individuano e alienano, il dolore e la propria rabbia nelle istituzioni, colpendo Marta Vincenzi, suprema autorità cittadina. O peggio quelli emerse ai funerali del dodicenne falciato a Milano dal tram mentre tornava insieme alla mamma da scuola in bicicletta. Addirittura per quella tragedia è stato contestato il sindaco Giuliano Pisapia, a 5 mesi dal suo insediamento, che più di ogni altro aveva denunciato la giunta Moratti di scarsa attenzione verso percorsi sicuri per i ciclisti.  Esiste un'antipolitica che diventa scontro, rabbia insulto, incapacità di mediazione. Se diventa festa va anche bene. Ma ieri non c'era nella piazza romana la capacità di mediazione e l'oggettivazione della mobilitazione, il che fa di quel popolo festante una massa, comunque, politicamente inerte.

Insomma il problema presenta una tale complessità e tante sfaccettature che ben approfondito permetterebbe di leggere ancora più in profondo gli effetti di tanti anni di povertà politica volutamente perseguita da molti (quasi tutti).

Una cosa però non si può dire. Non possono intellettuali come Giuliano Ferrara scagliarsi contro l'abitudine italiana a colpire il tiranno (in senso greco, anche se Ferrara questo termine non l'ha usato) che cade. Insomma la sindrome da Piazzale Loreto (che però abbiamo visto anche nella civilissima Ney York alla notizia dell'assassinio di Bin laden, Times Squadre in festa, o di fronte alle immagini del linciaggio di Gheddafi). Ferrara e gli uomini che hanno scommesso tutto sul Berlusconi riviluzionario affermano che il suo tratto fondamentale è stato quello di aver trasformato l'inerzia di un paese avvitato verso l'asfissia da Prima Repubblica, sotto il potere dei partiti. E' l'argomento che li spinge a contestare l'addio a Berlusconi non seguito da elezioni. Per loro, per Ferrara, dopo Berlusconi ci deve essere un pronunciamento popolare. Perchè è lo spirito del nuovo tempo che lo impone. Anche se la Costituzione dice il contrario, anche se quello spirito, evidentemente, è evaporato proprio insieme alle dimissioni rassegnate. Ma Ferrara fa finta di ignorare che quella rivoluzione populista ha perso (e quindi i suoi valori non possono essere applicati)  visto e che ha prevalso la carta costituzionale alla quale proprio Berlusconi si opponeva e che voleva cambiare. Ma se anche volessimo rimanere al ragionamento parziale di Ferrara e quindi ingnorare che la Costituzione ha battuto il populismo e che è legittimo quello che sta succedendo, Ferrara è lo stesso caduto in contraddizione. Per Ferrara la forza rivoluzionaria di Berlusconi è stata quella capacità di rivolgersi direttamente al popolo. Senza mediazioni, con un afflato diretto che ne ha reso il grande demolitore della politica fatta di mediazioni inutili e anti-democratiche. Quante volte Ferrara ha invocato che si ritornasse al Berlusconi del predellino, quello che in Piazza San Babila, dalla sua macchina, promosse una svolta politica in senso ancora più bipolare, creando di fatto, in quel momento, Il Popolo delle Libertà? E che cosa era, quell'applauso milanese se non la formalizzazione di un rapporto (che solo lui, Berlusconi, sapeva creare) tra popolo e leader? «Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande Partito del popolo delle libertà - disse - il partito del popolo italiano. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo». In questo modo il padrone delle televisioni, lo spregiudicato ricompattatore attorno ai suoi valori, al suo potere personale, ai suoi interessi, alla sua persona, diventava l'Unico. Il popolo vedeva lui e lui solo e veniva legittimato direttamente dal popolo. Al diavolo la mediazione dell'intellettuale collettivo, di quella forma-partito che intralcia il momento così autentico e naturale del leader con la sua gente. Bene, proprio da questo punto di vista, Berlusconi ha perso la sua decisiva partita, è stato battuto da quel demone che egli stesso voleva rappresentare. Le gente in festa, il concerto in piazza, i cori e gli insulti, il carosello, tra palazzo Grazioli, Palazzo Chigi e il Quirinale, sono stati la risposta del popolo - diretta e non mediata - all'uomo che più di ogni altro aveva creduto in questo potere taumaturgico al confine del magico. I caroselli del 12 novembre sono la nemesi della giornata del predellino del 18 novembre 2007. In quattro anni si è compiuta la parabola di una invenzione politica, ultimo momento politico di un dittatore ai tempi della democrazia liberale.

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10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 21:24

BOLOGNA - Italia e Grecia sono state commissariate. Non sto dicendo se è l'ultimo inevitabile rimedio prima del disastro e se questo disastro sarebbe stato evitabile. Ma è chiaro che da questo disastro usciremo comunque con le ossa rotte. Era chiaro da mesi, ora è scritto: è stata una guerra che ha prodotto vincitori e  vinti. Ed è chiaro chi ha vinto. Ha vinto il modello liberista, il mercato per il mercato, quel modello che ha creato le liberalizzazioni, il capitalismo senza regole, l'incapacità di regolare sviluppo e ricchezze, l'eccesso di liquidità senza corrispettivi, senza un'idea di uomo, ma solo con l'idea del profitto. Ha vinto il liberismo delle  bolle speculative, dei licenziamenti, del nomadismo aziendale, delle guerre per riequilibrare prima le accumulazioni e delle grandi crisi alle quali seguiranno nuove accumulazioni. Vince il neo liberismo che ha già fallito dalla sua rinascita con Ronald Reagan a oggi. Ha fallito perchè ha consentito ad alcuni di vivere  sulle spalle degli altri. Ha consentito agli americani di vivere spendendo circa il 40% in più di quanto potevano e ha imposto ad altri di subire questo peso. Chi era povero per emanciparsi ha dovuto ulteriormente indebitarsi e accettare i padroni, imposti dalla Banca Mondiale, per l'esercizio dei propri investimenti. Il modello liberista ha fallito, ma ha vinto. Ha colpito l'uomo, ha esaltato il profitto. E' stato la quintessenza del sistema capitalista, ha scassato definitivamente la coesione sociale. Ha realizzato i bisogni esterni, umiliato quelli propri dell'umanità  

Insomma hanno vinto coloro che hanno creato il mondo che abbiamo di fronte. Un mondo che da trent'anni a questa parte è diventato più ingiusto, dove i ricchi sono diventati molto più pochi e molto più ricchi, dove i poveri sono diventati molti e molto più poveri. Raggiunti da quei poverissimi che da uno stadio di assoluta miseria sono approdati finalmente alla agognata indigenza occidentale. E poi si dice che la globalizzazione socializza. Socializza la miseria, socializza l'emarginazione. E' la maledizione e il fantasma che inseguiva nei suoi pensieri e nelle sue amare terorie Karl Marx, profetico e terribile in certe visioni.

E' il mondo voluto e realizzato dai signori che governeranno Grecia e Italia. Non sono persone scelte da queste nazioni, dai loro popoli, ma imposte dai mercati e dall'offensiva dei mercati, quasi fosse un movimento di piazza. Ma è Piazza Affari. Ovvio, lo slogan è stato salvare il salvabile, ma a nessuno è venuto in mente che per uscire dai guai provocati da questi signori o da singori come loro si potevano scegliere altri signori e altre idee? E quale modello sceglieranno per noi? Ci sarà un' area del super euro e con i paesi Piigs destinati ad essere la riserva? Paesi cintura che poi, per sopravvivere, con i prestiti delle loro signorie, si accolleranno magari i lavori sporchi, per esempio relativi all'immigrazione (visto che geograficamente sono collocati in modo perfetto)? E, visto che continuano a inseguire gli interessi sul debito da pagare, difficilmente i Piigs potranno lottare con i paesi che volano con una crescita oltre il 5%. Saranno quello che per la Germania del Reich era lo spazio vitale, tutto però santificato dai criteri democratici e liberali?

Ma vediamo chi sono davvero questi signori che governeranno le nazioni più a rischio, Italia e Grecia.

In Grecia arriva  Lucas Papademos, è diventato nel 1994 governatore della Banca centrale di Grecia, incarico retto fino al 2002: ha guidato l'ingresso della dracma nell’euro, avvenuto tra la fine del 2001 e l'inizio del nuovo anno, quando il governo greco e la Goldman Sachs stipularono un accordo che finanziava la sanità greca con derivati che occultarono di fatto, in un sol colpo, debiti passati, contemporanei e perdite nei forecast futuri. Nessuno li chiamò con questo nome, debiti, e si parlò solo poi di conti dello Stato truccati. Ne avrà saputo nulla di tutto questo il governatore della Banca di Grecia al settimo anno di incarico? Viene male solo a fare della ironia. Ma non è finita. Anzi arriva il bello. Tra il 2001 e il 2002, quando il colpo alla Grecia e all'Europa, con il debito greco truccato, è stato assestato, si verifica un bel tourbillon. Papademos dalla Banca di Grecia passa alla vice-presidenza della Banca centrale europea (Bce), sotto Jean-Claude Trichet. Quindi,  proprio dopo aver chiuso l'operazione, ne diventa il controllore. Chi viene scelto per gestire il dopo-accordo con il governo greco? Alla Goldìman Sachs va Draghi, poi Governatore della Banca d'Italia. Sembrano le frecce tricolari, piroetta, doppia capriola e all'inizio di novembre 2011 si ritrovano insieme ad essere di nuovo promossi: Mario Draghi presidente della Bce, Papademos capo del governo greco. Insomma alla Bce l'uomo che garantì la potente merchant bank americana dopo gli accordi spericolati con la Grecia, al governo greco quello che per i greci avallò quei conti impropri. Sono gli uomini che dovrebbero tutelare i cittadini greci e rassicurarli sul futuro da gestire in loro nome e non secondo gli interessi della banche e degli oligopoli finanziari.

In Italia arriva Mario Monti, commissario europeo, liberista convinto, sacerdote dell'intangibilità dei mercati. Il rilievo accademico, scientifico e il suo percorso istituzionale è di spessore enorme. Inutile dilungarsi. Berlusconi lo fece fuori da commissario alla concorrenza nel pasticcio che produsse l'approdo e la ricusazione fulminea di Rocco Buttiglione. Ma le note relative alla sua formazione in ambito finanziario sono davvero illuminanti. Nel 2002 l'affaire governo greco e Goldman Sachs si compie. La merchant bank comincia a mettere in piedi, (con i profitti di quella grande speculazione, che ha creato dubbi, indagini e scandalo) la nuova strategia. E attacca con le sue manovre speculative il debito greco. Scandalo nello scandalo.  Certo, decisione del vertice assoluto della merchant bank in nome del Dio profitto. E chi è dal 2005, anno in cui parte la grande operazione internazionale contro la Grecia, l'International advisor per Goldman Sachs? Mario Monti, presidente del consiglio italiano in pectore . Non solo: conquista - oltre ad una carriera politico-istituzionale brillantissima che non stiamo a ripetere - il ruolo di presidente europeo della Commissione Trilaterale, il braccio armato del neoliberismo finanziario, voluta a suo tempo da Rockfeller. Poi è anche membro autorevole del Gruppo Bilderberg, un'elite politico finanziaria internazionale che, quando si riunisce, non lascia mai trapelare nulla e non produce nessuno scritto che possa chiarire per quale motivo eccellenti finanzieri, capi di stato, grand commis e teste coronate si siedano periodicamente attorno ad un tavolo.

Greci e italiani, in bocca ai lupi.

 

(immagine dal blog http://caparossa.noblogs.org/)

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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