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7 novembre 2011 1 07 /11 /novembre /2011 16:17

BOLOGNA - "Per mantenere un potere pubblico speciale, posto al di sopra della società, sono necessarie delle imposte e un debito pubblico... Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. Se, per esempio, fin dai primi mesi della repubblica democratica in Russia, durante, per così dire, la luna di miele del connubio dei "socialisti" - socialisti-rivoluzionari e menscevichi - con la borghesia nel governo di coalizione, il signor Palcinski ha sabotato tutti i provvedimenti tendenti a frenare i capitalisti e la loro speculazione, il saccheggio da parte loro dell'erario mediante le forniture militari; se in seguito il signor Palcinski, uscito dal ministero (e naturalmente sostituito da una altro Palcinski del suo stesso stampo), è stato "gratificato" dai capitalisti di una piccola sinecura con uno stipendio di centoventimila rubli all'anno, - che cosa è questo? corruzione diretta o indiretta? alleanza del governo con le organizzazioni dei capitalisti o "semplicemente" relazioni di buona amicizia? Quale funzione hanno i Cernov e gli Tsereteli, gli Avksentiev e gli Skobelev? Sono alleati "diretti", o soltanto indiretti, dei milionari concussionari?"

 

Se sostituiamo la parola imperialismo con il termine neoliberismo (e possiamo lasciare anche il termine dominio delle banche, visto che il suo upgrade è il neo capitalismo finanziario) e se sostituiamo i puntuali riferimenti storici di nomi e persone (in aggiunta a forniture militari mettiamo opere pubbliche, infrastrutture, etc.) abbiamo un'analisi che potrebbe comparire sul Il Fatto Quotidiano.

 

Ma se si va oltre, allora, la musica cambia. Eppure è lo sviluppo di quanto detto prima. "L'onnipotenza della "ricchezza" è, in una repubblica democratica, tanto più sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito (grazie ai Palcinski, ai Cernov, agli Tsereteli e consorti) di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo".

 

Ora nessuno immagina di poter fare la rivoluzione nel modo in cui l'autore di questo testo, contenuto in "Stato e Rivoluzione" (1917) l'ha poi effettivamente fatta (come nessuno immagina teste tagliate come cavoli pur ragionando dell'attualità della Rivoluzione Francese o di quelle borghesi con medesimi spargimenti di sangue che hanno determinanto la monarchia costituzionale inglese). Ma il problema viene posto nella sua radicalità: stante il dominio globale delle oligarchie legate alle multinazionali e al potere finanziario, che margini ha oggi un governo che cacci gli oligarchi insediatisi al potere (Berlusconi) e  le marionette al servizio delle oligarchie, i nostrani Palcinski, Bertolaso, Sacconi, sostituiti da Palcinski, Bertolaso, Sacconi dello stesso stampo?

 

Bel problema. In ogni caso questo mi sembrava comunque un doveroso (non solo retorico ma sostanziale) omaggio il giorno del 7 novembre a 94 anni da quell'evento che davvero cambiò il mondo. Quello che accadde poi nel corso dei decenni non è oggi argomento, anche se se ne potrebbe, e a lungo, parlare. Ma quei giorni magnifici dettero speranza all'umanità.

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4 novembre 2011 5 04 /11 /novembre /2011 12:38

BOLOGNA - Il vertice di Cannes del G20 al quale è stata invitata, anzi convocata, la Grecia, ha sancito una verità. Un disvelamento. La libertà espressa dalle carte fondanti il diritto borghese è carta straccia, in realtà gli ordinamenti giuridici sono l'espressione di rapporti di forza espressi dagli establishment economici. Così come avevano ammonito le critiche all'economia politica e ai sistemi politici su di essa strutturati dalla metà dell'Ottocento in poi. Il Governo greco ha dovuto rinunciare ad un referendum (espressione più semplice, ma al tempo radicale, della rappresentatività nazionale) perchè l'espressione della volontà generale sarebbe andata in contrasto con gli interessi del capitale finanziario. E' semplicemente questo. I cittadini greci, ingannati da una congiura tramata ai loro danni, da merchant bank (come la Goldman Sachs di Draghi, vicepresidente di questa organizzazione dal 2002 al 2006) e governo della destra e liberista greco (che hanno riscritto il debito della nazione, narcotizzandolo, ma esponendolo ancora di più agli appetiti delle speculazioni finanziarie) non possono più decidere "democraticamente" sul loro destino. Non possono dire sì o no, non possono esprimere il loro personale convincimento su una questione così profonda e strategica che riguarda il loro avvenire puntuale e minuto, oltrechè generale della nazione. E questo perchè le espressioni politiche e istituzionali del capitale finanziario mondiale glielo impediscono. Hanno un bel dire le muse del liberalismo democratico che in realtà, vedi Polito sul Corriere della Sera proprio di oggi, i cittadini possono scegliere se accettare gli aiuti o no (lui si riferisce all'Italia), se accettare o no il sistema al quale siamo agganciati. Polito sostiene: scelgano pure (gli italiani), basta che sappiano poi assumersi la responsabilità delle conseguenze.

Bene, il ragionamento di Polito già in Grecia non funziona. I greci non possono scegliere  (è emblematico che sia accaduto per una comunità, paradigma culturale dell'idea di democrazia). E' stato impedito al governo greco, legittimo rappresentante di un popolo, formatosi secondo le regole della democrazia borghese, di far esprimere ai propri cittadini una volontà, con le regole democratico-boghesi, cioè il referendum, che riguarda il proprio futuro. Alla faccia del liberalismo. E' la prova che, quando a rimetterci sono le istituzioni economiche (quindi le banche) che hanno prestato i soldi, secondo un patto fasullo, avallato da una parte del sistema al quale loro riferiscono, si deve fare a meno della volontà popolare. Se a rimetterci sono i cittadini stessi, invece, le regole possono essere applicate. Sono questi i valori universali della democrazia?

La situazione italiana varia di poco. In Italia il debito pubblico è stato acquistato (per circa il sessanta per cento) da investitori istituzionali italiani. Insomma prevalentemente ce la vedremo tra di noi. Anche se in termini assoluti quel 40% vale molto più di quello greco per gli investitori istituzionali stranieri.

Ma secondo il ragionamento di Polito nessuno ci obbliga a seguire le indicazioni della Bce e degli altri organismi sovranazionali che ormai governano l'Europa (e peggio ancora se accettassimo l'aiuto infido del Fondo monetario internazionale). Solo che poi non è così. Da noi, in caso di default controllato, non si potrebbero aiutare le banche per aver sostenuto il debito pubblico italiano, perchè sarebbe solo una partita di giro, dove a mancare sarebbe il quantum riferito a quel debito che lo Stato affida proprio agli investitori. Il giornale, il Corriere della Sera, sul quale scrive Polito, è l'espressione di quella alleanza fra imprenditori, banche, assicurazioni, che è garante della solvibilità delle esposizioni di chi sta concorrendo (dietro lauti profitti) al finanziamento del debito italiano. Quel blocco della democrazia che la Grecia in maniera macroscopica subisce a livello internazionale (facendo svelare la natura anti-democratica di questo sistema, anche secondo le regole degli ordinamenti liberali) noi lo subiremmo prima di tutto a livello nazionale. A meno che, una straordinaria opposizione sociale facesse saltare questo tappo. E' la posta in gioco e lo scenario che abbiamo davanti. E' la vera scelta che, poi, Polito, non esplicita. Ma che, di disvelamento in disvelamento, alla fine emerge. O le regole e le espropriazioni imposte dalla Bce oppure opposizione sociale.

 

PS Un mio carissimo amico mi chiede in che consista l'opposizione sociale. o meglio con quali obiettivi. Chiarisco in grandi termini: opposizione sociale per un default controllato e che determini una diversa gestione delle risorse e delle responsabilità in ordine a chi ha creato il nostro debito, rispetto a quanto indicato dalla Bce

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2 novembre 2011 3 02 /11 /novembre /2011 22:03

BOLOGNA - Straordinaria l'intervista di Silvia Ronchey apparsa su "La Stampa" sabato 29 ottobre. E' il resoconto dell'ultimo colloquio della intellettuale e storica italiana con James Hillman morto il 27 ottobre scorso. Hillmann è una delle grandi figure della cultura contemporanea, psichiatra e filosofo a tutto tondo. L'attacco e la chiusa dell'articolo per una persona che discute della morte, della sua morte, da pagano sono un segnale, un'indicazione per chi ha ascoltato temi del genere da altre bocche, attingendo ad altre scritture. "Sto morendo - dice Hillman - ma non potrei essere più impegnato a vivere". E poi l'ultima risposta con la quale la Ronchey fa concludere la trascrizione del colloquio con Hillman; Silvia Ronchey accarezza questa straordinaria ricerca socratica, compiuta in punto di morte, definendola ars moriendi. A questo lo stesso Hillman risponde. "Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è". Hillman non è cattolico, non è cristiano. Ma esiste un'idea fortissima nella tradizione della mistica cristiana, legata alla morte come implosione. Sono straordinarie, in proposito, le lezioni di filosofia teoretica del professor Maurizio Malaguti, a Bologna, testimone di una tradizione ermeneutica in ambito platonico e bonaventuriano, discepolo di Moretti-Costanzi. La morte è il momento in cui collassa tutto, quindi vera implosione, quindi  massima disgregazione che si produce all'interno, nella... coscienza (?).  E' la singolarità che collassa. E in quel momento - è la tematica ricorrente - tanto più forte è la pienezza della percezione dell'Essere, tanto più forte è la prossimità al Momento. L'Esserci collassa (in cosa è il grande mistero) e si coglie l'Essere nella modalità più piena. E' l'Attimo. Saperlo afferrare e saperlo fotografare è da grandi pensatori. Ma anche di più.

Alcuni hanno provato a definire questa assoluta soggettività, pur comune a tutti, tanto da non essere tale, con un termine che ha creato dibattito e contraddizioni nell'ermeneutica: l'ipseità. Oltre c'è l'abisso, ma quel momento è singolarità o soggettività, è questione che afferisce l'individuo o il soggetto come categoria? Mistero e contraddizione del pensare che non ce la fa a esprimere, questo limite, senza pronunciare l'impronunciabile. "Mancano le parole e l'aria" direbbe Malaguti.

Nel momento in cui l'uomo storico e singolare, il proprio esserci, sta per abbandonare il suo teatro, si sente la pienezza (o almeno più di quanto la si sia mai sentita) dell'Essere. Filosofie orientali, mistiche cristiane, individualità come Hillman colgono questo aspetto misterioso ma non terrifico; illuminante, ma per noi oscuro. Ammirazione per Hillman e la Ronchey che hanno saputo ritagliare e riferire questo pensiero.

Poi ci sono altri resoconti. "Oh wow", pare abbia esclamato in punto di morte, secondo i suoi agiografi, Steve Jobs. Oppure: "Oh wow", ha esclamato Hilary Clinton, di fronte alla notizia e alle immagini del linciaggio di Gheddafi. Non sempre un certo modernismo, reso potabile dall'aura democratico-liberal, rende così profondi chi si misura con i resoconti di morte.

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31 ottobre 2011 1 31 /10 /ottobre /2011 16:54

BOLOGNA - Non ho letto "Sulla lingua del tempo presente" di Gustavo Zagrebelsky dove ci sono riflessioni importanti riguardo la trasformazione del lessico, politico, filosofico, giuridico e sociologico condizionato da un'offensiva populista e da una deriva di destra, economicista, tecnicista e aziendalista.

Al di là delle categorizzazioni non può sfuggire che il fenomeno abbia toccato ogni ambito. E questo non impone un giudizio morale, ma una costatazione. Soprattutto il linguaggio della politica nell'area della sinistra è condizionato dall'egemonia di un lessico che attinge alla cultura imperante. Quella del predominio del mercato, della finanza capitalista, individuata come cultura egemone. E' il risultato di una spoliazione senza sostituzione della cultura alternativa al modello unico, è il risultato dell'offensiva degli anni Ottanta, in nome della reaganeconomic, dei populismi, degli aziendalismi i cui ultimi arruolati sono i plotoni guidati da Matteo Renzi. Renzi nella performance, alla Leopolda di Firenze, denominata Big Bang, ha condito la sua proposta politica con una teatralità attinta al modernismo di ispirazione cibernetico, riscoperto a causa della recente morte di Steve Jobs. Ma, come formula, è ormai vecchia di almeno dieci anni. Tutto quello che dice è infiorato da espressioni ormai ampliamente passate sotto la serrata critica di intellettuali che da tempo maneggiano queste materie con ben altra cura. Il wiki-Pd, la politica 2.0 sono ormai un modello che, a se stante, è considerato vulnerabilissimo e quindi pericoloso per la democrazia e per la stessa libertà di contenuti che la cosiddetta cultura liberale vorrebbe sostenere. Basta guardare un testo del 2008, scritto da un olandese, Geert Lovink, "Zero Comments" (Bruno Mondadori, 2008), per rendersi conto di come Renzi sia immerso in una modalità già vecchia, spacciata per nuova. Insomma è un bignami per chi è rimasto  indietro negli ultimi quindici anni. Dietro questa terminologia, come detto da più parti, uno zibaldone di concetti, ispirati alla deregulation, al liberismo più sfrenato, senza nemmeno la profondità di studi che almeno la coppia Alesina-Giavazzi ha comunque nel suo background.

Ma Renzi è Renzi e considerarlo un nemico di classe da parte della nuova immensa categoria economica (che raggruppa, artigiani, salariati, precari, disoccupati, professionisti senza codici e riferimenti nel modello unico, contadini e piccoli imprenditori nei servizi, nell'agricoltura, nell'edilizia) non sarebbe certo sbagliato.

Il problema è che l'utilizzo di metafore tratte dal mondo dell'impresa sono trasmigrate ovunque. Anche chi non è d'accordo con Renzi, vedi la Serracchiani e altri leader dell'area riformista sembrano accettare supinamente l'ideologia dominante. Non si tratta di fare delle reprimende e di bandire un lessico "satanico", si tratta invece di sottolineare una condizione. Espressione e contenuto si intrecciano in un sistema valoriale dove i vocaboli rivelano, a volte, più di quanto i concetti espressi nascondano.

Serracchiani e altri esponenti del Pd, del sindacato e del giornalismo legato al cosiddetto riformismo, parlano, senza chiedersi perchè lo facciano, di "offerta politica", oppure "tentare un Opa" rispetto al proprio partito o movimento di appartenenza. Insomma l'economia di mercato è talmente penetrata nella coscienza di questi protagonisti della vita politica da rendere naturale l'uso di metafore che, invece, sono il prodotto di un'inconscia operazione ideologica. Così facendo si intendono anche naturali certi rapporti di produzioni, certe gerarchie sociali che naturali non lo sono affatto. Tutto questo rende assolutamente ingessati in una ideologia questi cosiddetti liberal-democratici e riformisti che parlano da anni, ormai, di valori  ispirati alla carte fondative dell'era borghese come dell'approdo naturale o come back-ground imprescindibile delle dinamiche sociali e politiche.

Ripeto, nessuna scomuncia o black-list contenente parole proibite, ma una semplice considerazione e presa d'attto: chi usa certe metafore è imbevuto di una ideologia aziendalista e economicista che, poi, non permette una analisi "libera" rispetto alle forme di produzione, ai domini che hanno determinato la società moderna. L'accettazione o meno dei modelli culturali è un fardello con il quale si deve consapevolmente fare i conti. Ignorare questa condizione, che riguarda la sovrastruttura, ma non è indifferente alla modalità del pensiero e della coscienza di porsi rispetto al mero fatto, rende meno acuta l'analisi e quindi lo status politico di chi la compie.

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24 ottobre 2011 1 24 /10 /ottobre /2011 19:50

BOLOGNA - In tredici pagine il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha prodotto una nota: "Per una riforma del sistema finanziario internazionale nella prospettiva di un’Autorità pubblica a competenza universale". Si può scaricare il materiale dal sito http://www.justpax.it/ita/home_ita.html.

Le analisi sono di una chiarezza senza scampo per i difensori delle tesi liberali, anche se riformiste. "Tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale si è quasi quadruplicata, la ricchezza prodotta a livello mondiale è cresciuta in misura molto più rapida cosicché il reddito medio pro capite è fortemente aumentato. Allo stesso tempo, però, non è aumentata l’equa distribuzione della ricchezza, piuttosto, in molti casi essa è peggiorata. Ma cosa ha spinto il mondo in questa direzione estremamente problematica anche per la pace? Anzitutto un liberismo economico senza regole e senza controlli. Si tratta di una ideologia, di una forma di « apriorismo economico », che pretende di prendere dalla teoria le leggi di funzionamento del mercato e le cosiddette leggi dello sviluppo capitalistico esasperandone alcuni aspetti. Un’ideologia economica che stabilisca a priori le leggi del funzionamento del mercato e dello sviluppo economico, senza confrontarsi con la realtà, rischia di diventare uno strumento subordinato agli interessi dei Paesi che godono di fatto di una posizione di vantaggio economico e finanziario"... "Alla base delle disparità e delle distorsioni dello sviluppo capitalistico c’è, in gran parte, oltre all’ideologia del liberismo economico, l’ideologia utilitarista, ossia quella impostazione teorico-pratica per cui: «l’utile personale conduce al bene della comunità»"... "Negli anni venti del secolo scorso alcuni economisti avevano già messo in guardia dal dare eccessivamente credito, in assenza di regole e controlli, a quelle teorie oggi divenute ideologie e prassi dominanti a livello internazionale. Un effetto devastante di queste ideologie, soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso e i primi anni del nuovo secolo, è stato lo scoppio della crisi nella quale il mondo si trova tuttora immerso"...

"La crisi, di fatto, ha rivelato comportamenti di egoismo, di cupidigia collettiva e di accaparramento di beni su grande scala. Nessuno può rassegnarsi a vedere l’uomo vivere come « un lupo per l’altro uomo », secondo la concezione evidenziata da Hobbes. Nessuno, in coscienza, può accettare lo sviluppo di alcuni Paesi a scapito di altri. Se non si pone un rimedio alle varie forme di ingiustizia gli effetti negativi che ne deriveranno sul piano sociale, politico ed economico saranno destinati a generare un clima di crescente ostilità e perfino di violenza, sino a minare le stesse basi delle istituzioni democratiche, anche di quelle ritenute più solide"...  "Già nel 1991, dopo il fallimento del collettivismo marxista, il Beato Giovanni Paolo II aveva messo in guardia nei confronti del rischio di « un’idolatria del mercato, che ignora l’esistenza di beni che, per loro natura, non sono né possono essere semplici merci »".

Dopo aver letto queste pagine faccio solo una domanda? Ma come mai in tanta parte del centros-sinistra si è pronti ad accettare spesso acriticamente, come portatrice di valori, l'azione della Chiesa, anche quando conduce battaglie in certi campi e questo non accade sui problemi del lavoro? La lotta alla contraccezione, l'opposizione più radicale alla disciplina del fine vita, della fecondazine assistita, del controllo delle nascite, il misconoscimento delle problematiche relative all'interruzione di gravidanza sono sempre considerati valori. Poi, quando la Chiesa scende in campo così perentoreamente sui temi sociali, si assiste a silenzi, valutazioni marginali o scrollate di spalla. Dove sono i Renzi, i Rutelli gli Enrico Letta che invocano il libero mercato, la Bce e non si oppongono allo squadrismo mediatico di Marchionne?

Ma non c'è solo questo aspetto. Nella posizione della Chiesa - che propone un nuovo spirito, lo stesso che determinò gli accordi di Bretton Woods, e chiede quindi un'Autorità mondiale credibile che si occupi di prezzi, di moneta e di sviluppo - ci sono assonnze che richiamano riflessioni e addirittura un lessico di origine marxista, soprattutto quando si parla di uomo.

Interessante la posizione sulla tecnica e le tecnologie e si coglie un ammonimento che sembra riecheggiare alcune pagine del primo Marx. "È necessario colmare il divario presente tra formazione etica e preparazione tecnica,
evidenziando in particolar modo l’ineludibile sinergia tra i due piani della praxis e della poièsis. Lo stesso sforzo è richiesto a tutti coloro che sono in grado di illuminare l’opinione pubblica mondiale, per aiutarla ad affrontare questo mondo nuovo non più nell’angoscia ma nella speranza e nella solidarietà"

Avremo modo nei giorni prossimi di cercare di valorizzare e approfondire certi interessanti aspetti

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22 ottobre 2011 6 22 /10 /ottobre /2011 22:58

Grande delusione per l'intervento della senatrice Rita Ghedini (Pd) ad un dibattito sui problemi del lavoro al quale hanno preso parte (venerdì 21 ottobre a Sasso Marconi) anche i rappresentanti di Cgil-Fiom e Cisl-Fim bolognesi. Delusione soprattutto quando si è affrontato il tema della democrazia nei luoghi di lavoro. Abbiamo assistito ad un equilibrismo tecnico da quadro o dirigente di una cooperativa, anzichè una stimolante ricerca di idee e proposte che desse ragione della vitalità dell'opposizione. Il problema degli accordi del 28 giugno (che consente in molti casi l'esclusione del giudizio dei lavoratori rispetto gli accordi firmati dalle sigle sindacali), contestati da tanta parte della società, intellettuali, studenti e lavoratori è il nervo scoperto di quella parte della sinistra che, di fronte alle grandi sfide, e al coraggio che la grande crisi impone, svolge solo il compitino. E sbaglia.

La senatrice Ghedini sostiene che il tema della democrazia nei luoghi di lavoro riguarda solo la questione della rappresentatività e che appartiene alle autonome scelte che compiono i sindacati. Non avverte, la senatrice Ghedini, la profonda contraddizione fra chi indice dei referendum per battere la logica del porcellum che consente ai partiti di scegliere i propri rappresentanti (senza passare dal giudizio degli lettori), e l'assurda pretesa di certi sindacati di rifiutare (a meno che questo si verifichi, come a Pomigliano e Mirafori in condizioni di ricatto e paura) un confronto diretto con i lavoratori. Con questo principio a Cisl-Fim ha sostenuto che gli accordi separati sottoscritti non dovessero essere soggetti al giudizio dei lavoratori, con questo criterio la Cgil di Susanna Camusso (fischiata venerdì dagli operai), ha firmato un'intesa, il 28 giugno che impedisce ai lavoratori di pronunciarsi in fabbrica se il sindacato decide di accordarsi senza chiedere pareri.

Rita Ghedini ha gelato un dibattito che invece cercava di richiamare le mille energie e i tanti valori che la crisi ha rimesso in movimento. Analisi e valori alternativi al sistema di deregulation e liberale sposato per anni anche da chi si proclamava di sinistra. Per la Ghedini non si può mettere sullo stesso piano un criterio di scelta che implica la delega presso un'istituzione da parte di un corpo elettorale (le mancate preferenze nelle elezioni politiche)  con quello dell'approvazione di un accordo (che è in mano comunque a delegati liberamente scelti). Scolasticamente è stata richiamata la differenza fra orizzontalità e verticalità della rappresentatività. Concludendo che la logica di far votare sempre tutti su tutto sarebbe populista. Si è beccata la piccata reazione di sindacalisti e lavoratori. Ma non è questo il problema.

Il problema è che Rita Ghedini ha scelto, in questo modo, di schierarsi con coloro che ignorano che questa crisi accentua, ancora di più, il carattere di classe della società che si va ricostruendo. La concezione sulla quale la Ghedini glissa è essenziale: l'uomo è un'ente la cui essenza è nella produzione (pensiero e opere) intesa nel suo doppio lato: individuale e sociale, transindividuale, diceva Althusser. Il luogo per eccellenza dove questa essenza viene sviluppata è il luogo di lavoro. Questa società, in vario modo, a vario titolo, è pervenuta al dominio del capitale su chi cede la sua forza lavoro. La grande sfida, soltanto basata sui rapporti di forza, è sul controllo dei mezzi di produzione e delle modalità produttive.

Da una parte l'ideologia che sostiene il dominio del capitale ci dice che siamo tutti uguali di fronte alla merce: possiamo  essere solo consumatori o venditori che cedono la propria merce, la forza lavoro. In questa relazione tipica della società capitalista vale un criterio di uguaglianza. Ma è un criterio artificioso. Per il quale è giusto arrivare a scegliere i propri rappresentanti politici secondo un criterio di eguaglianza formale che dalla relazione merce-denaro trasmigra nelle istituzioni politiche. Ma, d'altra parte, quando ci spostiamo nell'ambito della produzione e del controllo di essa, questi criteri non valgono più. La democrazia prende strade tortuose, inspiegabili. Non vale più il criterio egalitario, ma un criterio diverso, di concorso proprietario ai rapporti di forza, secondo le schema capitale-lavoro.

In questo senso le sigle sindacali e il padronato immaginano di poter gestire una relazione che nasce antagonista e con un dominatore. Ma se si accentua il carattere formale di questo rapporto di forza, c'è una conseguenza semplice:  si escludono le potenzialità e l'espressività del soggetto venditore di forza-lavoro che viene sempre più offuscato nella sua legittima aspirazione e nella sua forza trasformatrice. Questo pericolo diventa micidiale in una realtà come quella attuale dove meno del cinquanta per cento dei lavoratori si riconoscono nelle sigle sindacali. E quindi il rapporto che si incrosta attorno alla delega di rappresentatività è un simulacro, sempre più lontano dalla autentica espressività dei lavoratori che si trovano in una condizione difficilissima: avere consapevolezza della propria reale funzione e poi, acquista questa coscienza, farla diventare in prassi politica e trasformatrice (rivoluzionaria o riformista).

Non è sorprendente ascoltare Rita Ghedini affermare che gli accordi del 28 giugno sono uno sparti-acque. Sorprende trovarla dalla parte sbagliata di questo spartiacque. Con quegli accordi viene stravolto il rapporto di forza necessario per la determinazione del conflitto sui luoghi di lavoro. Ci si illude sperando di ottenere concertazioni quali che siano. Mentre, dall'altra parte, i padroni fanno i padroni, si sganciano dalla Confindustria, come Fiat, e sciolgono l'obbligo di tenere fede a quella rappresentatività in cui solo i lavoratori dovrebbero credere. I lavoratori d'altro canto, di sconfitta in sconfitta, si riconoscono sempre meno nei sindacati.

 Ma per la Ghedini in fabbrica non si deve cercare di rafforzare le deleghe con un autentico e verificato rapporto fiduciario. E qui il confronto con il porcellum acquista forza: sempre più vuote rappresentanze, portatrici di interessi che cominciano a diventare burocrazie sindacali, devono restare tali per poter dialogare con altre burocrazie, quelle politiche

Se c'è una forza politica, come la Fiom che vede nello svuotamento delle verifiche di rappresentatività un pericolo per la democrazia, la si demonizza. Del resto c'è un'idea singolare della democrazia che è tutta interna alla logica del capitale. E', come si diceva prima, la logica per la quale il lavoratore ha diritto di eguaglianza solo di fronte alla merce da acquistare o da vendere (è il prezzo in denaro e non altri valori a determinare se tu puoi disporre di un bene o puoi cedere la tua forza-lavoro). Ma in questa logica il lavoratore deve stare a giusta distanza dal controllo dei mezzi di produzione o affidare questo controllo a delle elite burocratiche. E' la stessa logica che porta i partiti a scegliere i propri rappresentanti che il corpo elettorale incoronerà, è la logica che porta a scegliere la Bce che tipo di società avremo nelle varie nazioni e i governi di quegli stati a dire solo sì e in che tempi. E' un dirigismo che con il passare del tempo diventa autoreferenziale e quindi illegittimo. E' evidente che c'è anche un problema di democrazia. I movimenti, autentici protagonisti della primavera del 2011, stanno contrastando di fronte alla crisi questo dirigismo. I movimenti degli indignati, ovunque siano sorti, sfidano la logica piramidale, permeata da un pensiero unico, in cima al quale c'è un vertice oligopolistico finanziario mondiale. E' la logica che disegna un fronte, lungo il quale da una parte c'è chi contrasta lo stato di cose esistenti e dall'altra c'è chi lo difende. C'è chi ha capito che le scelte ideologiche di abbracciare il libero mercato, la deregulation, i dogmi demo-liberali sono la causa di questa crisi e chi invece no. La Ghedini in questo è coerente. Non a caso ha chiosato il suo intervento dicendo di non credere alla forza trasformatrice del movimento degli indignati.

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20 ottobre 2011 4 20 /10 /ottobre /2011 03:29

Londra e l'Inghilterra devastate, la Val di Susa si ribella,  Roma sconvolta,  Atene brucia: nell'autunno del 2011 esplode la protesta più cruda e difficile. Propongo un modo, non per digerire, ma per comprendere le violenze che stanno scuotendo e scuoteranno ancora l'Europa. Faccio riferimento alla narrazione di un'altra grande cirsi e di un altro periodo di grandi violenze. Il confronto andrebbe approfondito e provvisto di fondazioni robuste, ma intanto propongo l'idea che mi è venuta. Il parallelo è quello con Thomas Munzer, teologo vissuto tra la fine del '400 e l'inizio del '500, capo delle rivoluzioni contadine della prima parte del XVI secolo. Ma più propriamente il Muntzer al quale vorrei far riferimento è quello descritto più che con rigore storico con grande genialità filosofica da Ernst Bloch, anche lui eretico, ma del pensiero marxista.

Nell'attuale fase storica la crisi è destinata a creare una nuova accumulazione. Il capitalismo finanziario, è ormai noto a tutti, somma valori pari a otto volte la ricchezza concreta prodotta dal pianeta. Attraverso l'uso degli strumenti della finanza l'establishment (sim o istituzioni sovranazionali, tipo Banca mondiale o Bce) che controllano le istituzioni politiche e economiche, determineranno una redistribuzione delle ricchezze. Saranno sempre più concentrare nelle mani delle oligarchie, verranno sempre più spossessate le categorie produttive, accorpate in un coacervo fatto da piccoli imprenditori, artigiani, salariati, precari, disoccupati. La crisi così guidata, con una spietata gestione dei debiti degli Stati, indurrà un nuovo processo di accumulazione che, nelle intenzioni di chi vorrebbe governarla secondo i suoi interessi, gli interessi del capitale, inciderà profondamente sulla vita di ognuno di noi. L'esito di questa crisi planetaria costituirà forse la più profonda ridefinizione di rapporti di forza fra classi dalla nascita del capitalismo.

Allora, negli anni di Muntzer, si produsse uno sconvolgimento epocale che portò alla chiusura di un'era, alla scomparsa di un modo di produzione: la società feudale venne frantumata e,i contadini, i servitori della gleba, gli artigiani rurali e dei borghi, spossessati delle loro prerogative produttive (intese socialmente, attraverso la forma sociale della loro produzione) vennero consegnati alla proletarizzazione. Questo spossessamento dette origine alla formazione del capitale, evolutosi poi nelle forme moderne. Fu il grande processo di accumulazione originario nel mondo allora conosciuto.

La società corporativa si estinse perchè "nuovi e superiori rapporti di produzione si vennero a creare", visto che "nel seno della vecchia società maturarono le condizioni materiali di esistenza" di nuove formazioni. Ma la trasformazione verso esiti capitalistici del modo di produzione, si accompagnò a livello politico, religioso, culturale e valoriale al grande movimento della Riforma, che attecchì proprio dove stava germinando il capitalismo. Il processo, però, andava controllato soprattutto negli effetti sociali, per evitare che prendesse una piega che potesse sfuggire dalla gestione degli oligarchi del tempo.
 

Ernst Bloch racconta, secondo la sua idea di marxismo, teologico, proiettato sul futuro, costruito attorno all'idea di speranza e di salvezza, il ruolo di un missionario sociale, di un mistico, di un teoreta ma al tempo grande organizzatore politico: Thomas Muntzer. Alla guida di un esercito di contadini, venne considerato un nemico sociale, alla stregua di una presenza demoniaca, le sue prediche, offerte ai fedeli in tedesco, assai prima di Lutero, divennero, un messaggio rivoluzionario, subito compreso e fatto proprio da artigiani, contadini, plebei: il serbatoio sociale di quello che, abbiamo detto, diventerà il proletariato cittadino.

La violenza che accompagnava le azioni delle brigate di Muntzer venne avversata con ferocia, ancorchè blandita in una prima fase della Riforma. La battaglia di Frankenhausen, fu l'epilogo di una tragica storia di rivoluzione spenta nel sangue con grande soddisfazione di Lutero e la sua nuova Chiesa. Seimila contadini trucidati da truppe mercenarie, Muntzer arrestato, torturato e decapitato. Eppure l'idea di scrollarsi quel sistema era stata perseguita sia da Muntzer che da Lutero: obiettivo la teocrazia impersonata da papa e imperatore. Solo che la Riforma di Lutero era funzionale all'affermazione politica dei Prìncipi e a quella economica del capitale. Gli altri, gli interlocutori politici e sociali di Muntzer, dovevano restare a tutti i costi fuori da ogni gioco e rappresentatività: il loro unico diritto sarebbe stato quello di trasformarsi in venditori  della propria forza-lavoro e compratori dei beni per ricrearla a beneficio di chi l'avrebbe riacquistata. Muntzer aveva attorno a sè uomini disperati che stavano perdendo tutto, il proprio riferimento valoriale e economico. E se ne stavano rendendo conto. Non esattamente, ma avevano annusato il pericolo. Non sapevano ancora che sarebbero stati consegnati al precariato a vita, a dipendere dalle offerte "impersonali" del capitale per vendere una giornata tipo di lavoro in grado di produrre una merce, senza più quelle garanzie che l'era feudale e il rapporto diretto con il proprio Prìncipe erano in grado di offrire. Ma seguirono un intuito rivoluzionario e le parole d'ordine di Muntzer: si ribellarono.

Dall'altra parte si reagì mescolando ferocia e buonismo, un po' come oggi. Qualche contadino al seguito di Muntzer entrava nelle Chiese tirando a terra immagini sacre, madonne che non si intendeva più adorare, si distruggevano piccoli e grandi beni comuni, nello scenario terribile e senza tregua di una campagna diventata terra di nessuno, piena di signori in fuga, ma anche di altri plebei terrorizzati. Che tutto avrebbero perso, ma che subivano sbigottiti quelle scorribande."La plebe è in rivolta - raccontavano i funzionari - contro i signori e intende distruggere i conventi, ovunque regna sovversione e distruzione". A Muntzer non sarebbe bastato isolare i violenti, cacciarli dalle proprie fila, avrebbe dovuto piuttosto impedire la rivolta contro un ordine che si andava ri-costituendo. "Cercava invece l'umanità nell'operare". Come poi, in un altro contesto e con altri strumenti fece Marx, sostiene Bloch : "Lo sforzo personale è immune da ogni tenerezza". Anche Marx, posto sullo stesso piano cercava l'umanità nell'operare, "non solo perchè si sente uomo egli stesso, ma anche perchè gli altri, che sono ugualmente uomini, nella stragrande maggioranza sono trattati come cani. Quelli che li trattano così non vanno circondati da pietà: al contrario tollerarli sarebbe comportarsi in maniera disumana con gli umiliati e gli offesi".

Cosa devono fare gli sfruttati, coloro che sentono attorno al collo il cappio della crisi stringersi senza umanità? Aspettare, assistere allo spossessamento, ascoltare chi è pronto a servire messa di fronte ai nuovi Prìncipi della finanza e del potere? Dice Bloch in Principio Speranza: "Siamo ben lontani da quella bontà inventata di sana pianta e che Muntzer rinfacciava a Lutero, così tenero coi signori nel condannare ogni violenza di cui non fossero autori essi medesimi".

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19 ottobre 2011 3 19 /10 /ottobre /2011 10:17

 Ho l'onore di ospitare un intervento di giornalista di razza. Si chiama Disks e svolge il suo lavoro con indignazione e attenzione. In genere, come me, si occupa di sport. Potrebbe essere anche un grande (non grasso) critico televisivo.  Speriamo invii presto altri contributi.

 

di Disks

In base alla deriva perbenista dell’attuale informazione televisiva italiana, non c’era migliore interlocutore possibile nel governo, per spiegare la vicenda del sacco di Roma, del ministro Sacconi, uno che dice appunto un sacco di cose apparentemente ragionevoli: l’ex socialista craxiano imbarcato sul capiente carro berlusconiano è accomodante, sorridente, in teoria competente. Sacconi snocciola dati, ascolta le critiche, replica con fermezza e si atteggia a ossequioso cattolico, il che nell’ipocrita paese dei peccati altrui non guasta mai.

 Floris gli ha offerto il palcoscenico di Ballarò e lui lo sfrutta per accreditare la tesi della crisi economica globale, che tutto travolge e tutto rade al suolo, malgrado gli sforzi titanici suoi e dei suoi colleghi, noti titani della politica, appunto, nonché statisti riconosciuti, del calibro di Calderoli, Romano e compagnia blaterante, agli ordini del supremo genio catramato e del suo finto contraltare Tremonti. In pratica, teorizza Sacconi, chiunque manifesti in piazza la propria indignazione - perché non ha più lavoro, pensione, sanità, scuola, casa, speranze, futuro - è libero di farlo (in verità adesso molto meno, date le nuove restrizioni maroniane). Ma deve sapere che, così facendo, fornisce ai devastatori di professione, ai brigatisti del terzo millennio, la materia prima per il loro mestiere: infiltrarsi in qualunque corteo e distruggere le città. Non è meglio, dunque, restare al calduccio della propria stanzetta di disoccupato, di precario, di pensionato senza soldi o più semplicemente di indignato nel senso autentico della parola e aspettare che il governo più efficiente della storia della Repubblica risolva i problemi? Nel frattempo, con l’avallo del poliziotto Di Pietro (non era lui a dire che “la gente prenderà le armi”, se si continuerà a prenderla in giro?), lo Stato darà una lezione al terribile Er Pelliccia e ai suoi compari, cui toglierà la voglia di giocare alla guerra.

 Questa grottesca lettura della realtà postula davvero l’esistenza di un popolo bue, cloroformizzato da una televisione pigra e reticente: non quella controllata dal supremo genio catramato, sulla quale non vale nemmeno la pena di soffermarsi, ma la pochissima residua che si ammanta del titolo di oasi libera e pura: Floris e Fazio, per intenderci, ora che Anno zero è stato azzerato (ma chi avverte sul serio la mancanza delle dannose filippiche di Santoro?). Davanti alle telecamere del politicamente corretto, i governanti alla Sacconi sostengono con notevole impudicizia un’implicita equazione sulla violenza da strada: va tutta condannata a prescindere. Cioè è tutta uguale: quella effettivamente parodistica der Pelliccia, studente di un’università privata che forse si sta già vergognando della propria bravata da esibire agli amici su Facebook, e quella del signore anziano che vede Pannella e gli sputa in faccia con una spontaneità folgorante: gesto tanto più emblematico in quanto cancella in partenza, per esasperazione, ogni forma di dialogo. L’equiparazione tra i due atti è comoda, retorica e volutamente superficiale. Vorrebbe una società anestetizzata, assuefatta a modelli di vita vacui e privata del motore di ogni civiltà, dalla preistoria a oggi: la capacità di ribellarsi. L’Italia si sta ribellando, finalmente, perché si sente presa in giro oltre ogni limite sopportabile, e questa ribellione è sana, necessaria. Un giovane che non si ribelli alle storture della società è per definizione un vecchio. Un giovane che sopporti senza reagire la rapina delle proprie speranze è un automa. Un giovane che non senta l’impulso di prendere a calci nel sedere i politici che lo invitano a portare pazienza, perché è tutta colpa della crisi mondiale, è uno che accetta di avere come ministri Bossi, la Brambilla e la Gelmini, come sottosegretario la Santanché, come consigliere regionale il Trota o la Minetti. Forse Sacconi pensa che un ragazzo, oggi, se studia appena un po’ più della media e non ha come orizzonte il sogno di fare il tronista, abbia l’aspirazione di diventare come lui: da grande voglio fare il ministro signorsì, negare anche sotto giuramento le nefandezze del mio capo incapace e prendere in giro i cittadini.

 Per fortuna i giovani si ribellano ancora e in genere lo fanno in forma più seria e costruttiva der Pelliccia. Se però la violenza latente diventa quella dello sputo di un signore attempato e presumibilmente poco aduso a reazioni simili, significa che il confine tra l’uso della democrazia partecipata e la sua meditata rimozione, da parte del popolo, sta saltando. La democrazia è tale quando chi dovrebbe governare la pratica ogni giorno, rispettando i cittadini. Non lo è più quando chi dovrebbe governare resta incollato alla poltrona comprando parlamentari. Non lo è più quando chi dovrebbe governare rifiuta di prendere atto della propria acclarata inadeguatezza. Non lo è più quando chi dovrebbe governare paralizza da anni l’attività parlamentare, limitandola a leggi ad uso personale, del tutto irrilevanti per la collettività. Non lo è più quando chi dovrebbe governare nega per tre anni che l’Italia sia in profondissima crisi economica, salvo farla finire sotto la tutela dell’Ue.

Di fronte al furto della democrazia da parte di chi dovrebbe governare, non è strano che il cittadino decida di non continuare a porgere l’altra guancia: lo sputo a Pannella è frutto di una rabbia sempre più difficile da contenere e sempre più prossima a sfociare in reazioni imprevedibili e drammatiche, che solo i servi della disinformazione o i ciechi possono assimilare alle spedizioni dei black bloc. In quello sputo c’è una carica potenzialmente molto più devastante, per le istituzioni scricchiolanti, degli assalti alle vetrine e delle auto incendiate. Su questo pericolo devono indagare, per rendere una corretta informazione, i programmi di cosiddetto libero approfondimento. Invece obbediscono al format di una malintesa par condicio. Fazio fa interviste untuose ai potenti, che volentieri accorrono da lui. E Floris confeziona un guazzabuglio di inviti col misurino: il governante perbene (Sacconi), l’oppositore perbene (Renzi), la presidente di regione perbene (Polverini), l’economista donna dall’America che fa sempre scena, un pizzico di giornalisti di regime e non. Tutti questi troppi invitati parlano un po’, dandosi di volta in volta torto o ragione, ma senza mai entrare nel cuore della questione, con l’intermezzo della pubblicità o di servizi d’inchiesta aggressivi come un barboncino. Per la sacrosanta legge dell’audience, anche il pubblico viene sapientemente dosato: due bellissime signore stanno alle spalle dell’ospite dall’eloquio più debole (l’imbarazzante Polverini), nel caso in cui al telespettatore maschio venisse la tentazione di cambiare canale per non addormentarsi. C’è pure la sorpresa: un collegamento di pochi minuti con l’ex primo ministro spagnolo Aznar, tra i massimi statisti della storia di tutti i tempi, nonché grande amico di Berlusconi, al quale infatti dispensa un elogio finale così riassumibile: soltanto lui può tirare fuori l’Italia dalla crisi. Floris ridacchia soddisfatto: magari il supremo genio catramato si convince che questa non è una trasmissione faziosa e magari la prossima volta ritelefona (se poi butta giù, tanto meglio, fa più audience). Verrebbe voglia di sputare alla tivù, ma poi bisogna pulirla. Meglio spegnerla: almeno sta zitta, a differenza di Pannella. 

         

 

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17 ottobre 2011 1 17 /10 /ottobre /2011 00:39

Il commento di Valentino Parlato su "il manifesto" riguardo la giornata del 15 ottobre è fuori dal coro e fa riflettere. Al di là delle provocazioni provenienti da alcune frange addestratesi alla guerriglia urbana, è necessario ragionare di più su quanto accade in Italia e in Europa. Dice Valentino Parlato: "...nell'attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici, era inevitabile che ci fossero le manifestazioni di violenza. Aggiungerei: è un bene, istruttivo che ci siano state. Sono segni dell'urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile. Le manifestazioni e le pressioni... chiedono un rinnovamento della politica...Ci dovranno essere cambiamenti nelle lotte sul lavoro e nel sindacato e nella politica economica... E' una sfida positiva agli attuali partiti di sinistra a uscire dal passato e prendere atto di quello che nel mondo è cambiato".

Lo schema riproposto da tutti: due realtà distinte, una violenta (o infiltrata) e l'altra non-violenta è davvero rappresentativa della realtà dei movimenti anti-liberisti, degli indignati? Prendiamo la Grecia: alle durissime manifestazioni di piazza che degenerano in scontri sempre più frequenti partecipano non solo le frange militarizzate, le avanguardie narcisistiche di cui parla (sempre domenica 16 ottobre) Michele Serra su "la Repubblica". Partecipano padri di famiglia, madri, anziani e pensionati ridotti alla miserie dalle politiche di latrocinio perpetrate ai loro danni. Perchè lo fanno? Chi li ha imbrogliati?

Il New York Times sostiene che la Goldman Sachs, tra le più potenti banche d'affari mondiali, aiutò il governo di centro-destra della Grecia a nascondere i propri debiti, procrastinando i pagamenti grazie agli acquisti di "derivati" e opzionando rendite future (autostrade, turismo, casinò, etc.) a garanzia del buco sulla sanità. Tutto fatto in maniera tale che non ci fosse la parola "debito" su queste operazioni, ingannando così, oltre ai cittadini, anche gli stati dell'Unione che permisero l'ingresso nell'euro della Grecia. Accadde nel 2001 e Draghi divenne vice-presidente della Goldman Sachs nel 2002 (nel 2006 arrivò alla Banca d'Italia). La Grecia da allora fu sollecitata sempre più impellentemente a rientrare, anno dopo anno, da quelle esposizioni, comunque mascherate. Ora Draghi fra poche settimane sarà presidente della Bce che imporrà nuove strategie di rientro alla Grecia (questa volta con il timbro della comunità europea) stavolta dagli effetti sociali spaventosi. Se voi foste nei panni di un pensionato, di un impiegato statale, di un cittadino greco qualsiasi al quale è stato ridotto lo stipendio o la pensione del 30-40% o che ha perso il posto di lavoro e il sostegno del welfare, cosa capireste, conoscendo la biografia di Draghi? E cosa pensereste degli obblighi che deriverebbero dai nuovi diktat imposti dalla Bce? E se accadesse, come è capitato in Italia,che dopo, per esempio, anni di lotta e di proposte civili e pacifiche, come quelle sulla cosiddetta riforma Gelmini, non vi venisse mai concesso neppure uno spiraglio di trattativa o di dialogo, cosa capireste della politica e della utilità della politica per risolvere le grandi questioni dalle quali dipende il futuro di tutti?

Si affacciano sulla scena dei conflitti sociali generazioni e pezzi di società che non hanno fatto tradizionalmente parte di queste dinamiche. Sono stati catapultati in questo scenario improvvisamente infernale dalla crisi e da una realtà che loro nemmeno immaginavano o di cui percepivano a mala pena la capacità di dominio. Se la politica è sorda e cieca, se la politica ripete stessi protocolli, come potrà rappresentare una soluzione per chi ha di fronte la disperazione e si affaccia solo ora alla ribalta del conflitto sociale, oltretutto da disperato? E chi è disperato rischia o no di abbandonarsi a pratiche demolitive del presente e di ogni prossimità, visto che la politica gli garantisce solo inesplicabili sconfitte? Ecco da dove nasce la risposta distruttiva, persino nichilista, alla frustrazione sociale.

I giornali di oggi sono pieni di calcoli: milioni di euro di danni causati a Roma dalle violenze del 15 ottobre. La macchima distrutta del dipendente statale, le devastazioni a piccoli beni privati o a strumenti di utilità pubblica sono uno schiaffo a chi soffre di questa crisi, è chiaro. Ma chi parla più dei miliardi di danni causati da truffe come quelle dei derivati, dagli imbrogli delle agenzie di rating che hanno classificato come buoni prodotti finanziari marci, inducendo alla miseria milioni di piccoli risparmiatori? Chi ripaga delle sofferenze e della povertà causata dall'azione di capitalisti un tempo osannati anche dalla Chiesa, come Calisto Tanzi? E quando si dice che i teppisti non pagano mai, si pensa al fatto che i manager che determinano scelte fallimentari e improduttive continuano a vedersi aumentare senza controllo i propri premi e benefit sui quali nemmeno pagano le giuste tasse? E dei governi che hanno ricapitalizzato le banche responsabili della bolla speculativa del 2008, cosa pensa il disoccupato, o il capo- famiglia che non riesce a far fronte nemmeno più alle spese alimentari? E cosa ce ne facciamo di chi ha diffuso titoli tossici ed è rientrato attraverso fondi salva-banche dei propri latrocinii e approfitta di questa nuova disponibilità finanziaria per stringere attorno ai debiti degli stati (che hanno ripianato i buchi delle loro truffe) un laccio sempre più soffocante, tanto da determinarne anche le condizioni politiche e sociali di risanamento? Ci meravigliamo allora che a qualcuno truffato, emarginato, colpito e privato della speranza e del futuro venga in mente di dar fuoco a tutto?

Diceva un vecchio e saggio comunista milanese a proposito degli sbocchi razzisti e discriminatori di certe realtà di disagio nel nord Italia: "Ma se non stiamo dentro i processi sociali che, per esempio, determinano una ribellione contro spaccio e malavita, o concorrenza fra poveri per le soluzioni abitative o i licenziamenti, degrado ambientale, non potremmo poi intervenire quando questi processi prendono direzioni immature, irrazionali o addirittura razziste. Faremmo solo del moralismo, per giunta inascoltato". Se invece dentro le rivendicazioni che partono da alcuni bisogni si è presenti per davvero, sarà più facile contrastare derive razziste che danno una risposta di pancia al tema della vivibilità del territorio o insensatamente violente nei conflitti sociali sul lavoro. Questa è la posta in gioco per la sinistra: non i balletti attorno ai vari Draghi, Colaninno, Marchionne o la ricerca di un'unità purchessia con gente come Bonanni, o l'inseguimento di chimere dei rottamatori con il vizietto delle visitine ad Arcore. Da questa crisi alcuni calcolano di uscirne più ricchi e potenti, altri temono di diventare più poveri e emarginati. La questione è semplice: bisogna scegliere con chi stare.

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16 ottobre 2011 7 16 /10 /ottobre /2011 02:58

I gravi fatti di Roma impongo una riflessione. Dalle prime dinamiche degli scontri si ricava l'impressione che quanto accaduto in occasione della straordinaria mobilitazione degli Indignados sia una replica, senza lutto, di quello che accadde a Genova nel 2001.

Ci sono alcune differenze, ma tante similitudini, come le tattiche utilizzate nella gestione dell'ordine pubblico. Aver lasciato agire, in un primo momento, gruppi di specialisti della guerriglia urbana  ha di fatto poi consegnato agenti e manifestanti  ad un massacro tutto da gestire mediaticamente. E infatti un governo moribondo ha visto questa giornata un po' come vide il terremoto dell'Aquila. Occasione di consenso.

Differenza fondamentale con Genova è che la gestione della giornata non è stata affidata, a differenza di quanto accadde al G8, ad un organismo sovranazionale, condizionato dai diktat Fbi che aveva, dopo Seattle, un conto da regolare con il movimento no global (questi diktat sono venuti a poco a poco alla luce nel corso degli anni) A Genova ci fu una evidente volontà di scontro, scientificamente messa in atto. Stavolta più semplicemente non si è fatto nulla per evitare il peggio, è poi si è dato il peggio quando la situazione è sfuggita di mano.

In questo periodo di vacatio della politica (come può accadere nell'ambito di altri pezzi dello Stato) ogni potere, piccolo e grande che sia, cerca di conquistarsi dei vantaggi. Esiste, forse in qualche apparato a presidio dell'ordine pubblico, l'idea di accreditare come criminogena l'opposizione sociale (per facilitare poi il proprio compito o attribuirsi dei ruoli di mediazione sociale). Il governo moribondo non ha avuto problemi ad accodarsi a questa opzione.

Roma 2011 e Genova 2001: cosa c'è di simile.

Tutte le redazioni dei giornali sapevano, attraverso fonti ascrivibili a carabinieri, digos e guardia di finanza che sabato a Roma sarebbero arrivati gruppi organizzati, 400-500 persone, che avevano programmato un pomeriggio di guerriglia. A differenza di altre occasioni, quando il Ministro Maroni, ad esempio, aveva lanciato allarmi ingiustificati (vedi manifestazione nazionale Fiom), alimentando paura, stavolta non è accaduto niente di tutto questo. Mentre i pericoli c'erano davvero ed erano stati puntualmente segnalati. Accadde così a Genova.

Nessuno ha cercato di anticipare, bloccare, prevenire l'afflusso di black bloc puntualmente rilevato dal monitoraggio di siti web, canali twitter e comunicazioni fra gruppi di guerriglieri metropolitanti, peraltro ampliamente infiltrati e "attenzionati": Esattamente come accadde a Genova.

Durante la manifestazione gruppi facilmente riconoscibili da una dotazione indispensabile per gli scontri di piazza (cappucci, martelli, bottiglie, bastoni, recipienti per liquidi infiammabili, materiale pirotecnico o esplosivi soft) è stata fatta sfilare e aggregare senza problemi agli oltre centomila partecipanti.

Per più di un'ora - come a Genova - i gruppi organizzati hanno agito in maniera indisturbata colpendo obiettivi prima marginali (automobili e qualche vetrina), poi, in un crescendo, addirittura locali del Ministero della difesa. Ma, poche decine di minuti prima, il prefetto aveva assicurato che la situazione era sotto controllo.

Mentre le frange organizzate si staccavano dal corteo e agivano, montava il tam tam dell'informazione (i grandi siti web d'informazione, le tv satellitari), scatenando paura, caos. Tutto questo ha suggerito-imposto al governo l'immediata richiesta di interventi  per porre fine, purchessia, ad una situazione che stava creando allarme sociale e pressione mediatica. E' quello che qualcuno attendeva. Il crescendo indisturbato delle violenze e la diffusione delle informazioni sono stati l'elemento scatenante della successiva azione repressiva in controtendenza rispetto a quanto era stato fatto fino a quel momento dalle forze dell'ordine.

La stessa necessità di agire  con ogni mezzo non era stata avvertita, però, in occasione di un'altra giornata di guerriglia, ancora più grave, quella scatenatasi a seguito della morte del tifoso Gabriele Sandri, quando un gruppo di tifosi ultras dette addirittura l'assalto ad una caserma della polizia nei pressi dello Stadio Olimpico. Non era quello un fatto persino di natura eversiva? Allora non si scelse l'opzione adottata a Roma in Piazza San Giovanni, ci fu un contenimento "mirato".

L'azione delle forze dell'ordine - esattamente come accadde a Genova - è stata quella di spaccare il corteo. E' stata scelta via Labicana per creare un saliente all'interno del flusso di manifestanti e poi dedicarsi alla "bonifica" dell'area (Piazza San Giovanni era stata chiusa e circondata, lasciando libero solamente un piccolo passaggio controllabile verso Santa Croce).  Doveva essere il via ad una caccia all'uomo indiscriminata che solo parzialmente ha avuto il suo compimento. Ma ha avuto, comunque, l'effetto di impedire il regolare svolgimento della manifestazione con lo "sgombero" di Piazza san Giovanni.

Il cuneo realizzato dalle forze dell'ordine che ha spaccato il corteo in via Labicana ha però colpito la manifestazione nei pressi di nuclei più strutturati, quelli dell'organizzazione Attac (soprattutto romana) e presso gruppi di metalmeccanici presenti e guidati da alcuni leader di fabbrica. (Da ricordare che una parvenza di servizio d'ordine, si era materializzato lungo la parte iniziale del percorso, quando sono stati i militanti del corteo degli indignados e non polizia o carabinieri a fare il filtro tra il corteo e le aree vietate alla manifestazione. Nel frattempo le forze dell'ordine si tenevano a ragguardevole distanza per intervenire, semmai, nel caso in cui una parte dei manifestanti avesse puntato sui veri obiettivi sensibili da difendere a tutti i costi: principalmente l'area al di qua di via Nazionale, dalla sede della Banca d'Italia fino a Palazzo Grazioli).

In via Labicana forti e improvvisati cordoni di manifestanti hanno impedito per qualche tempo lo sfondamento della polizia permettendo ai manifestanti pacifici di trovare riparo un po'ovunque, attenuando quella mattanza indiscriminata di cui foto e testimonianze danno conto in altre aree e dove il caos per oltre mezz'ora è regnato  sovrano.

 Dove le forze dell'ordine hanno avuto mano libera sono accaduti i fatti più sorprendenti. Indignados hanno consegnato alle autorità alcuni "provocatori" colti in flagrante, ma in altri momenti sono stati caricati e spazzati via da altri plotoni, magari appartenenti ad armi diverse. Cariche di carabinieri, finanza e polizia, in sequenza, seguite da ripiegamenti e dalla concentrazione di forze in altre aree si sono mescolate a momenti di dialogo. L'azione dei provocatori e la replica tardiva e indiscriminata delle forze dell'ordine hanno comunque azzerato la manifestazione. 

Ma, come accadde in Piazza Alimonda, è stata un carosello improprio dei blindati (puntare i manifestanti con i veicoli per disperderli, come dimostrato da alcuni filmati,  è vietato dalla legge e dalle regole ufficiali d'ingaggio) e un contrattacco di chi in piazza stava ormai combattendo, a creare quella pericolosissima situazione che ha coinvolto alcuni mezzi dei carabinieri, quasi davanti l'imbocco di Piazza San Giovanni. Uno di questi blindati è stato neutralizzato e inciendiato, fortunatamente con la fuga immediata di chi era dentro. E che non ha reagito. E' stata questa la differenza con Genova (ammesso che lì, a sparare a Carlo Giuliani, sia stato davvero solo Mario Placanica).

A questo punto l'azione dei black bloc ha raggiunto l'apice della pericolosità: visto che c'erano di mezzo non solo beni e proprietà, ma uomini. Le forze dell'ordine dopo una serie di scontri, ritirate e riposizionamenti, hanno ripreso il controllo della zona prospicente piazza San Giovanni che è stata sbrigativamente ripulita.

Infine la caccia ai feriti. Come a Genova (Bolzaneto e Diaz con altre modalità, studiate e programmate scientificamente) si è data la caccia non tanto ai black bloc (che nel frattempo continuavano le loro scorribande tornando verso la stazione Termini, seminando distruzione) ma a chi invece si è chiamato subito fuori dagli scontri o è stato ferito in modo del tutto casuale. Con una serie di irregolarità e intimidazioni nei Pronto Soccorso, le forze dell'ordine sono entrate fino ai locali medici, inseguendo le ambulanze, chiedendo di poter identificare i feriti. Una pratica lontana da ogni regola e da ogni codice. Alla quale infermieri e dottori, per quanto nelle loro possibilità, hanno opposto degna resistenza.

E' evidente che questo governo, il ministro dell'Interno, il capo della polizia, dopo una gestione così fallimentare dell'ordine pubblico, in occasione di una manifestazione che altrove non ha prodotto disordini di rilievo, dovrebbero dimettersi. Evidentemente l'operazione Genova 2001 (allora eravamo all'inizio dell'era Berlusconi, tolto il prologo del 1994, poi ci furono Dini, Prodi e D'Alema) e Roma 2011 sono la drammatica colonna sonora di un serial politico impersonato dal proprietario di Mediaset. Ma la serie potrebbe avere repliche con altri protagonisti. Visto che il problema non è tanto Berlusconi, ma 1) l'opzione di repressione dei conflitti sociali con qualunque metodo, 2) la legittimazione delle sole proposte politiche che prevedano l'allineamento ai diktat delle strutture sovranazionali finanziarie e economiche, infine 3) la creazione di una zona grigia dove le frange di guerriglia organizzata si confondano con un'area della provocazione politica, di cui l'ex Ministro dell'Interno Francesco Cossiga ha sempre raccomandato l'uso.

L'incapacità della politica di essere, a differenza dei tempi di Cossiga, un interlocutore autorevole, rende pericolose e eversive certe scelte. Suggerite, magari, da quei poteri ormai autonomi che si cercano di ritagliare uno spazio e un dominio al di fuori degli equilibri dello Stato. La politica che non assolve alla sua funzione indebolisce il legame dei vari apparati con un vincolo valoriale che, comunque, lo Stato, governato dalla nostra Costituzione, possiede. Perciò alcune frange, magari legate agli apparati di sicurezza, possono agire in autonomia. O stringere per proprio conto alleanze. Con chi?  Dentro lo Stato o con settori dell'establishment economico e finanziario, a prescindere dagli obblighi formali verso l'Istituzione nel suo complesso. E' il pericolo che abbiamo di fronte se non si ripristina, sul serio, il Principato della politica.

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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