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28 dicembre 2012 5 28 /12 /dicembre /2012 01:10

BOLOGNA - La fuga verso la politica millenaristica del duo Casaleggio Grillo è ormai evidente anche a chi si è svegliato tardi. Tra l'altro la politica italiana è ormai provvista di personaggi che sono a pieno iscrivibili in un gioco di ruolo, quelli che hanno formato negli anni Casaleggio e che ora, il guru del M5s vuole riproporci nella grande competizione per il dominio dell'Italia. C'è l'highlander, torna, fa paura in televisione, è il mostro che incarna la perfezione del male e del passato tenebroso. Esiste l'eroe buono da Topolinia che fa quello che il buon senso suggerirebbe (ma niente di più), comprensivo, umano; c'è il ragioniere ligio e asciutto, capace di tenere i conti a posto, ma al tempo fa correre brividi lungo la schiena per la sua inumanità, androicità; esistono, infine, i due cavalieri dell'apocalisse. Grillo e Casaleggio incarnano il ruolo di Cyber Messia. E non pensiate sia un'estremizzazione. Il dubbio è venuto almeno ad uno di loro, Beppe Grillo, che non sa più di essere (ipse dixit durante le regionali in Sicilia) "un politico, un comico o Gesù Cristo". La parodia televisiva del conterraneo di Grillo, Maurizio Crozza, che racconta bonariamente Casaleggio insieme alle sue visioni, addolcisce un aspetto che invece, in democrazia, dà spavento.

 

Beppe Grillo, così ben costruito dal suo burattinaio Casaleggio, ama il ruolo soteriologico del Redentore. Un Gesù Cristo pop che non manca nessuna delle performaces alle quali il ruolo di icona moderna deve assoggettarsi. E' il Duce sportivo, capace di forgiare il suo corpo per qualsiasi impresa. E perciò attraversa lo Stretto di Messina. E' la nuova rock star che si getta sulla folla a corpo morto, è il predicatore furente. La storia ne ha mostrati molti di questi ieratici imbonitori. Scavano nel bisogno di sacro di ciascuno di noi e vendono un prodotto ben costruito. Il successo politico di ciascun replicante del primo modello è fornito dalla capacità di interpretare il bisogno primario del Redentore nel proprio teatrino della storia. Il successo sta nell'efficacia (oltre a quella di ben vestire i panni del nuovo Nazareno) di essere credibili nel promettere di soddisfare qualche appetito moderno: niene passaporto ai nati in Italia, niente tasse a prescindere, giornalisti tutti a casa e chissenefrega delle famiglie, e via nella declinazione di altri untori da individuare e punire. Ne abbiamo avuta di gente che ha voluto spacciarsi per Cristo e, nella confusione determinata dall'entrare e vivere il personaggio, a volte ci ha creduto davvero, proprio come comincia a fare il nostro Grillo che si chiede se sia davvero Gesù.

 

E allora volevo proporre un brano di Romano Guardini, teologo cattolico, morto nel 1968 e vissuto sempre in Germania, praticamente dal 1875. Con queste righe spiega come si può, invece di sacralizzarla, paganizzare la politica, mantenendo intatta la iconologia teocratica per poi trasformarla, subito dopo, in struttura di dominio.

"Il motivo mitico fondamentale del Salvatore, non più superato e nello stesso tempo compiuto da Cristo, è ricaduto nella dimensione irredenta-pagana e si è fatto valere come tale. La sua energia che aveva perso ogni collocazione, non più legata e legittimata alla figura del sovrano cristiano, si è aperta di nuovo la via nella storia nella sua forma pagana, o meglio apostata… Ad ogni modo l’intento mirava a strappare la figuar sacra, diventata il più intimo parametro del mondo cristiano e porne al suo posto un’altra che avrebbe dovuto determinare l’esistenza in modo puramente terreno".

Sembra un passo ritagliato su quell'ex comico che oggi è dilaniato dal dubbio se sia diventato un Cristo o no, mentre il suo socio mette a punto l'ideologia messianica per il movimento di cui è proprietario. Invece Romano Guardini si riferiva ad Adolf Hilter.

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7 novembre 2012 3 07 /11 /novembre /2012 13:37

BOLOGNA - Il movimento Cinque stelle si sta strutturando. Anche la liquidità ha la sua temperatura di raffreddamento. Questo è un processo tipico di tutte le rivoluzioni e di tutti i populismi. C'è il momento della ribellione, c'è il momento della organizzazione. Il passaggio è delicatissimo, la maggior parte dei sogni sprigionati da istanze rinnovatrici, in questa fase, ha visto l'inizio del suo crepuscolo. In riferimento ai movimenti socialisti, Ernst Bloch, l'eretico anti-stalinista, filosofo tedesco ammiratore di Lenin e critico del socialismo reale, chiamava tutto questo "corrente fredda". 

E' una fase di maturazione che risponde alla domanda leninista "Che fare?". Come sta attraversando questa crisi di crescita e di strutturazione il movimento cinque stelle? Secondo dei dettami classici di organizzazioni di tipo verticistico, dove l'esigenza precisa è: preservare i valori costituenti del movimento, preservare le modalità con le quali il suo consenso è cresciuto. Per questo mi è parso interessante il modo con il quale Grillo ha stroncato nel modo in cui sappiamo un intervento televisivo di Federica Salsi, consigliere comunale di Bologna. Sulla televisione, vista come il demone, è bene ricordarlo, è stata pronunciata una fatwa da Casaleggio e quindi da Grillo. 

Ma la modalità con la quale Grillo ha contestato la Salsi appartiene a quella dell'insulto sessista sulla quale è inutile soffermarsi. Grillo non avverte il minimo senso di imbarazzo ed è curioso perchè, ad esempio, proprio oggi, il 7 novembre, sul suo blog, il guru ligure, applaudendo alla rielezione di Obama, ricorda gli eroi di questa affermazione democratica: tra questi Sandra Fluke.

 Sandra Fluke sostiene battaglie per il controllo demografico, anche attraverso l'uso del preservativo ed è diventata (lo dice lo stesso Grillo un'icona dei diritti civili) perchè  apostrofata dalla destra bigotta e sessista americana esattamente come sul blog di Grillo i simpatizzanti del movimento si sono rivolti alla Salsi. Perchè allora, caro Grillo, Sandra Fluke è un'eroina, mentre la Salsi per bene che le vada, è dipinta come intenta a compulsare il suo punto G televisivo?

Queste sono le contraddizioni di un movimento che sta realizzando il grillismo, o il casaleggismo "in tempo di guerra". Come fu per l'operazione staliniana degli anni trenta: il comunismo di guerra prevede poche storie, poca democrazia, blindatura dei valori, dogmi o punti qualificanti della strategia contro i propri nemici. E allora si capisce la durezza con la quale (Stalin deportava e fucilava, Grillo organizzava esecuzioni digitali) i padroni del M5s attacchino chi va in televisione. E allora io dico che (al di là delle forme e dello stomachevole refrain sessista che emergono quando una posizione eretica viene espressa da una donna) dal suo punto di vista, Grillo faccia bene. Se la televisione è un luogo della corruzione del pensiero, se la patecipazione alla spartizione dei talk-show, dove è impossibile esprimere un pensiero compiuto, al di fuori dei grugniti che poi si riversano sui telespettatori, come fossero tifosi a bordo ring, Grillo ha ragione a pretendere disciplina su questo aspetto. Grillo è consapevole che la battaglia vada svolta sul web dove la modalità della comunicazione 2.0 fa sì che quello che in tivvù viene organizzato dal potere dei partiti e dei potentati, su Internet si è già trasformato  in una piattaforma che lui controlla. Su questa piattaforma Grillo esercita lo stesso tipo di coercizione alla quale assistiamo in tivvù da parte dei suoi nemici (provate a inviare un post critico... sul blog grillino).

In realtà Grillo con l'esplosione violenta contro la Salsi e in altre occasioni sta semplicemente dicendo ai sui dirigenti: la battaglia facciamola solo sul terreno a noi congeniale. E' un guevarista digitale, un vietcong del byte.

Cosa sia poi la vera democrazia è un discorso lungo: su questo blog è stato affrontato più volte. La modalità 2.0 ha falsato i valori di libertà aurorali di Internet. Infatti sono i gestori delle piattaforme i veri padroni dei dialoghi e dell'abbattimento della barriera autori/lettori sulla rete (Google fa apparire o scomparire i contenuti utili oscomodi, diversificandoli persino per contesto, se in Cina, negli Usa, etc.). I padroni delle piattaforme hanno le chiavi per consentire esattamente quello che Grillo ha permesso di fare sulla sua esclusiva piattaforma: tutto quello che vuole senza contraddittorio.

E allora dal suo punto di vista Grillo non potrebbe fare altro. La forma è sostanza nelle rivoluzioni: gli zapatisti hanno sistematicamente ignorato alcuni canali di partecipazione, preferendone altri. E sono stati rigorosi nel pretenderlo dai propri militanti. Solo che, per convincere chi non era persuaso della scelta anti-sistema, non hanno mai abbracciato pratiche violente e sessiste. Persino Platone ha preteso che di certi argomenti non si dovesse parlare in pubblico, biasimondo coloro che, vedi la famosa settima lettera, avevano trasgredito questa opzione fondamentale.

I passaggi da movimento ribellistico a organizzazione comportano sempre una perdita di autenticità. Ma sono sempre indicativi dei valori profondi che risuonano dentro certe rivoluzioni. Se un movimento ha la democrazia come intimo valore condiviso viene fuori, se invece emerge il populismo di cui l'Italia può mostrare le più varie declinazioni, allora appaiono l'insulto, l'intolleranza, la manzanza di comprensione attraverso il dialogo. La sfida del M5s è proprio questa. Nella fase di passaggio da movimento a struttura, il verticismo (o un certo grado di autoritarismo) è necessario: ma va accompagnato da una condotta valoriale adeguata alla sfida che si vuole lanciare. Altrimenti si diventa gli altri. I sogni restano come etichetta. Si parte per cambiare il potere, ma dal potere si viene poi cambiati. A quel punto tanto vale andare in tivvù.

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1 ottobre 2012 1 01 /10 /ottobre /2012 11:43

BOLOGNA - Volevo condividere con voi una riflessione sul momento che sta attraversando la comunità fortitudina a Bologna. La squadra riconosciuta come continuazione della vecchia Fortitudo con tutti i trofei finirà all'asta a metà ottobre. Esiste la possibilità che qualcuno acquisti questa società che continua ad avere l'appoggio dei tifosi più rappresentativi, la Fossa e che si stanno battendo per avere una funzione catalizzatrice, rispetto agli interessi che potrebbero sbocciare. Se rinasce la Fortitudo, a Bologna, rinasce Basket city. Un patrimonio per tutti. Il testo è apparso su "Stadio" la settimana scorsa

Sembra finita nella desolazione di un romanzo di Zola. Anche se adessosi apre un microcosmo, o forse sarebbe meglio dire un sottobosco, di possibilità. La Fortitudo con i suoi trofei e con la sua storia finisce all'asta. E nonc'è il glamour di Christie's o di Sotheby's come per i pezzi d'arte sfuggitial controllo di gentiluomini in disgrazia. Sarà un ufficio, in via Farini, a battere il prezzo di un sogno. Intorno a quelle mura, frequentate dalla più varia, rapace e disperata umanità, tutto è merce, anzi è pegno. Ogni cosa diventa un pugno di euro. Lo sterco del diavolo sommerge la fragranza di ogni sogno, sia pure maledetto.

Lo sterco del diavolo, l'argent. E' un romanzo di fine Ottocento: il Denaro. Racconta la storia di una grande speculazione, nella Parigi motore del mondo, dove fortune e sfortune iniziavano a costruirsi con le operazioni finanziarie di una Borsa appena diventata tanto potente da cominciare a sostituire la produzione. Il protagonista si chiama Aristide Saccard, non Gilberto, anche se il cognome suona domestico. Finisce per trascinare tutti quelli che credono in lui e in ciò che fa. E finiscono in rovina folle oscure e oneste di uomini e famiglie, soprattutto se dotate di pochi spiccioli e molti sogni. Chi ci ricorda? Pochi soldi e tanti sogni, soprattutto se c'è una infinita passione?

    Al loro sogno, certo, i fedelissimi che hanno dato anima e dignità ad un simbolo alternativo della bolognesità, non rinunciano. Se davvero la Fossa attraverso la sua capacità di fare sistema trovasse il modo di ridare spirito a questo corpo informe, dissanguato dall'ottusità e dalla speculazione, sarebbe l'emblema di un grande riscatto. Quello che in certi verismi è solo trasfigurato e non diventa mai un successo pieno.
    E allora cosa ci attende? Cosa riserverà a tutti il Destino della Fortitudo di cui nessuno conosce i percorsi profondi e le destinazioni più lontane? Dall'estate della retrocessione, dall'inferno delle più tristi sfide nelle palestre di periferia o di campagna, la Fortitudo ha trovato diaspore e ha visto apparire sfortune ancestrali. Ha persino smarrito il senso della propria identità, in una frattura forse insanabile, fra due distinti modi di intendere l'appartenenza a quella storia nobile
e plebea al tempo stesso. Biancoblu. Eagles, Società 103, tutti nomi alla ricerca di uno spirito. Ma dov'è questo spirito? Possibile finisca tutto in libroni tristi e in cedole che la letteratura ci racconta sempre ingiallite? Siano carte polverose o siano moderni file digitali per l'assegnazione dei beni falliti, il Destino offre un'altra sfida impossibile, in una discesa
sempre più verticale che non spegne però i sogni apparentemente impossibili: ricomprarsi la Fortitudo. Potrebbe essere il modo per ripartire e per rendersi eterni, impossessarsi di quei trofei e di quella storia di cui ci si è forse troppo beati che nascessero da uno sfregio ad ogni buona sorte. Il sogno Fortitudo non si è mai colorato di vittorie per essere vivido e per poter rendere forte una comunità. Il sogno Fortitudo è una realtà fatta di pietre e polvere.
    Il simbolo Fortitudo meritava questo lavacro di fango? Non interroghiamo il Destino, non avremmo risposte. Usiamo le parole dei profeti dell'anima, isole di senso. Hölderlin, nella poesia Patmo, usa delle simbologie casualmente familiari: «Dove c'è il pericolo, cresce anche ciò che salva. Nelle tenebre vivono le Aquile e senza paura». Ci si deve perdere per ritrovarsi. Ci si umilia per purificarsi, «là dove c'è il pericolo», appunto, «cresce anche ciò che salva».

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8 settembre 2012 6 08 /09 /settembre /2012 13:49

BOLOGNA - E il capitalismo scrisse la sua Repubblica, anzi la Politeia, come si direbbe in greco, saltando la traduzione ciceroniana. E' il testo utopico - mica tanto, visto che l'Honduras lo sta realizzando - di una città concepita come un'azienda. A decidere ci sarà un consiglio di amministrazione che nominerà direttamente il governatore. Le regole verranno date in anticipo, più o meno come in un contratto di locazione e chi vorrà abitare questa città saprà che le norme sono quelle e che non potranno essere modificate se non nelle parti inessenziali e che peseranno più o meno come un regolamento di condominio. Il Platone capitalista che ha elaborato questo progetto "libero" si chiama Paul Romer, ha 57 anni ed è un economista americano la cui metafora forte è il paragone fra i diversi sistemi economici che falliscono e non producono efficienza, ma povertà e le cucine. Troppi cuochi fanno male, meglio sceglierne uno solo. Un profeta del pensiero unico e un profeta del modello aziendale che si impone su quello politico.

 

Nella Repubblica di Platone il conflitto d'interesse e il problema delle interferenze fra vita privata, proprie origini e governo era il nodo di fondo, tanto da suggerire al filosofo ateniese un'ondata, come la definiva lui, di proposte che spazzavano via ogni ambito esistenziale, qui siamo all'opposto. Se Platone immaginava figli in comune dai quali non si potesse risalire ai genitori per impedire che un confilitto di interessi di tipo familistico potesse esplodere quando un governante avesse esaminato un caso di un parente, o se le ricchezze dei governanti venivano azzerate per impedire che un loro provvedimento confliggesse con quelle proprie e della propria famiglia, qui la visione delle cose è ribaltata: tutto è privato. Anzi è il privato che gestisce con criteri privatistici anche ciò che è pubblico. Certo, ci sono livelli assembleari, ma alla fine gli archontes che regolano la vita della città sono emanazione della proprietà di questa città, un consiglio di amministrazione. L'idea della condivisione delle norme da parte del popolo, un nodo difficile da sciogliere per Platone, viene fissata come postulato nell'idea di "Charter City" di Romer (http://www.chartercities.org): se aderisci sei dentro e se sei dentro ubbidisci. In effetti non è mica tanto diverso dall'idea del lavoro che in Italia una parte del Pd, (vedi Renzi, Fassino ed altri) i sindacati gialli della Cisl e della Uil ci hanno fatto accettare. O aderisci al protocollo Marchionne e stai zitto e non protesti e non scioperi oppure sei fuori dalla fabbrica. Fuori proprio fisicamente. Nella città charter entrano, lavorano e producono solo coloro che accettano le regole. E' uno dei tre punti cardini che anzi vengono proposti come un sistema di garanzia: "Nessuno potrà aderire contro la propria volontà".

 

Immaginiamo poi quali rapporti commerciali regoleranno gli aderenti alle varie Charter City (nate per finanziare lo sviluppo economico e quindi provviste di robustissimi capitali, eccolo il principio di accumulazione primaria marxista che fa sempre la differenza in ogni nuova forma produttiva) e i non aderenti. E come verranno fagocitati i territori e le comunità che non aderiranno a questi progetti. L'idea di città charter, infatti, è tesa a rompere anche l'idea di unità politica di una nazione e a frantumare l'idea di autodeterminazione dei popoli. Infatti in uno stato potrà essere gestita una città charter composta da cittadini di un altro paese. Non avrannno le stesse norme nè del paese d'origine, nè quelle del paese che ospiterà questo territorio. I capitali riversati, di fronte all'ormai endemica crisi finanziaria degli Stati, almeno in una larga parte del continente, faranno sì che queste città prolifereranno e saranno così influenti da svuotare anche fattivamente di potere politico ciascuna delle nazioni che cominceranno ad accettare il virus della Carter City.

 

Il progetto Charter City, nato alla Standford University e con donazioni "filantropiche" è un progetto che si inquadra nella legislazione americana secondo le norme non-profit, ma la sua disciplina, 501©(3), esclude sì partecipazioni dirette ad attività politiche ma non quelle di lobbing. Insomma nessun problema per la costruzione di un comitato d'affari interplanetario, ma nemmeno per la clonazione di questo modello di business filantropico.

 

Gli esperimenti si mutuano dalle zone economche speciali che alcuni paesi in via di sviluppo hanno messo in piedi. La Cina ha fatto cose simili nel distretto di Shenzhen, più o meno così si sviluppano alcune aree rurali indiane. Ma anche in Italia abbiamo avuto un esempio. All'Aquila, dopo il sisma, Berlusconi che dai tempi di Milano 3 insegue il sogno di una città "libera", ha ideato i campi dei terremotati e la nuova città abruzzese costruita con criteri da charter city. Democrazia sospesa, difficoltà di relazioni interno-esterno, stato di polizia controllato da entità non previste dalla nostra Costituzione, norme private per appalti e per le edificazioni. Il problema della charter city berlusconiana è stato quello immaginabile anche altrove: l'edificazione è stata travolta dagli scandali e dalle cricche di imprenditori che con la ricostruzione avevano immaginato profitti miliardari. Nel nostro caso c'era da approfittare, attraverso la lobby dei costruttori berlusconiani e vaticani dei fondi statali concessi e delle norme ad hoc preparate dallo stesso governo Berlusconi, c'erano comitati d'affari (costituitosi anche in modo occulto come la P4) che avevano un loro terminale nell'azione della protezione civile (che doveva poi trasformarsi appunto in spa) che sarebbe stato esattamente il comitato di gestione privato con parvenza pubblica che Romer immagina per la sua Charter City. L'immediata azione della magistratura italiana che risponde a leggi nazionali in questo caso efficaci e ancora valide, ha avuto, stavolta, la meglio.

 

Questo non toglie che esista un progetto planetario concepito ad uso e consumo di un affarismo spietato dove contano solo le regole della finanza. Senza riflettere che i detentori dei maggiori flussi di denaro, grazie agli effetti del liberismo e della finanziarizzazione dell'economia, sono proprio le industrie criminali che così potrebbero costruire ex nihilo le loro città e in futuro i propri Stati privati. Dopo un cammino secolare di morte e sfruttamento il capitalismo è pronto finalmente a dare carne, ossa e sangue, alla sua Gotham City. Ci vorrebbe un Batman rosso. Ma non c'è.

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1 settembre 2012 6 01 /09 /settembre /2012 13:35

BOLOGNA - All'armi siam grillisti. La tecnica è consolidata, persino spudorata nella sua rievocazione. Un manipolo d'arditi a cinque stelle fa irruzione alla festa dell'Unità emiliana. Il suo leader, Giuseppe Favia, quello che filmava il luogo del suicidio di Cevenini, perchè, si sa, un videomaker è affezionato alla sua missione sempre, chiosa la reazione dei democratici: "Militonti". Che battuta, innovativa e originale: il conio si vede, quello di Beppe Grillo ormai avvitatosi nella necessità di costruire gags dal significato politico una volta a settimana (vi ricordate l'efficacia del Grillo comico? Funzionava anche perchè appariva circa due o tre volte l'anno, del resto in cascina uno mette il fieno che ha). Il "militonti" evoca tanto il "Fessuccio Parri", appioppato al leader del Cln e azionista da Guglielmo Giannini, fondatore dell'Uomo qualunque, personaggio dalla biografia anti-operiaia e fascistoide. Una continuità politica e anche lo stesso spessore, direi. Del resto la stagione dei lunghi coltelli si sta avvicinando e dopo l'espulsione da parte di Casaleggio, attraverso il suo megafono Beppe Grillo, di un altro consigliere (circoscrizionale a Bologna), sta esplodendo il caso autoritarismo dentro, pensate un po', il movimento politico che pretendeva di rappresentare la lotta all'autoritarismo partitico. Che le istanze portate avanti dalla base a cinque stelle abbiamo non solo una ragione storica, ma spesso uno spessore politico è certo, che debbano essere rappresentate dalla scontro Favia-Grillo e Casaleggio fa sorridere. Anzi fa paura. Arriverà il giorno del Rohm-Putsch e vedremo chi sopravviverà allo scontro tra fedelissimi al partito-azienda di Casaleggio e Grillo e le organizzazioni a cinque stelle che, coordinate fra loro, vogliono sentirsi autonome dall'inquadramento militare che i manager padroni del movimento pretendono. I lunghi coltelli digitali sono pronti a scintillare. I sopravvissuti verrano chiamati, anche loro, ovviamente, zombies.

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28 luglio 2012 6 28 /07 /luglio /2012 06:52

Il modo in cui una nazione assiste al racconto dei grandi eventi somiglia al modo in cui una nazione viene vista, viene rappresentata. Abbiamo un'idea dell'Italia e della cultura italiana, ma questa deve essere sempre aggiornata. Chi ci segnala la direzione culturale in cui stiamo procedendo spesso è un grande evento raccontato dai grandi network. Un grande network che narra un evento ha la forza di imporre una visione delle cose, ma al tempo la forza di rappresentare quello che, in un certo senso, l'utente medio vuole sentirsi narrare. E'un gioco sottile: chi fa televisione, ad esempio, è consapevole che spingere troppo verso una direzione significa poter perdere l'attenzione o la sintonia dei propri ascoltatori. Ma nel frattempo, scegliendo cosa dire e come raccontare una determinata situazione, si incide e si creano le condizioni per la modifica delle sensibilità comuni. Nei mesi e negli anni si cambia così il profilo culturale di un popolo nelle sue grandi linee. Se utiliziamo questo schema per leggere con buona approssimazione, con uno scarto accettabile, quanto una nazione si senta ciò che è, potremo dire che la somma dei caratteri culturali rappresentati nei grandi eventi è tanto più significativa quanto maggiore è il suo ascolto, specie in condizioni monopolistiche o oligopolistiche. Una tivvù che racconta qualcosa di un grande evento non immediatamente centra il profilo medio di un popolo riguardo le sollecitazioni che quell'evento suscita. Ma ci si avvicina, rappresenta una tendenza, un cammino, un percorso che, dal momento della diffusione di quel testo (tanto maggiore è la penetrazione di quel testo) si compirà proprio verso quella direzione.

 

Quando noi ci chiediamo che fine farà la sensibilità musicale nel nostro paese non dobbiamo solo far riferimento a qualche ricerca, come una di quelle apparse recentemente, che dimostra, ad esempio, la ripetitività della musica pop, gli accordi sempre uguali utilizzati nella media delle canzoni ascoltate negli ultimi anni. Dobbiamo anche guardare a cosa ci propone la televisione o cosa ignora quando si trova di fronte un avvenimento che può essere vissuto in molti modi perchè ogni grande evento ha in se possibilità teoriche di commento a diversi registri, citazioni oppure omissioni. 

 

Questa premessa per dire che un paese ad alta culturale musicale, quale è stata ed è ancora l'Italia, sembra destinato a ricevere sempre più spinte che sposteranno fuori dalla propria naturale collocazione il baricentro della propria sensibilità. Passiamo all'esempio a cui tengo.  La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra è stata commentata per Sky da un giornalista come Beppe Severgnini, conoscitore della cultura anglosassone e da Carlo Vanzini, telecronista à la page. Mi ha colpito un particolare: c'è stata molta attenzione nel descrivere, o per lo meno ad accennare alle star della musica, della cultura, del cinema presenti o citate nella grande narrazione dell'evento. Ma alla comparsa fugace sulla pedana di direttore d'orchestra della vasta ensable che ha animato la ricca musicalità della serata, silenzio. Si è preferito indugiare piuttosto su Mister Bean che alla tastiera scandiva la nota ripetitiva che scandiva il tempo dell'esecuzione del main theme di Momenti di Gloria. Tanto che  il commento di uno dei due è stato: "quello che sta facendo mr Bean l'avrei potuto fare anche io". Fondamentale. E poi giù complimenti alla capacità britannica di spendersi nell'autoironia, mentre il comico inglese, che a me ha sempre fatto ridere poco e niente, alternava motteggi e dissacrazioni ad amplio raggio.

Bene: nessun commento e nessuna indicazione su quella pedana, comunque vigorosamente rappresentata. A dirigere temi moderni e pop c'era, inconfondibile, Simon Rattle, attuale, primo e unico (finora) direttore stabile inglese dei Berliner Philarmoniker, l'orchestra più prestigiosa del pianeta. Fino all'arrivo di Rattle i Berliners sono stati la più tradizionale ensable, per sonorità espresse, autorevolezza e repertorio, nonostante la presenza di Claudio Abbado di cui Rattle ha rilevato il testimone. Rattle ha addirittura introdotto un repertorio inaudito per quella tradizione, aprendosi persino al pop in qualche discussa rappresentazione, mantenendo con l'orchestra un rapporto poco autoritario e davvero democratico. Insomma una vera rivoluzione culturale (al pari di quelle rappresentate dai grandi temi della cerimonia inaugurale dei Giochi di Londra) portata da un inglese nel tempio della musica europea. Quale occasione migliore per citare, anche se brevemente, uno snodo dei nostri tempi, quella di vedere all'opera la sagoma riccioluta del grande Rattle? Invece no. Lisci. Severgnini (sul cui spessore culturale nessuno dubita, vanta pure collaborazioni con il Goethe Institut) e Vanzini hanno preferito le smorfie di Mister Bean. Come disse un arguto rivoluzionario la storia può ripetersi in farsa. La nostra sensibilità musicale, se verrà rappresentata in questa maniera finirà davvero così, in farsa. Ma non sarà Falstaff.

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22 giugno 2012 5 22 /06 /giugno /2012 05:01

BOLOGNA - Nell'azione dei padroni del movimento di Beppe Grillo, la Casaleggio Associati e il comico genovese in persona, sempre più spesso vengono riconosciute condotte autoritaria e un'aura politico e culturale che si rifà ai totalitarismi del secolo scorso, in particolare al movimento fascista e nazista. Una tesi che ai più potrebbe apparire sorprendente, ma che, valutata a fondo, appare fondata.

 

Beppe Severgnini traccia un fil rouge tra Mussolini, Berlusconi, Bossi e Grillo. Oliviero Toscani, usato come clava anti-sistema, proprio da un'area che fa riferimento a Grillo, è tranchant: Sembra Goebbels. Poi serafico aggiunge: "Nella volgarità di Grillo non c'è nulla di nuovo, nemmeno nelle sue performances, sono le stesse di Bossi, quelle esibizioni con il dito medio alzato". Insomma da Terzo Reich, come ripete testualmente il grande fotografo: "Abbiamo avuto il Duce nero, poi quello rosa, Berlusconi, ora questi qui".


All'inizio della grande era berlusconiana lessi un testo che mi colpì molto: "Come si diventa nazisti" dello storico tedesco William Sheridan Allen. Venne pubblicato nel 1968 e poi di nuovo nel 1994 con prefazione di Luciano Gallino (Einaudi). E' la storia di un piccolo paese che l'autore chiama Thalburg, ed è in realtà Nordheim (nell'Hannover), dalla fine degli anni venti all'inizio degli anni trenta. E' la storia di un posto normale, simile a certi paesotti italiani del Nord, dove coesiste una tradizione democratica e una bella etica del lavoro, una condizione sociale non conflittuale, una forte presenza artigiana e di piccola imprenditoria, insieme a funzionari statali (ferrovie); dove c'è un partrito dominante, almeno dal punto di vista culturale, la Spd, i socialdemocratici tedeschi.

 

 La crisi economica, le durissime tasse per ripianare i debiti di guerra (un po' come i nostri debiti voluti da chi in Italia ha gestito la guerra del consenso basata su elargizioni, incapacità, prebende e malcostume etc.), un certo spirito intollerante debitamente alimentato e un ancestrale bisogno del nuovo, producono un effetto straordinario, tanto a Thalburg quanto in Germania: l'affermazione del Nsdap (il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). Nel 1928 a Thalburg-Nordheim la Spd è oltre il 40% dei voti e i nazisti sono una sparuta minoranza. In due anni i nazisti crescono di 14 volte, l'Spd non crolla ma perde una fetta importante del suo elettorato e soprattutto smarrisce la capacità di organizzare un progetto politico di risposta alla crisi e di consegune non riesce più a fissare sia le alleanze sociali che quelle politiche con gli altri partiti. La borghesia locale, i lavoratori, gli strati emarginati e quelli imprenditoriali sono attratti dalle velleità anti-sistema dell'oratoria nazista (anche il marxista Ernst Bloch aveva convenuto sull'immediatezze delle parole d'ordine hitleriane contro la macchinosità delle analisi spartachiste, ce l'aveva con i comunisti di allora). La furia retorica nazista mette tutti sullo stesso piano, aumenta il volume e la violenza degli attacchi, dosando una lucida blandizie verso alcune fasce strategiche di elettori (ricordate la furia di Grillo contro i blitz anti-evasioni e l'affermazione che la mafia colpisce meno gravemente che lo Stato con le tasse?). I nemici di quel partito socialista - ma nazionale - (che abilità presentarsi con un linguaggio e titoli da sinistra, basti pensare all'evocazione di Stalingrado da parte di Grillo per Parma...) divennero quasi subito le organizzazioni tradizonali dei lavoratori, in affanno, in difficoltà. Allora il pericolo era quello della vittoria dei rossi, dei comunisti, della Spd (ma che coincidenze...).

 

Il linguaggio fu (ed è) quello dell'anti-politica, così efficacemente compresa da tutti, così semplice da snocciolare, con tanti esempi di facile comprensione. In assenza degli emigrati gli obiettivi di allora erano gli interessi non tedeschi e le politiche non tedesche (che poi fa lo stesso, adattando la materia al caso italiano), l'Europa che schiaccia la Germania sconfitta dalla guerra (come noi schiacciati da chi vuole attraverso l'euro imporre i diktat di una troika finanziaria).

 

Si fece così lentamente strada l'idea di una politica sangue e suolo, guarda caso sintetizzata in motti simili a quelli che si sono ascoltati qui ("padroni in casa nostra" o alle intimazioni di Grillo che accusa la sinistra di porre nell'agenda politica il falso problema della cittadinanza agli immigrati), molto in voga in questi anni. E quindi la scelta: l'uomo che dovrà scardinare il sistema non dovrà provenire dalla pletora di partiti incapaci, dovrà essere tedesco (non vi dice niente che per aderire al movimento cinque stelle bisogna essere cittadini italiani, come da non-Statuto grillesco, "articolo 5 - adesione al movimento").

 

Mentre le strutture di vertice del movimento nazista entravano subito in risonanza con le oligarchie economiche che contavano, nelle piazze grondandi rabbia si blaterava di rivoluzione sociale, attraverso un nuovo modo di fare che avrebbe spazzato tutto via. Tra i vertici del partito nazista (che sapeva benissimo quello che stava facendo) e la base si scavò subito un invisibile ma significativo solco. Da una parte l'organizzazione che produce retorica, dall'altro i vertici che la sanno lunga e che sono intoccabili. Apparentemente tutto coeso.

 

Vengono in mente le accuse di lobbismo su tante amicizie pelose che sono piovute sulla Casaleggio associati, il braccio proprietario del movimento cinque stelle, che hanno prodotto un'immaginifica lettera di spiegazioni pubblicata sul Corsera da parte di Guru Casaleggio persona. Ma se i rapporti tra la Jp Morgan di Rockefeller e la Casaleggio (sia pure mediati dalla potentissima Enamics) sono questioni che riguardano le strategie di business della casa editrice, le cose cambiano se emerge la natura proprietaria del movimento sancita esplicitamente dal regolamento, il famoso "Non Statuto", che. guarda caso, proprio GianRoberto Casaleggio (c'è sempre un Gian nei potentati che contano) ha ammesso di aver scritto di persona. Nel Non-Statuto a cinque stelle non è prevista la possibilità di eleggere un leader diverso da chi ha la proprietà del marchio: ("ARTICOLO 3 – Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso"). Non solo, Beppe Grillo dispone della sede e del "Centro" strategico del partito. ("Art 1 La  “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.", quindi se gli vai bene può risponderti, se non non conti nulla o gli rompi le scatole non ti fuma).

 

Insomma c'è una struttura per raccogliere il consenso in basso, mentre tutto è scrupolosamente asservito a direttive verticistiche, proprio come i progenitori tedeschi. Domanda: una eventuale relazione con la famiglia Krupp e altri potentati del genere, potrebbero essere sventati ora dai militanti a cinque stelle se Beppe Grillo e GianRobertio Casalaeggio decidessero alleanze "riparatorie"o, chiamiamole così, "stravaganti"? Il core business della Casalaeggio (Beppe Grillo è di fatto poco più di un testimonial) dopo il proficuo esercizio con Second Life, è quello della razionalizzazione dei meccanismi di controllo che la rete offre. Ma già un brillante studioso olandese di Internet, Gert Lovink aveva ammonito nel suo splendido Zero Comments (2008, Bruno Mondadori) dei pericoli dell'universo 2.0: l'insidia alla libertà d'espressione (oggi siamo tutti autori, anzi ci sono più autori che lettori) è costituita proprio dalle piattaforme proprietarie che si sono affermate con questa tecnologia e che metteranno ordine e bavaglio ad una dimensione (internet) fondata all'inizio proprio sul non-controllo e sulla de-razionalizzazione.

 

E così siamo arrivati all'ideologia della Casaleggio associati e di Belle Grillo che trasuda misticismo scientista. L'ideale di razionalizzazione del mondo, attraverso una politica implementata nella società come se fosse un gioco virtuale, è stata sperimentata inizialmente fuori dal concreto, in lunghi anni di gestazione. Poi è stata vestita di carne e ossa, attraverso una miriade di pedine a cinque stelle: questo progetto, nella sua ispirazione, è antico quanto la volontà di dominio dell'uomo sugli uomini.

 Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell'Illuminismo tracciarono un significativo legame tra le ideologie razionalizzatrici del Settecento e l'approdo totalitarista dei fascismi del secolo scorso. Qui siamo alla replica prima virtuale e poi concreta di un modello che si è conformato a tecniche collaudate di cyber-consenso. Più che prometeismo, (Prometeo simbolo scelto da Casaleggio per molte delle sue iconografie) qui siamo al faustismo: non c'è un eroe-mito che libera l'umanità dal dio ingiusto, ma è proprio il Casaleggio-Doctor Faustus che vuole essere Dio. E' Casaleggio, in versione divina, che vuole misurarsi nel gioco Storia e Natura, dove, appunto, lui è Dio e il suo dominio è la Terra. La terra va riorganizzata socialmente ecologicamente in un nuovo ordine di cui è lui stesso orologiaio (a piccoli passi, comincerà dall'Italia). E se pensate ad una esagerazione andate a leggere alcune delle sue citazioni dal tono oracolare e millenaristico, in cui si anticipa con categorie più proprie dei video-giochi fantasy che della storia, della sociologia o della filosofia, una guerra tra il regno della Libertà (l'occidente che darà accesso alla rete) e l'impero del male (erede del vecchio blocco sovietico) con Iran, Cina e Russia, che invece bloccherà ogni nodo, ogni server, ogni dorsale informatica.

Cosa accadrà, quindi, dei problemi comunque posti da una società alla quale, in un certo modo Grillo e il suo (suo perchè è proprio suo, di sua proprietà) movimento danno delle risposte? Come in Europa all'inizio del secolo scorso la questione non ammette infingimenti. Anzi è una tematica densa di significati che si potrebbe dire non aver trovato ancora nè soluzione, nè aver perso forza demolitrice. La Tecnica minaccia l'uomo, l'organizzazione del capitale, attraverso la tecnologia, produce asservimento e svuota ognuno di noi del proprio Progetto. Oggi bisogna lottare contro la Bce, il Fondo monetario internazionale, le superaziende dagli interessi invisibili, le multinazionali impersonali, il capitale senza volto, le superpolizie, i supereserciti, le supermafie, le imposizioni oltre ogni rappresentanza e rappresentatività, le troike economiche. Questo implica che l'analisi che compiamo comporti una conseguente prassi finalizzata al cambiamento radicale, chiamiamola pure con il suo nome, una rivoluzione che sovverta questo modo di intendere la vita e la società.

In alternativa possiamo solo ritagliarci un vissuto ai margini della Tecnica che ha razionalizzato sfruttamento, profitto e dominio. In questa alternativa (che stiamo perseguendo in Italia e in Occidente) la politica diventa non trasformazione e progetto,     ma un tentativo ragionieristico di ordinare quel poco che non è stato inserito nel meccanismo di razionalizzazione dello sfruttamento.

In questo contesto nasce il bisogno di ribellione che viene soddisfatto dalle simbologie di Grillo. E così torniamo alla Tecnica, un mito che da oltre un secolo (da Husserl in poi) viene indicato come destino dell'Occidente, ma che offusca il plenum dell'uomo inteso come essenza, libertà e progetto. La Tecnica per Grillo ha un nome: è la politica dei partiti che rappresentano il dominio attraverso una modalità vecchia e che lui vuole sostituire con una modalità nuova, una nuova tecnica: il dominio della rete, la razionalizzazione attraverso la messa in comune di ogni risorsa (anche se poi ci dovranno essere quelli che per il bene dell'umanità saranno i guardiani di questo net-dominio e lui, ovviamente, pensa di essere tra questi).

Per me, invece, la Tecnica contro la quale i pensatori esistenzialisti, fenomenologici e storicisti si sono confrontati oggi si è trasformata nell'apparato tecnologico, burocratico e ideologico che sostiene lo sfruttamento planetario da parte del capitale nella deriva finanziaria e impersonale. 

La conseguenza dell'azione di Grillo è la svalutazione di quella politica che lui riduce a macchietta. La politica che diventa burocrazia, sede di compromesso e corruttela, la politica vecchia. E la forma vecchia della politica per lui sono i partiti. Per questo ha sferrato l'attacco alla forma-partito, proponendo una struttura liquida, capace solo di creare consenso. Dietro questa operazione c'è il passaggio dall'impolitica - cioè dalla politica partecipata, ma con la garanzia storica dei partiti, e quindi lenta e ferragginosa - alla impolitica rappresentata da uno solo che decide (nel caso del M5s da Grillo e dalla Casaleggio associati). Il gruppo di potere che è dietro il M5s sono pochi "ottimati" che, senza confrontarsi con una legge morale (Platone), hanno già deciso tutto e lasciano ai militanti a cinque stelle l'illusione sulla discussione riguardo bagattelle locali e marginali (salvo intervenire quando qualcuno ha strane alzate d'ingegno). E' una modalità che abbiamo già visto e che però, per essere efficace, ha bisogno di esprimersi in un clima da comitato di salute pubblica. Grillo per dar conto in modo micidiale delle sue simbologie ha bisogno di una lotta totale, uno stato d'emergenza permanente. Così i militanti chiudono un occhio sulle derive anti-democratiche, così l'efficacia della sua retorica anti-sistema resta inalterata e si perpetua.

 

Dove troviamo una cosa del genere? La dice Cacciari guarda caso quando parla del filosofo della politica filo-nazista Carl Schmitt: "La politica diventa autentica solo perché in ogni momento vive nello stato d'eccezione" e il "Siamo in guerra" di Beppe Grillo è proprio questo. E così il comico genovese può sostenere che la sua impolitica diventa la vera politica. Ma, come sottolinea Cacciari, questo modo di vedere l'impegno di un cittadino nella lotta per la gestione della cosa pubblica è tipico delle adesioni ai totalitarismi. E si manifesta, per esempio anche nel plauso al nazismo di un pensatore geniale come Heidegger: "La deriva del nazionalsocialismo di Heidegger, come ha visto lucidamente Hannah Arendt, inizia con il suo discorso sulla totale svalutazione della politica". Quello che ha fatto inizialmente Grillo. La politica è il mondo della chiacchiera e del vecchio, questo era il pensiero di Heidegger che così abbracciò Hitler. Grillo, invece, aspetta ancora qualche filosofo per nobilitare il suo movimento. Ma forse non deve nemmeno preoccuparsi. Gliene costruirà qualcuno, con tanto di ontologie, Gian Roberto Casaleggio. Ovviamente virtuale.

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26 maggio 2012 6 26 /05 /maggio /2012 17:07

BOLOGNA - Oggi "La Stampa" è stato il quotidiano più pronto a centrare il vero nodo politico-strategico, dopo lo scontro fra Beppe Grillo e Pizzarotti, sindaco di Parma sulla nomina sgradita ai vertici del movimento 5 stelle del direttore generale del Comune emiliano. Grillo, che sta sfidando il sistema dei partiti, verticisti e corrotti, è contraddittoriamente in mano ad un gruppo di manager che, attraverso la rete, ha creato un grande esperimento politico: e lo sta conducendo con delle cavie a cinque stelle. Primo scenario del gioco: portare in parlamento dei deputati eletti solo attraverso la capacità di raccontare una rivoluzione attraverso la rete. Gli strumenti sono i social network e la fabbricazione di eventi virali. Contemporaneamente via alle piazze con Grillo in grado di trascinare e forgiare quelle parole d'ordine che si ritroveranno poi centinaia e centinaia di volte nei post artificiosamente introdotti nell'universo della Casaleggio associati, la main company che sostiene tutte queste operazioni. Non è una rivoluzione dal basso, è una rivoluzione che convince cittadini, arruola e trascina soldati alla guerra, ma che è diretta dai padroni delle piattaforme. Il movimento di Grillo è quindi contraddittoriamente con la sua ispirazione, ammalato di verticismo, una malattia che lo ucciderà. O lo porterà verso approdi che sono simili agli esiti catastrofisti dei romanzi tipici dell'underground degli anni Ottanta.

I padroni del movimento 5 stelle sono attorno all'ormai famosissima Casaleggio associati: sono iimpenetrabili, insondabili. Con loro è impossibile realizzare un contraddittorio, sembrano gli ineffabili padroni della finanza mondiale. I guru di Grillo sono ispirati da una idea orfica, salvifica e sapienzale della politica: un modello che riecheggia tutto in una letteratura vecchia di trent'anni. Questi guru sulla soglia dei sessant'anni vogliono trasformare la competizione democratica in un gioco di ruolo:la loro fantasy-politica ha una marcata risonanza messianica e apocalittica.

GianRoberto Casaleggio, l'architetto del movimento 5 stelle, ha raccontato e ha scandito anche nella sua previsione spettrale i momenti della fine della nostra civiltà e degli scontri fra impero del bene (provvisto della libertà di rete) contro l'impero del Male (Cina-Russia-Iran) che contrasterà la libertà di rete. Ci saranno - sostiene - sei miliardi di morti e si ricomincerà in un nuovo Eden. Chi ha immaginato questa palingenesi non si è però limitato a visioni chiliastiche, è anche colui che, più pragmaticamente, blocca un sindaco eletto dai cittadini, come Pizzarotti a Parma, pretendendo di dettare ad un amministratore eletto dai cittadini, ogni mossa. I guru del terzo livello del movimento cinque stelle sono certosini, impediscono ai post sgraditi di comparire sui blog, espellono cittadini a loro non graditi dal movimento stesso. I loro quadri (all'interno o fuori dalle istituzioni) dovranno attenersi alle scelte che questi novelli templari hanno immaginato (la ribellione di qualche militante o di qualche "quadro" del movimento è un sotto scenario previsto dal gioco). Ma alla fine i guru non potranno lasciare l'autonomia a nessuno dei personaggi creati dal loro gioco di ruolo, nemmeno quando questi avatar in carne e ossa saranno deputati o magari ministri. A loro della democrazia non importa nulla, sono degli Stranamore del XXI secolo con strumenti sempre più raffinati di controllo sociale.

 

La resistenza a questa visione politica da parte di chi ha cuore una trasformazione dell'esistente promossa dai movimenti partecipati deve partire dall'informazione e deve cominciare subito. Di questi uomini che stanno portando avanti una battaglia politica per una prometeica propensione al controllo e alla costruzione del mondo secondo un loro rigidissimo modello dobbiamo diffidare come fossero sanguinari dittatori del secolo passato. La natura e la matrice sono infatti le stesse, un'idea artificiale della realtà e dei rapporti umani da applicare alla vita in carne e ossa. Credo che sia compito di tutti, proprio perchè si nascondono e cercano di non aprirsi alla conoscenza e all'informazione, attraverso la rete, ottenere più notizie possibili su di loro, sui loro rapporti economici, su chi li finanzia, su chi incontrano. Insomma facciamo le carte da gioco con le loro immagini, esattamente come accadde per Saddam. Cerchiamo di raccogliere informazioni e mettiamole insieme. Per loro la rete è una costruzione di piattaforme per il controllo sociale, non per la libertà di pensiero, di informazione, di associazione.

Vi segnalo una riflessione del 2010 apparsa su Micromega, sarebbe bello collezionarle molte altre e più attuali (in rete c'è moltissimo materiale). Ma soprattutto sarebbe bello intercettare subito informazioni riguardo

http://temi.repubblica.it/micromega-online/grillo-e-il-suo-spin-doctor-la-casaleggio-associati/?printpage=undefined

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24 maggio 2012 4 24 /05 /maggio /2012 23:43

BOLOGNA - Siamo arrivati al dunque. Peraltro assai in fretta. Il carattere autoritario della gestione di Beppe Grillo è esploso a pochi giorni della presa di Stalingrado. Il sindaco di Parma è stato sepolto da insulti dei fedelissimi del Fuhrer che gli hanno ricordato di essere solo un passante eletto e non parte di un gruppo dirigente che dovrà amministrare una città. Cosa è successo? Premessa. La città di Parma, con il voto (meccanismo democratico che Grillo non contesta, anzi, sceglie come modalità per sovvertire lo Stato dei morti viventi) ha posto nelle mani di Pizzarotti aspettative e attese. A lui è stato chiesto di amministrare, lui quindi deve dar sostanza a quanto promesso. Le idee, solo dopo essersi incarnate in decisioni, diventeranno azione politica. Prima di quel momento restano chiacchiere o (come dice Grillo degli altri partiti) inganni elettorali. Deve essere quindi Pizzarotti (che insieme a Grillo ha parlato di quello che vorrebbe fare a Parma e più che altro di metodo, sui contenuti s'è sentito pochino), l'interprete della volontà dei cittadini. E', tra l'altro, quanto implicitamente accettato da tutti coloro che hanno partecipato (votando direttamente o aderendo dall'esterno, come ha fatto Grillo) alle elezioni amministrative. Gli Staff di partito, le segreterie, i poteri occulti devono restare fuori dalle decisioni della cosa pubblica. Questo è stato tra l'altro proprio il messaggio forte sul quale il M5s ha vinto: i cittadini, attraverso i propri rappresentanti (e non altri) decidano per il bene (locale) comune.

 

E così Pizzarotti sta facendo quello che pensava fosse naturale: scegliere alcuni collaboratori in autonomia (sui quali metterci la faccia), immaginare una fase politica di costruzione della propria amministrazione. Ma, sorpresa, sorpresa, cosa è invece accaduto? Grillo glielo impedisce. Perchè alcune delle nomine fatte da Pizzarotti non sono di gradimento di Grillo e del suo staff (accade la stessa cosa nei partiti quando vengono scelte persone ad amministrare enti o aziende di stato o settori della pubblcia amministrazione che non piacciono a questa o a quella corrente) Il politico-comico e la sua ciurma, quindi, richiamano il sindaco all'ordine con severe bastonature mediatiche.

 

Bel paradosso. Il movimento anti-partito produce un sindaco anti-partito, ma quando il movimento diventa gestione (di un Comune, di una politica, di quadri dirigenti) subentra il terzo livello (oltre ai cittadini e ai rappresentanti eletti in trasparenza). Il terzo livello grillino è l'organizzazione super segreta, inaccessibile e inarrivabile e che non si sottopone a nessun test democratico, la Casaleggio associati di Beppe Grillo, che ha le redini di controllo giuridico-finanziarie sul movimento (un po' come fanno le nostre banche quando sequestrano la democrazia) e che dice cosa si deve fare.

 

Morale: il meccanismo dal basso funziona finchè si fanno le cose che vuole fare il vertice. Ma, curiosamente, dai grillini-guardiani, il fatto di affidarsi allo staff di mentori che circonda Grillo non è considerato la replica di un modello gerarchico partitico. Cos'è allora? E' in realtà il nocciolo del binomio populismo-autoritarismo che ricalca quegli schemi che nel secolo scorso hanno portato dei movimenti eterogenei e compositi (sui quali bisogna sempre studiare e dare valutazioni il più possibile scientifiche) a coagularsi nei fascismi europei.

 

La contraddizione dell'agire politico di Grillo è venuta alla luce appena conquistato il primo piccolissimo snodo di potere. Di fronte al controllo di un meccanismo di governo chi lo conquista deve in qualche modo sdoppiarsi. Da una parte c'è la struttura che crea consensi e produce proposte politiche (e che deve mantenersi indipendente per vincolare tutti gli eletti al mandato e al programma proposto durante le elezioni), dall'altra parte ci deve essere chi amministra e concretizza gli slogan, le parole d'ordine, i progetti e le idee. Questa dicotomia sempre presente in ogni organizzazione che mira alla trasformazione dell'esistente, si dice democratica se prevede sistemi di controllo dal basso e la creazione (e quindi l'autonomia) di una classe dirigente. Invece nel movimento di Beppe Grillo c'è un controllo ossessivo di ogni istanza e ogni inziativa (nomine, iniziative politiche, etc.) affidata al gruppo di potere che attornia il comico e che con lui agisce in sodalizio affaristico (sono proprietari di tutto: marchio del movimento, sito, rendite e profitti dei prodotti multimediali, etc.). La capacità di creare classe dirigente è quiindi ad appannaggo solo di una cerchia eletta. Evidentemente del percorso democratico che loro stessi evocano a parole non si fidano nei fatti, altrimenti lascerebbero tutto in mano agli uomini che lavorano sui territori.

 

Quella del rapporto "Casaleggio associati-m5s-amministratori eletti dalle liste 5 stelle" è una concezione politica vicina alla Repubblica platonica. Nella visione proposta dal pensatore ateniese, però, i filosofi-re o gli aristoi, potevano creare nuovi quadri politici che dovevano essere forgiati perpetuando l'immortalità dell'educazione che si volgeva al Bene, unica ispirazione valoriale che, secondo tradizione, si riempiva poi di contenuti. Insomma Platone sarebbe pure potuto morire, ma funzionando l'impianto pedagogico, la continuità e la fedeltà ai principi sarebbe stata garantita. Essendo Platone un filosofo ancora condizionato dall'intellettualismo etico di Socrate riteneva che un inconfutabile argomento e una sua adeguata comprensione fra gli "ottimati" fosse una garanzia del perpetuarsi di certe idee, anche in sua assenza. Ecco quindi il motivo per il quale l'esercizio di una corretta arte pedagogica fosse centrale nel meccanismo di trasmissione dei valori del movimento "politico" platonico e perchè ci fosse tanta attenzione verso questa disciplina. Ed ecco perchè alla luce del riconoscimento della bontà delle proprie tesi e della bontà del metodo per trasmetterle, Platone immaginava che i saggi (e non lui solo), potessero creare altri saggi.

 

Invece nella Repubblica della Casaleggio associati la chanche di creare nuovi dirigenti (o di perpetuare in autonomia i valori professati a suon di insulti nelle affollate piazze) viene negata ai vari governanti-guerrieri come Pizzarotti (ripeto vessato e insultato dai solti commenti opportunamente apparsi sul blog di Grillo). Pizzarotti non può scegliere una classe dirigente, non ha autonomia, deve riferirsi sempre al Fuhrer e ai gerarchi del Fuhrer che dicono: quello sì, quello no. Tavolazzi, diventato nemico dei grillini no, quell'altro, invece sì. Va a questo punto ricordato che la rottura con Vendola, (governatore della Puglia sponsorizzato inizialmente proprio dal neo nato M5s) si consumò sullo stesso inciampo. Su una banalissima e partiticissima nomina. Grillo propose a Vendola un manager e studioso internazionale per la politica dell'acqua, la vicenda non andò secondo quanto immaginato da Grillo, e da allora il comico è diventato un nemico giurato del leader di Sel.

 

Insomma la cosiddetta democrazia dal basso che tanto ha fatto palpitare i cuori di una certa sinistra libertaria (e della destra liberale orfana di leader), nel caso dei grillini, si è fermata sulla soglia del vaffanculo. Quando infatti dalle invettive nei comizi (o dai monologhi senza contraddittorio, vedi Santoro ai tempi di AnnoZero, ora il giornalista è un pentito del Grillo-pensiero) si deve decidere cosa fare e con chi, la gioiosa macchina grillina si blocca. Gli avversari continuano a essere delle salme, la stampa e la tivvù restano in mano ai morti, chiunque non la pensi come i profeti del M5s è un diavolo da sconfiggere. Persino chi, all'interno del movimento, non segue le scelte di Grillo e della Casaleggio associati diventa un nemico.

 

E' uno scenario apocalittico in cui tutti devono mostrare devozione al Maestro; questi indica gli avversari da colpire o da assoldare, in una perenne disfida cosmica che, però (è il non-detto), deve rimanere tale tra le costellazioni e non si deve mai incarnare, perchè altrimenti i valori della lotta titanica evaporeranno al contatto del concreto. Purtroppo è solo un'Apocalisse da varietà. Più che la metafora di un uragano salvifico mi viene in mente il duo Boncompagni-Ambra Angolini. Pizzarotti ha le cuffie e Grillo dice cosa fare. E quando Pizzarotti si sfila le cuffie arrivano insulti e richiami. E così Pizzarotti torna più o meno a scodinzolare. Gi altri saranno pure morti e questi qui saranno vivi, ma hanno tutti il guinzaglio: pochi lo impugnano dalla cima in molti lo infilano dalla parte del collare. E alla fine del varietà indovinate chi è che si diverte e applaude? Gli uomini, i giornali, i deputati e i faccendieri di Testa d'asfalto. Grillo ha corso tanto e profetizzato assai, ma è tornato al modello originario. Populismo autoritario senza il burlesque. Poco grave. All'assenza di burlesque si può sempre rimediare.

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15 maggio 2012 2 15 /05 /maggio /2012 13:47

La straordinaria offensiva della cultura "azionista" ha segnato lunedì 14 e martedì 15 maggio un grande punto a suo favore: milioni di telespettatori per "Quello che (non) ho".  La cultura politica azionista è quel nobile mix di istanze radical, liberal, mazziniane che nel nostro paese non ha avuto larga penetrazione per la presenza storica di una cultura alternativa, quella ispirata dalla tradizione marxista che è stata egemone nei movimenti e nei partiti politici che avevano l'obiettivo di rappresentare le fasce sociali più deboli.

Ovvio, dopo la palude degli anni berlusconiani vedere altre sensibilità affacciarsi in tivvù appare un sollievo. E quindi ho visto con grande piacere su La Sette "Quello che (non) ho" scritto e prodotto dal duo Fabio Fazio e Roberto Saviano, con momenti di alto lirismo (come il racconto dell'eccidio di Beslan). In un mare così vasto quale la cultura italiana, negli ultimi venti anni rimasta nei fondali di una morta gora, eredità delle idee craxiane e berlusconiane, queste correnti dovrebbero, come è stato a lungo, intersecarsi fondersi e arricchirsi con le altre correnti più vive della nostra tradizione, quelle successive alla prima e alla seconda guerra mondiale.

Ma così non è. Al potere mediatico, in Italia, come guida delle alternative, ora c'è un editore De Benedetti (che forse si appresta a prendere in pugno La Sette, piattaforma dove "Quello che (non) ho" è andato in onda) e alcuni autori sono diventati il riferimento del cosiddetto popolo progressista, anche per l'applauso acritico e incondizionato di tutta la sinistra. Proprio loro stanno escludendo la più corposa, ricca tradizione culturale italiana. Quella che fa riferimento ad una scelta radicale che indica nel sistema del capitale, calato in ogni sua determinazione, la causa della disumanizzazione della società; nella prospettiva di creare un uomo nuovo. Secondo questa nostra tradizione, dominante fino ad anni recenti, un rinnovamento dell'umanità non può passare per l'accettazione, sia pure modulata e sfumata, delle condizioni archetipe del sistema del capitale. Nell'idea di capitalismo è il valore del profitto a determinare il valore dell'uomo. Ne derivano a cascata conseguenze che sono addirittura letali. Talvolta spacciate per libertà. E così il lbero mercato metterebbe tutti sullo stesso livello, il merito diventa sinonimo di ascesa sociale che ha però come approdo il condizionamento dei mezzi di produzione (di un'oligarchia di eccellenti a danno o in dominio sulla comunità), anche se tutto questo si pretende condizionato da una serie di valori, chiamiamoli così etici, che nelle orazioni di Saviano e Fazio sono il collante. Anzi questi valori di Fazio e Saviano (l'astratta onestà, la probità, la laboriosità, l'eroica opposizione etica alla criminalità), in realtà tutti interni al capitalismo, si legano a tal punto al tutto che le loro determinazioni sembrano davvero la sola cosa che conti, la sola cosa da difendere e l'unica medicina da proporre per la nostra società e per il nostro tempo.

Inutile dire quanto un'operazine di concreta trasformazione del mondo basata sulla separazione dell'etica dal plenum della realtà economica e storica abbia prodotto risultati insoddisfacenti. Anzi, alla lunga, ha permesso, nella nostra storia e nella storia mondiale, di accelerare un processo di degenerazione dei valori del capitalismo che ha condotto al liberalismo e alla spersonalizzazione della economia di mercato. I moralizzatori del capitalismo se ne sono accorti troppo tardi e hanno continuato a chiedere umanità, laddove era l'uomo a essere messo in discussione e sotto scacco proprio per la subalternità (che non vedevano) dei cosiddeti valori astratti alla logica del capitale, l'unico principio che in questo secolo sta contando.

E allora vediamo quali sono, secondo Fazio e Saviano gli autori di riferimento: Piero Calamandrei, Danilo Dolci (figure luminosissime che dialogavano con la sinistra, senza escluderla), e poi, attraverso Marco Travaglio, anche la destra storica italiana, quella che non voleva apparisse la parola Chianti per non palesare un conflitto d'interesse nei propri organi d'informazione o che disdegnava un dono, una trota, ad un primo ministro, perchè pescata da acque demaniale. Peccato che contemporaneamente gli stessi eroi della destra facessero bombardare i lavoratori con Bava-Beccaris, provocando stragi con centinaia di morti, per fermare le prime rivolte anti-sistema dello Stato unitario.

Saviano è stato protagonista tempo fa di un'offensiva culturale contro Gramsci, indicato come l'uomo della sinistra intollerante al confronto di quel socialismo umanitaristico e di quel progressismo mazziniano che da noi ha avuto il suo approdo storico nel partito repubblicano. E che si è sposato con gli interessi del grande capitale (non a caso De Benedetti ha sempre votato Partito repubblicano, ma anche, non a caso, la legge firmata dal repubblicano Mammì ha aperto la strada al dominio televisvo berlusconiano). Gli eroi di Saviano, Danilo Dolci e Calamandrei, sono un pezzo della storia civile italiana, ma non sono tutta la tradizione dei movimenti sociali in Italia. Che non può essere rappresentata soltanto da queste due belle figure che, nella loro luminosità, furono minoritarie. Manca un pezzo fondamentale, vivo e vegeto, anche se un po' accantonato, di questa tradizione che, ovviamente, Fazio e Saviano si guardano bene dal far narrare, se non fosse per l'intrusione di un paio di citazioni, come quelle presentate del grande Ettore Scola che (nella seconda puntata, martedì 15) ha raccomandato la lettura dei Quaderni di Antonio Gramsci.

In "Quello che non ho" si è consumata una riduzione culrurale e politica. Si è rappresentata la cultura di sinistra e la cultura di destra nel confronto Gad Lerner-Travaglio. Lo straordinario giornalista (forse il migliore in Italia) apolide-milanese è l'efficace espressione del riformismo liberal. E così l'operazione culturale è già delineata. Non esiste, secondo il duo Fazio-Saviano, altra possibilità che la polarizzazione fra la destra classica (che è sempre nobile, per definizione, chissà perchè?) e la sinistra liberal. In questo confronto la sinistra dei valori alternativi al capitalismo non c'è. Questa è l'idea che si vuole far sedimentare.

Il confronto fra Marco Travaglio e Gad Lerner è un remake del confronto (organizzato proprio da Fazio in occasione di "Vieni via con me" prodotto da Rai Tre) fra Fini e Bersani che esposero una lista di valori di destra e valori di sinistra. In questa fase politica sarebbe stato impensabile fare una cosa simile con protagonisti analoghi, ma almeno Fini e Bersani avevano una forza evocativa che, nelle loro narrazioni, non escludeva nessuna delle tradizioni culturali della destra e della sinistra storica.

Si rinnova quindi con il duo Fazio-Saviano, sotto un patinato format, una conventio ad excludendum della cultura davvero alternativa, la grande cultura popolare che ha segnato l'aggregazione di milioni di persone in movimenti per la trasformazione radicale del sistema capitalistico. E' in sostanza l'esclusione della tradizione comunista del nostro paese, una pratica politica che poi ha generato le mostruosità contro le quali Saviano e Fazio inconsciamente si battono, grattando però solo in superficie, nel loro peregrinare moralistico. Proprio, per paradosso, quando in tutto il mondo, dalle accademie, alle comiunità religiose, ai singoli pensatori, ai movimenti organizzati di protesta, si riscoprono le visioni proposte da Carlo Marx e le analisi sulla crisi proposte dal grande filosofo e economista tedesco: esse sono prese di nuovo come spunto per un nuovo progetto d'uomo. 

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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