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13 settembre 2011 2 13 /09 /settembre /2011 02:06

Questa è proprio un’idea buttata lì, meno che un appunto, un’intuizione. Anzi nemmeno quello, non ha lo statuto dell’intuizione. E’ giusto dire: un’idea buttata lì.

 

Lukacs in assonanza con Marx descrive il capitalismo come il modello capace di creare una separazione fra soggetto e oggetto nella rappresentazione della natura (scienza, valori numerici che calcolano la realtà), separata rigorosamente da ogni elemento di soggettività (dai bisogni, alla coscienza, ma poi, si potrebbero aggiungere le varie pulsioni che le visioni e gli studi novecenteschi sull’uomo hanno individuato). Poi, dopo aver emarginato tutto quello che non era rappresentazione scientifica, il capitalismo ha reso anche il soggetto (e quindi i soggetti sociali per Lukacs e per Marx) sussumibile sotto l’egida del calcolo oggettivo, trasformando le indagini sull’uomo e sulla società  in algoritmi impiegabili nelle scienze umane e nel controllo del fattore umano. Siamo, per Lukacs, alla determinazione assoluta dell’alienazione. Per Heidegger può essere il culmine del percorso occidentale dell’inautenticità e del nascondimento dell’Essere, il trionfo del pericolo della tecnica. Per i neoplatonici si tratta del fattore che distoglie dal pensiero sull’Essere.

 

Ma poi Lukacs costruisce una previsione:  il proletariato relegato alla massima oggettivazione, quindi alla totale alienazione, trasformatosi in oggetto di calcolo, sarà, proprio per questo, in grado di diventare "soggetto storico" del cambiamento radicale, sarà capace di condurci alla fine della nostra era e all’annichilimento della filosofia. Si concluderà così la nostra storia e avrà inizio una nuova storia, quella del regno della Libertà. Tutto questo è in risonanza con una tradizione metafisica italiana che afferma che l’impegno delle generazioni del futuro è già dato: sarà la testimonianza nella libertà e la realizzazione della libertà, visto che la liberazione, ad opera delle tecniche, dai bisogni dell’uomo, prima ha nascosto l’Essere, ma poi ci ha messo in condizione "libera" di scegliere. Prima la natura era un ostacolo alla libertà, ora la capacità dell’uomo di svincolarsi dai bisogni di natura, grazie a quella tecnica che gli aveva inizialmente celato l'Essere, rende libera la possibilità umana di ricerca. Balibar nota che in Lukacs (“La Filosofia di Marx”, pag 85 manifestolibri) esiste un richiamo agli schemi mistici di alcuni padri del pensiero cristiano (ma anche del pensiero tardo antico). E cioè: la fine dei tempi azzardano il ritorno al nulla. Il pensiero cristiano neoplatonico, che non concepisce il Nulla, ma solo l’Essere, parla del “Nome che è”, cioè di Dio e di conseguenza di Libertà. C’è poi in assonanza anche il pensiero nietzschiano che, ugualmente, attraverso il suo profeta, finisce per indicare l’epoca nuova, la soglia del ritorno da varcare che, però, è solo annunciata dallo Zarathustra. Zarathustra non è l’ultra-uomo, di là a da venire, ma annuncia che verrà l'Übermensch e con lui la libertà. Come il proletariato, soggetto storico, che ci incammina verso il nuovo inizio, il regno della Libertà, dove perderà l'identità di proletariato perchè scomparirà ogni divisione del lavoro; come lo Zarathustra profeta ci accompagna verso l’ultra-uomo libero dalle ideologie e dai calcoli meschini, ma grettamente efficienti, dell’ultimo uomo; stessa cosa nel neoplatonismo cristiano che ci annuncia, attraverso l’impegno dei filosofi, la sfida per la ricerca della Libertà, conducendoci solo alla soglia di questa nuova grande tappa.

 

Pur nell’approssimativa sintesi e nella riduzione bignamesca mi pare che quanto ho scritto evidenzi che ci sono delle strade tracciate se non verso lo stesso larghissimo approdo, perlomeno sufficientemente parallele da poter ipotizzare, su larghissima scala, una direzione comune.

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12 settembre 2011 1 12 /09 /settembre /2011 12:11

Giancarlo Galan, ministro per i Beni e le attività culturali dell'Italia, non è deputato e quindi non ha diritto all'ambitissimo barbiere di Montecitorio. Taglio raffinato, costo "cinese", come quello offerto dai tanti artigiani dell'acconciatura venuti dal lontano Est che hanno contribuito ad abbassare i costi delle nostre spese dal barbiere o dal parrucchiere del settanta e ottanta per cento. Visto che lui alla qualità ci tiene (e anche al contenimento delle "sue" spese) chiede, di volta in volta, in prestito, il tesserino da parlamentare ad amici del Pdl. E s'imbuca. Perfetta sintesi di massimo risultato con un minimo sforzo. E non c'è voluto un investigatore particolarmente smaliziato a scoprire questo meccanismo. Galan, il ministro che ha più volte violentemente e giustamente polemizzato con la Lega, per quelle strizzate d'occhio (che ci costano milioni e milioni di euro) agli allevatori padani inadempienti delle intimazioni e delle multe Ue sulle quote latte, l'ha confessato in un'intervista al Fatto Quotidiano. Se uno che ha la percezione del bene pubblico utilizzato a fini di parte (come nel caso delle multe che gli italiani pagano per le quote latte che la Lega toglie ai suoi potenziali elettori) si fa tagliare a scrocco i capelli e, lo confessa senza reticenze, significa che il suo senso della cosa pubblica è davvero sul filo del rasoio. Sotto quel livello si è eticamente commendevoli, sopra no. Fosse questo il problema il disagio che noi avvertiamo sarebbe abbastanza semplice da spiegare. Galan ritiene che la frequentazione del barbiere di Montecitorio costituisca un oggettivo vantaggio per la sua persona nella sua funzione.  Ha torto Galan? Per cercare di capirlo immaginiamo la sua educazione politica e a quali autori si potrebbe essere ispirata. Andiamo a vedere uno dei primi testi dell storia del pensiero politico, dove, come noto c'è anche tanto altro, oltre alla politica, La Repubblica di Platone. Nei capitoli centrali il filosofo aristocratico ateniese illustra le caratteristiche di formazione dei guardiani, quelli chiamati a difendere o a governare la città. Come si seleziona per Platone la classe dirigente? O meglio, come si addestra? "Si deve cercare quali guardiani rispettino la norma loro propria, di dover fare di dover fare ciò che ritengano ciò che è meglio per lo Stato. Occorre perciò sorvegliarli fin da fanciulli e proporre loro opere che potrebbero far scordare assai facilmente tale norma e dare luogo ad inganni ; e si deve approvare chi la ricorda  e non è facile all'inganno, scartare invece chi lo è... E a chi superi le successive prove, nell'infanzia, nell'adoloscenza e nella maturità, e risulti integro si devono affidare il governo e la guardia dello stato"... . (Platone, La Repubblica . Libro III  413-414) Il curriculum di Galan parla chiaro: direttore centrale di Publitalia da giovanissimo, partecipa alla costituzione di Forza Italia nel 1993. Esercizi per convivere con l'inganno ne deve aver fatti. Il dubbio è uno solo: sta continuando a educarsi o è passato dal ruolo di educato a quello di educatore? In questo caso di certo andrà nei guai chi gli ha prestato il tesserino. Oppure il barbiere.

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8 settembre 2011 4 08 /09 /settembre /2011 23:43

Nella temperie di un momento personale difficilissimo riprendo a leggere e a scrivere qua e là. E mi viene da riflettere su una questione diventata quasi un canovaccio delle polemiche di questi anni. Chi è moderno e chi no nella politica italiana, rispetto le scelte sui temi del lavoro. Vediamone alcune: la nuova organizzazione a Pomigliano e Mirafiori, le delocalizzazioni, il nomadismo produttivo. La pretesa modernità, però, si configura sempre in soluzioni nuove che non toccano il ruolo dell'establishment al potere. E infatti è sempre il blocco storico dei partiti, delle forze sociali e degli interessi economici che guidano l'Italia o il mondo che, per rafforzare la loro posizione di dominio, sposano l'ideologia della modernità. E quante sono le comparse a colorare della loro presenza i dibattiti politici, economici, scientifici e filosofici! Gli economisti della voce.info e le loro battaglie sulla liberalizzazione del lavoro in nome della modernità, ad esempio. Non più salariati opposti al capitale, il loro Assoluto sarebbe impersonificato dai consumatori, gli oppressi di cui la sinistra avrebbe dovuto farsi carico. E quanta presunta modernità è narrata da personaggi tragici o ridicoli: il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, trombettiere delle ragioni dell'amministratore delegato della Fiat Marchionne, pronto a rottamare chiunque non sia moderno come lui. E poi i Sacconi, Bonanni e compagnia cantando.

 

Ma hanno ragione o torto a definirsi moderni? Marx dice di più: sono rivoluzionari. Rispetto ai modi di produzione storicamente inveratisi nel sistema attuale, il capitalismo prima giovane e rampante e ora maturo e soffocatore, ha una caratteristica unica: la dinamicità. Che lo porta ad abolire e a non considerare mai definitivo nessun processo di produzione. Dice testualmente Marx: "La sua base tecnica (del capitalismo, ndr) è rivoluzionaria".  E sostiene : "L'industria moderna non considera e non tratta mai  come definitiva la forma di un processo di produzione". Lo schema che permette al Capitale di aumentare l'accumulazione e con essa la propria capacità di dominio è semplice: utilizza le tecnologie e riassembla il processo di produzione in base a queste nuove tecniche e a nuove possibilità che la realtà storica offrono (vedi delocalizzazioni, sfruttamento immigrazione, etc.). Il suo carattere rivoluzionario è manifesto nell'agire. Ed è presente già nelle tre contraddizioni: nuova tecnica, nuova disciplina, ma vecchio modulo (divisione del lavoro).

 

Così si rende "naturale" un processo che invece è fortemente voluto dall'uomo e scontato nella sua valenza ideologica (il modo di rappresentare il pensiero di chi queste soluzioni produttive le ha evocate e volute o dei lori alleati storici) . Eppure quante volte abbiamo sentito ripetere che è naturale che certe cose non si facciano più in una data maniera, ma in un'altra, vista l'evoluzione della tecnica. Pomigliano, Mirafiori, Bertone, il lavoro si riorganizza in base alle esigenze del Capitale. La capacità di alternare tecniche e processi produttivi è la caratteristica di questo sistema. Più che dinamicità del capitalismo qui siamo proprio di fronte ad un carattere rivoluzionario del modo di produrre, perchè si sviluppa nel crepitare della battaglia per la produzione delle merci e di colpo sostituisce funzioni, competenze, pezzi di esperienza, materiali. Non è solo l'innovazione tecnologica. E' altro. Una caratteristica che nei modi di produzione pre-capitalisti non c'era. E' questa la modernità alla quale fanno riferimento gli alfieri del capitalismo moderno e che Marx aveva indicato nel Libro I del Capitale al capitolo XIII.  E quindi, una volta che le relazioni sociali sono intaccate da un nuovo modo di produrre, subentreranno le scelte di autocoscienza del capitalismo a propalare il diritto relativo alle nuove forme. Ecco i moderni, ecco la modernità. 

 

 Piccolo accorgimento del rivoluzionario ambito dei processi di produzione capitalisti: la divisione del lavoro non è scossa da questo vento rivoluzionario, resta quella di sempre. In effetti così può cambiare tanto (per bocca dei Renzi e degli Alesina), per non cambiare molto. E cioè: quello che conta rimane. da notare un'ultima cosa: i nostri corifei della modernità capitalista si dividono in due: quelli che sanno ciò che fanno e quelli che pensano di essere geniali innovatori al servizio degli oppressi. Liberarsi prima dei secondi e poi dei primi.

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31 agosto 2011 3 31 /08 /agosto /2011 13:08

BOLOGNA - Un tema, non so dire se di estetica o di sociologia, è affiorato qualche tempo fa su un interessante blog filosofico. Mi pareva opportuno rifletterci perchè l'argomento, pur di non grandissimo rilievo, andrebbe trattato, a mio avviso, mettendo in rilievo il ruolo della produzione umana come produzione di pensiero e produzione di tecnologie. E qualsiasi processo analizziamo, in questo caso di valorizzazione del proprio corpo, dobbiamo farlo agganciandoci a quello che è accaduto storicamente. E' di minor rilievo, a mio avviso, quindi, andare a cercare se l'idea di avere impianti artificiali tipo peacemaker determini l'idea che poi si possa accettare il silicone. In realtà, secondo me, è un processo unico, che deriva da un processo antico che nasce con l'idea del corpo umano provvisto di un canone e quindi dall'idea antropologia del καλός καί 'αγαθός. Poi la le tecniche hanno determinato che la scienza medica si avvalesse di strumenti più potenti di quelli della scienza o dell'arte della cura del corpo. Ma spesso queste due idee si intrecciano ancora. Basti pensare alle finalità psico-sociologiche di ricostruzione plastica che si hanno sulle vittime di incidenti che deturpano il viso. La produzione umana è produzione sociale, è sempre riferita all'uomo in quanto membro di una comunità. E, in buona sostanza la diversa capacità produttiva (quella dell'antichità e quella dei nostri giorni) incide anche sull'autocoscienza delle discipline di riferimento. Ad un tale sviluppo produttivo corrisponde un'idea diversa di medicina e di arte della cura del corpo. A seconda dello sviluppo di questa tecnologia e quindi dei risultati che si ottengono si determina, in una nuova fase, un'idea diversa che gli uomini hanno di queste discipline e, nel corpo dottrinarie di queste discipline, un'autocoscienza diversa che esse hanno di se. Tutto in funzione del ruolo nella società.

 

Ecco cosa compare su

http://gottholdlessing.wordpress.com/2011/06/28/338/#comment-68

 

Molti sostengono (giustamente a mio avviso) che, nella chirurgia estetica, non è il corpo “inorganicizzarsi”, a divenire in parte extraorganico, a farsi “cosa”, ma è il silicone “vivificarsi” -a prendere vita, a spiritualizzarsi, a farsi concettualmente organico.

Ora, questa idea che impianti extra-organici possano essere introiettati nell’individualità di una persona non trova forse la sua radice nell’intervento medico (tipo pace-maker) orientato appunto a impiantare in un corpo un surrugato, un sostituto inorganico di una parte di esso? Non è stata necessaria -forse a livello inconscio- un operazione culturale che stabilisse “l’assimabilità” (dico a livello simbolico) di dei surrogati inorganici  per una sostituzione di parti del corpo ?

Non si tratta, intendo dire, di mera possibilità tecnica: se una donna si fa impiantare delle protesi di silicone al seno è anche perché questo genere di atti ha subito una codifica sociale, sancendo “l’organicità in potenza” di certi materiali inorganici.

In sostanza, l’idea “medica” che una il corpo umano sia costituito da parti all’occorrenza sostituibili non può aver preparato una sovrastruttura giustificatoria per la chirurgia estetica?

 

Ecco la mia risposta 

 

Io non direi che esiste un prima e un dopo e due diverse nature di interventi sul corpo umano (cioè prima il medico che compie un intervento con materiale non-organico, ma funzionale alla fisiologia umana e dopo l'intervento che assolve una funzionalità legata al gusto, giustificato ideologicamente dal primo).

 

 Esiste una produzione di interventi nella storia della cura del corpo che appartiene al dominio della tecnica, vederli diversi è, per così dire, solo distinguere il diverso grado di capacità storicamente determinatasi con l'impiego di tecnologie diverse. Che differenza concettualmente c'è fra una parrucca che simula i capelli (sono esterni mica si possono mettere dentro) e il silicone che rigonfia da dentro l'alveo mammellare? Ma la parrucca è nata prima del peacemaker e forse la si usava cronologicamente più o meno contemporaneamente alle protesi di legno per gli arti amputati che assolvono la funzione per la deambulazione che assolve il contapassi artificiale per il battito cardiaco.

 

E quale è il confine fra arte medica e arte della trasformazione del corpo per essere vicini al conone di bello, maschile o femminile? Per esempio il dente d'oro che sostituiva il molare, come lo classifichiamo? E' intervento medico (ottimizza la funzione masticatoria), ma anche legato al bello umano. Sono espressioni di una tecnica che era sollecitata dalla stessa idea: corpo funzionale in un corpo bello.

 

Anzi, semmai, storicamente, nella cosiddetta produzione dei concetti, è stato il contrario: la medicina è poietica, è tecnica, è gerarchicamente inferiore (chirurgo è colui che lavora con la mano) rispetto alla praxis, l'arte di trasformare se stessi dentro e fuori, cioè nel contesto in cui si vive. Storicamente quindi, forse, l'idea di trasformare il proprio corpo per trasformare la propria funzione e collocazione sociale si è poi estesa all'arte (tecnica) medica. E ne ha messo in comune tecniche diverse. La magia, ad esempio, che attraverso un oggetto ci rende più belli o migliori o più efficienti, è di fatto una tecnica (a prescindere dal fatto che funzioni). Attraverso la pratica magica, che è una tecnica (come la tecnica medica che ha i suoi strumenti) si ottengono quei risultati che, con le mani e con il nostro corpo, non possiamo ottenere.

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26 agosto 2011 5 26 /08 /agosto /2011 08:29

BOLOGNA - La lettera di Veltroni scritta a "La Repubblica" appartiene al consueto stile del "sì, ma anche...". L'esposizione di molti passaggi sono segnati  dall'individuazione di una caratteristica degli oggetti via via analizzati e dall'immediata esposizione di un loro opposto. E' la dialettica veltroniana, incapace di accendere non solo il motore della storia, ma anche quello delle maggioranze di partito.

 

Ci sono poi, oltre ad alcuni errori di valutazione, delle vere e proprie inesattezze, messe lì solo per dare ritmo allo scritto e per infarcirlo di temi d'attualità che ne preservino la freschezza: questioni toccate qua e là, ma senza nessun approfondimento che giustifichi un vero nesso.

 

 Prendiamo ad esempio uno dei momenti della dialettica negativa di Veltroni.  Le istanze che provengono dalla grande mobilitazione cilena sui temi della scuola e della cultura (connessi con il lavoro) vengono messi nel poutpourri degli eventi socio economici con il Nord-Africa e con la Spagna. Per Veltroni queste rivolte giovanili sembrano il Sessantotto, ma non lo sono. Vediamo perchè: il Sessantotto per Veltroni era un movimento complessivo che faceva leva su una diversa (da quella capitalista, sottintende l'ex-mai-stato-comunista) visione del mondo. Per Veltroni. "La differenza è che oggi prevalgono movimenti che sembrano fare del no la ragione stessa della propria identità. Il no si diffonde più velocemente e facilmente dei si, è rassicurante e identitario. Ma finisce col concorrere al caos e ai pericoli che il caos genera". A parte che il Sessantotto, come lo vediamo adesso noi (e Veltroni quindi) è in una prospettiva il cui fuoco è a 45 anni di distanza e con tanti avvenimenti (e valutazioni di avvenimenti) posti in mezzo. E' del tutto diversa la riflessione che si attua di una situazione nel corso del suo sviluppo, come le mobilitazioni in Cile, rispetto a quella che sonda eventi che hanno esaurito le loro potenzialità. E poi, anche il Sessantotto, nella sua complessa dinamica, partì da alcuni no, alimentati da una visione del mondo diversa da quella alla quale ci si opponeva. Del resto accade sempre così nella storia. Prendiamo il riferimento culturale storico di Veltroni, la rivoluzione americana. Quell'epopea cominciò con un fatto bagattellare:  buttare un carico di thè nel porto di Boston. Se Veltroni avesse scritto il giorno dopo di quella rivolta, cosa avrebbe detto? Lo sviluppo e la profondità dei movimenti politici vanno studiati per bene, bisogna acquisire informazioni, senza liquidarli in un'articolessa scritta alla fine dell'estate e senza che vangano inseriti in qualche punto del discorso, solo perchè viene bene.

 

Quello che accade in Cile è una fase di una dinamica sociale e culturale il cui sviluppo non è scontato: il no alla scuola privata come riferimento formativo è strettamente collegato alla valorizzazione di una scuola pubblica e di una cultura sociale dalla quale si intende partire per un progetto diverso di società. E' una visione del mondo che combatte quella offerta dalla ideologia del pensiero unico dove (lo dice lo stesso Veltroni) stanno insieme le spinte riformiste e i Tea Party, ugualmente, dice lui, legittimi in quel contesto. "Chile debe ser distinto" è lo slogan delle mobilitazioni e degli scioperi che accomunano gli studenti e i lavoratori della Central Unica (Cut): altro che no e basta. 

 

Quello che sta accadendo in Cile supera a velocità supersonica i timidi approcci del "sì, ma anche" esibiti dai veltroniani quando si parla di intervento dello Stato sulle grandi questioni della modernità. Si tenga stretto i suoi Ichino e i suoi Tea Party. Cerchiamo piuttosto noi di capire cosa accade nelle metropoli latinoamericane. Non a caso, in questi anni, in Sudamerica (specialmente in Brasile, Cile, Argentina) uno degli autori più letti e studiati nelle Università è Antonio Gramsci (a questi corsi e seminari partecipano forze rilevanti dell'Università italiana, come quella di Bologna). Non a caso a guidare la rivolta degli studenti è una giovane leader (Presidenta de la Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile) formatasi professionalmente e socialmente in ambito accademico, ma dirigente comunista di primissimo piano e quindi, per quest'ultima ragione, avremmo detto una volta, a contatto con le masse. Si tratta di Camilla Vallejo Dowling, comunista e figlia di due militanti comunisti cileni degli anni settanta. A volte essere stati (o essere) comunisti non guasta. 

 

Vi invito a leggere il suo blog e le proposte del movimento studentesco cileno. Criticabili o meno, ma come si fa, se non a causa di un modesto impianto stilistico e concettuale a mettere queste cose insieme a quello che accade in Nord-Africa o in Spagna?

 

Infine, ma proprio perchè proprio non si può tacere di fronte a certe affermazioni, c'è l'ennesima boutade. Questa qui non è nemmeno nuova (venne esposta a Lingotto) e ha il cattivo gusto di essere richiamata nel momento in cui il governo Berlusconi chiede sacrifici a chi lavora, a chi produce, a chi paga le tasse e lascia intatte le ricchezze spesso di provenienza parassitaria e finanziaria che strangolano il paese. Dice Veltroni che cita se stesso che citava Olof Palme, "Noi democratici non siamo contro la ricchezza ma contro la povertà. La ricchezza, per noi, non è una colpa da espiare, ma un legittimo obiettivo da perseguire". Sarei curioso di sapere a chi si riferisce. Non tanto per  far emergere il fondamento di questa categoria della riccheza motore della storia, perchè la provenienza è nota. Bisognerebbe piuttosto che Veltroni ci dica da quali ambiti politici e culturali nasce la condanna morale della ricchezza. Ripeto, quella morale. Il Pci dal quale proviene Veltroni non l'ha mai fatto in questi termini, la tradizione del peniero marxista, nelle sue varianti economiciste o dialettiche non ha mai dato giudizii di valore etico sulla ricchezza, l'ha però analizzata. Semmai è patrimonio di un socialismo utopico, oppure del pauperismo cristiano. Sì, proprio del grande pensiero di Francesco, con il quale spesso Veltroni si confronta ad Assisi.

 

L'idea della ricchezza individuale (sia dei singoli che del capitale individualizzato) che genera benessere anche per i "salariati"' è quella dell'economia classica,  sottoposta a critica serrata da parte di Marx e non solo; critica sostanzialmente inconfutata. La ricchezza viene generata da pluslavoro che crea plusprodotto e plusvalore. E su questo concordavano anche gli economisti classici. Aggiungevano: più si produce, più esiste plusprodotto e quindi plusvalore. Ma non andavano a fondo sui criteri di distribuzione dei benefici di questo plusvalore. E questi benefici, infatti, dalla prima alla terza rivoluzione industriale, non sono mai stati coerentemente (cioè senza contraddizioni) distribuiti. Nella storia del movimento operaio, da quella comunista a quella riformista e socialdemocratica, è patrimonio comune il seguente approdo: la distribuzione del plusvalore è contraddittoria con la sua produzione sociale. Attenzione: questa non è una condanna di tipo etico, è una constatazione di tipo critico-scientifico. Se il plusprodotto e quindi il plusvalore è generato socialmente, e questo accade nella modernità, quando cioè l'uomo comincia a produrre socialmente, è contraddittorio che i benefici vadano in una sola direzione: quella del capitale. Solo nel caso in cui coincidano proprietà dei mezzi di produzione e forza-lavoro (artigianato e produzione cooperativa) non ci sono in teoria contraddizioni. Altro che presunti appelli moralistici contro la ricchezza contro i quali Veltroni si schiera con motteggi modernisti: la questione avrebbe bisogno di ben altre analisi e risposte, vista la natura del problema. 

 

Link di riferimento:

 

http://www.repubblica.it/politica/2011/08/26/news/lettera_veltroni-20884888/?ref=HREC1-1

 

http://www.camilapresidenta.blogspot.com/

 

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24 agosto 2011 3 24 /08 /agosto /2011 01:08

BOLOGNA - Lo scorso anno Eugenio Scalfari paragonò Berlusconi a Mecky Messer, protagonista dell'Opera da Tre Soldi di Brecht. Mecky Messer è il noto criminale che frequenta i basi fondi di Londra e ritaglia il suo ruolo mescolando le cattive e delinquenziali abitudini di un certo potere (in contatto e protetto dalla polizia locale) con un abiente di degrado che avvolge l'intera opera. "Die Moritat von Mackie Messer" è il celeberrimo prologo in cui il protagonista (alla fine addirittura nominato baronetto) è descritto in questa maniera:

 

così mostra i denti il pescecane/ e si vede che li ha/ Mackie Messer ha un coltello/ ma vedere non lo fa

 

Ha condiviso lo spirito di questa allegoria Paolo Flores D'Arcais, il direttore di Micromega. Non la trovo sufficientemente calzante, anche se la suggestione dei bassifondi e l'ambiente delle prostitute legate al capolavoro brechtiano conferiscono un registro alto rispetto alle note incontinenze del nostro presidente del consiglio; ma l'aspetto è marginale, vista l'Opera ben più remunerativa del Cavaliere di Arcore.

 

Credo che il paragone più calzante sia invece quello di Napoleone III, Luigi Bonaparte, diventato imperatore dei francesi dopo una serie fallita (e ridicola) di tentativi di colpi di stato. Si spacciò inizialmente per liberale e si iscrisse ad un'associazione segreta, la carboneria, dove aveva giurato di difendere la libertà, si impossessò di un ruolo inadeguato al suo valore: dopo le elezioni vinte approfittando di un clima bonapartista (in ricordo dello zio) e con l'appoggio della destra, divenne presidente, sciolse l'Assemblea, nel 1851 fu dittatore e quindi imperatore: portò la Francia al disastro di Sedan, umilandola contro la Prussia, si distinse per la feroce repressione dei democratici e dei rivoluzionari (filo papalino contro la repubblica romana), appoggiò i tiranni del mondo come Massimiliano I in Messico, poi tardivamente cercò di fargli la guerra (Massimiliano venne però giustiziato dal suo popolo). Venne chiamato Luigi B. il piccolo (da Victor Hugo), morì in esilio e tutt'ora è sepolto in Inghilterra (cosa insolita per un imperatore francese).

 

Nicolao Merker, storico della filosofia, quando parla di Luigi B. il piccolo cita  "la megalomania personale unita al patrocinio degli interessi economici di un capitalismo imprenditoriale di rapina". E' stato l'oggetto di un pamphlet, oltre che di Hugo, anche di Karl Marx, il celeberrimo "Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte", che paragonava il colpo di stato del piccolo B. a quello del 1799 con il quale Napoleone (il Bonaparte vero) salì al potere (18 brumaio era il 9 novembre del calendario rivoluzionario di allora).

 

Scrive Marx del piccolo B: "Spinto dalle esigenze contraddittorie della sua sítuazione e costretto, in pari tempo, come un giocatore di prestigio, a tener gli occhi del pubblico fissi sopra di sé con delle continue sorprese, come surrogato di Napoleone, e a far quindi ogni giorno un colpo di stato in miniatura, Bonaparte sconvolge tutta l'economia borghese; mette le mani su tutto ciò che era parso intangibile alla rivoluzione del 1848; rende gli uni rassegnati alla rivoluzione e gli altri desiderosi di una rivoluzione; in nome dell'ordine crea l'anarchia, spogliando in pari tempo la macchina dello Stato della sua aureola, profanandola, rendendola repugnante e ridicola". Notissimo poi l'incipit di quel testo: "Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc invece di Robespierre, la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795 il nipote invece dello zio. È la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la seconda edizione del 18 brumaio!"

 

Nel nostro caso è certo che il piccolo B. è la farsa, resta da attribuirgli la tragedia di riferimento.

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23 agosto 2011 2 23 /08 /agosto /2011 00:24

BOLOGNA - L'approvazione dell'accordo interconfederale sulla rappresentanza sindacale del 28 giugno 2011 prevede l'applicazione della firma dei contratti collettivi aziendali sulla base del sì dei rappresentanti sindacali. I delegati firmano un accordo con l'azienda e di fatto, diventa già operativo. Niente referendum, tranne casi limite, nessun giudizio dei lavoratori: deleghe in bianco. Questo accadrebbe nei luoghi di lavoro dove siano presenti delle Rsa, ossia le rappresentanze sindacali scelte fra i candidati delle singole organizzazioni e che, appunto, rappresentano i propri iscritti (non i lavoratori nel loro complesso). Insomma nel proprio posto di lavoro, riguardo il proprio lavoro, il cittadino-lavoratore perde i suoi "diritti" universali (quelli per i quali si battono liberali e democratici e che sono scritti nelle varie carte dei diritti dell'uomo e nei principi della cosiddetta democrazia liberale).

 

Che curiosa contraddizione: chi è favorevole a questa nuova concezione della democrazia in fabbrica è invece contrario (e magari è tra quelli che propone dei referendum) alla legge "porcata" che impone nelle liste dei partiti l'elegibilità in base non alle preferenze ma all'ordine di presenza in lista imposto dalle segreterie dei partiti. Insomma quello che decidono i partiti non va bene, ma quello che decidono i delegati (senza quindi esporsi al giudizio dei lavoratori, al pari dei candidati delle elezioni politiche) che auto-approvano il proprio operato, invece va benissimo.

 

E' solo un'apparente contraddizione. In realtà è un coerente caso di specie individuato, a suo tempo, sempre da quel valente giornalista tedesco (di cui ho trattato nell'articolo di ieri) e che ne scrisse nel 1844. La rivista che ospitò l'intervento al quale mi riferisco uscì in un solo numero, venne edita a Parigi e aveva un titolo tedesco che qui traduciamo: Annali Franco-Tedeschi. In questo articolo, intitolato "Sulla questione ebraica", Karl Marx affronta la polemica relativa ai provvedimenti prussiani discriminatori verso i cittadini di religione ebraica. Ma supera anche l'impostazione del cosiddetto pensiero liberale.

 

Lo Stato moderno, quello nato dalle grandi dichiarazioni dei diritti, ritiene che l'appartenenza ad una determinata sfera religiosa sia alla pari della nascita, della professione, della cultura, irrilevante ai fini della partecipazione di ciascun membro alla sovranità popolare. Tutti sono uguali, perciò. Giusto così? Giusto, ma solo in apparenza. Perchè non basta questa condizione a superare le discriminazioni.

 

L'uomo reale, infatti, secondo questa concezione, ha una sorta di doppia vita: da una parte"nella comunità politica si considera come ente comunitario, nella vita sociale agisce come uomo privato". Cioè le disuguaglianze restano, mentre ci pensa l'apparenza formale dell'universalità a rendere tutti uguali sia di fronte alla legge e sia nella sovranità politica.

 

Quale imbroglio: "quello che dovrebbe essere il vero affare generale", l'organizzazione di forze e energie in funzione di finalità produttive comunitarie è relegata ad una questione privata. E' proprio nella società civile che dovrebbe essere tesaurizzato il valore dell'individuo nella sua eguale dignità alla partecipazione alla vita della comunità. Invece l'uomo astratto è accolto nel paradiso delle uguaglianze, l'uomo concreto viene lasciato solo. "Una monade... ripiegata in se stessa".

 

Quello che Marx diceva delle dichiarazioni dei diritti dell'uomo e del cittadino delle rivoluzioni francesi e americane si può dire, con una comprensibile vertiginosa caduta, dell'accordo che Susanna Camusso ha consegnato alla Confindustria e ai sindacati amici: "La sfera nella quale l'uomo si comporta come ente comunitario" (e cioè il lavoro come dignità, come realizzazione dell'individuo, come legame con gli altri individui e la produzione e cioè come elemento sociale) è tanto degradata che "non l'uomo come citoyen, bensì l'uomo come bourgeois viene preso per l'uomo vero e proprio". E infatti, per certi democratici, vale bene indignarsi se i partiti scelgono in-vece dei cittadini i loro rappresentanti, ma bisogna, invece, applaudire, se i delegati sindacali approvano i contratti che loro stessi firmano in-vece dei lavoratori su una questione essenziale: il lavoro, appunto. Quando si tratta della celeste vita dei diritti politici universali la sovranità appartiene al popolo, quando invece si toccano i nessi sociali che determinano la differenza di classe e la differenza di ruoli in un meccanismo produttivo, il cittadino scompare e diventa l'uomo singolo, l'infimo, alle prese con gli egoismi personali e sociali contro i quali fatica ad opporsi, non potendo partecipare, in egual misura di altri, alla sovranità sociale.

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22 agosto 2011 1 22 /08 /agosto /2011 18:18

BOLOGNA - A proposito dell'occupazione di alcuni stabili dismessi: viene in mente l'articolo di un giovane filosofo scritto su una rivista "antagonista" nel 1842 in Renania. Si scriveva a proposito di una norma che lo stato prussiano stava per introdurre per vietare la raccolta della legna abbandonata sui terreni di proprietà. Una modifca voluta dal ceto della risanata nobiltà terriera, sul modello del vecchio ordine feudale, ripristinato con la caduta di Napoleone, nella Dieta renana che faceva retrocedere l'amministrazione ad un'era pre-illuministica e quindi pre-moderna.

 

Il giornalista, Karl Marx, fa notare che comunque questo modello non funziona nemmeno secondo il modello borghese di  diritto, visto che produce ulteriore diseguaglianza sociale. Ma, oltre a questo, sull'acquisizione di beni, si fa notare che proprio uno dei principi liberali associa la proprietà al lavoro che in essa vi è contenuto. Viene citato uno dei teorici del diritto di proprietà, l'inglese Locke, Trattato sul Governo $ 27, capitolo V: "Qualunque cosa l'uomo tolga dallo stato in cui natura l'ha creata e lasciata, a essa incorpora il suo lavoro... e con ciò se l'appropria... Vi ha aggiunto col suo lavoro qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini".

 

 E allora l'attività dei centri sociali su beni abbandonati allo stato di natura dà ordine a ciò che questo ordine sta perdendo. Anche secondo il diritto "borghese" c'è una preminenza dell'attività del produrre su quella del possedere.

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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