Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

Pubblicità

Steve Jobs a Stanford: angoscia e morte, un'eco di Orazio, Kierkegaard e Heidegger

BOLOGNA - "Questa è la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero resti tale, per qualche decennio. Essendoci passato  posso parlarvene con un po' di cognizione di causa, rispetto a quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto, la morte, è la destinazione che condividiamo. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere perchè la morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della vita. E' il grande agente di cambiamento. Spazza il vecchio per fare posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno, non troppo lontano vi accorgerete che state diventando gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E la cosa più importante, non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschino la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero ragazzo c'era una incredibile rivista "The Whole Earth catalog", una delle bibbie della mia generaziobne. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta prima del personal computer e prima del desktop publishing quando tutto era fatto con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealista e sconviolgente traboccante di concetti chiarie  di fantastiche nozioni. Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di "The Whole Earth catalog" e quando
arrivarono alla fine del loro percorso pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina di questo numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina... Sotto la foto c'erano le parole: "Siate affamati, siate folli".
Era il loro messaggio d'addio. Siate affamati, siate folli. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita Io auguro a tutti voi: Siate affamati, Siate folli"
Il discorso di Steve Jobs, rivolto ai graduates della Stanford giustamente sta facendo il giro del mondo: on line sui vari siti, postato e ripostato nei blog, commentato su facebook. Steve Jobs è morto già da icona del nuovo millennio. Questa testimonianza sta acquistando un valore straordinario perchè è proprio Jobs che, nel 2005, parla della morte e della trasformazione che può provocare su ciascuno di noi l'esperienza di vicinanza alla morte stessa, parlando della malattia che lo ha poi ucciso. E non si riferisce alla morte in senso generale, ma alla propria morte. Lui ha potuto raccontare questa esperienza di prossimità perchè quell'esperienza definitiva non si è esaurita nel volgersi di poco tempo. La sua malattia lo ha condotto gradualmente alla fine, ma la notizia di quell'evento gli ha permesso di misurarsi in modo diverso con il proprio pensare. Tra la scoperta della possibile imminente fine e la morte avennuta durante la serata del 5 ottobre c'è stato tempo per vedere in modo diverso la vita.
Ma l'espediente retorico attraverso cui si universalizza l'esperienza di prossimità alla morte che in Jobs è assolutamente singolare è il collegamento con il fine di un'esperienza culturale, quale una rivista-cult degli anni settanta citata nel discorso. Sulla copertina dell'ultimo numero di questa rivista
viene riprodotto un sentiero di campagna di primo mattino e una frase: Siate affamati, siate folli.
Una riflessione di questo tipo, sulla morte, è patrimonio della classicità. In fondo cosa era il Carpe Diem di Orazio se non una raccomandazione a cogliere il giorno (non a vivere intensamente alla giornata)  visto che Giove può farci stare qui a lungo oppure chiudere presto questa nostra esperienza a nostra insaputa? Sono gli Dei a impedire che noi possiamo porci certe domande ed è inutile sforzarci nell'utilizzo di tecniche come i calcoli babilonesi, (le astrologie, allora erano più scienza che altro): certe speranze di andare oltre e di capire ci sono interdette, abbiamo di fronte l'inconoscibile (scire nefas, recita il testo oraziano). Dice Orazio: Mentre stiamo parlando, il tempo invidioso sarà già fuggito (Orazio salta dal presente della contemporaneità al "fugerit", futuro anteriore, "mentre stiamo parlando il tempo invidioso sarà già fuggito", come dire: non ci sarà più niente da fare, Orazio non usa il "fuget"). E quindi l'invito: Carpe diem (cogli il giorno, così come si coglie un frutto). Il dies quindi è la misura massima entro la quale si possano proiettare le aspettative dell’uomo, visto che esiste l'imponderabilità della morte. E’ già molto il dies, cogli il giorno, cogli il presente, credendo minimamente al domani. Insomma la morte esiste come prospettiva noi siamo certi solo che questo accadrà, riduciamo le cose che possiamo fare  a questa parentesi che è la vita e quindi agiamo di conseguenza. Il giorno è il nostro solo orizzonte. Questo dice Orazio.
Ode 1.11
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dèderint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppòsitis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam rèseces. Dum lòquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
 
Orazio e Steve Jobs attraverso un uso particolare del linguaggio, uno da grande poeta immortale, l'altro in un intervento destinato alle classi dirigenti di una delle migliori scuole della prima potenza del mondo contemporaneo, propongono un argomento che la filosofia ha individuato con precisione e variazioni prospettiche. L'esperienza della prossimità della morte ci impone delle scelte visto che abbiamo poco tempo per manifestare la nostra essenza autentica.

L'esperienza della morte per Jobs, per Heidegger o per Kierkagaard viene narrata in modo diverso, ma le assonanze ci sono. Loro, come molti altri, l'hanno pensata, la morte. Considerazione laterale: è istruttivo riflettere sul fatto che la filosofia aiuti a porre certi temi con i vantaggi dell'autonomia e dell'universalità. Normalmente è l'esperienza della nostra singolarità a muoverci. Ma la filosofia
lo fa in una chiave universale e quindi consente di rendere fruibile a tutti un contenuto depurato delle note soggettive che appartengono, magari all'arte, al poetare etc.  E questo ci spinge a
sottolineare la reale funzione della filosofia (anche il linguaggio artistico ha il suo valore universale e arriva magari dove la filosofia non può, ma resta comunque legato inscindibilmente alla singolarità espressiva).
Attorno al binomio morte-angoscia lavorano sia Kierkegaard che Heidegger entrambi in modo fecondo. La dialettica morte-angoscia consente un'uscita, la stessa mostrata da Jobs. Il filosofo esistenzialista danese descrive l'angoscia della morte come una condizione disperante che rischia di far perdere il senso della propria esistenza, diventa una vera e propria anticipazione della morte dentro il percorso della vita stessa. Ma che vita è? Si vive in una alienzazione, in un altro da sè, colui che è morto. Kierkegaard propone una via d'uscita. Solleva un tema che verrà poi ripreso da Heidegger e parla di assumere la morte in vita come scintilla di energia. La morte in prima persona, però, non quella degli altri. E' il punto che rende interessante il discorso di Job. La morte di cui parlano da diversi punti di vista Kierkegaard, Heidegger e poi... Jobs non quella delle cronache, dove quando si legge che qualcuno è morto crediamo sempre che riguardi altri. In Kierkegaard si anticipa in vita l'evento della morte con un progetto che rafforzi la propria esistenza. All'ineluttabile si risponde iscrivendo proprio questo inelettuabile in un progetto per vivi.
Si arriva così all'Essere per la morte di Heidegger (le citazioni sono da "Essere e Tempo"). "La morte è una possibilità di essere che l'Esserci (l'uomo nel linguaggio heideggeriano) stesso deve sempre assumersi da sé... La morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un'imminenza incombente e eccelsa"...
Interessante il confronto fra quello che dice Steve Jobs a proposito della morte autenticamente percepita e il concetto astratto di morte ("essendoci passato vicino posso parlarvene con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto").
Ed ecco quello che Heidegger chiama essere-per-la-morte inautentico. "La quotidianità tradisce una certezza "superiore" a quella puramente empirica. Si sa della certezza della morte, ma non si "è" autenticamente certi della propria.... Si dice: "La morte verrà certamente, ma, per ora, non ancora". Con questo "ma..." il "Si" contesta alla morte la sua certezza... Questo pensiero è costantemente rimandato a un "più tardi", facendo appello alla cosiddetta "opinione generale". In tal modo il Si nasconde ciò che la certezza della morte ha di caratteristico, ossia che essa è possibile in ogni attimo. La certezza della morte si accompagna alla indeterminatezza del suo "quando»".
L'angoscia è un motore, ma, ripeto, l'uomo (nella sua condizione di essere per la morte) può vivere in maniera inautentica il suo destino (come dice Jobs "Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore"). E' uno dei punti nodali del pensiero di Heidegger che denuncia la vita inautentica assorbita dalla Cura, che sarebbero le questioni domestiche e quotidiane, dal chiacchiericcio, dall'inessenziale, come la vita secondo gli standard dei modelli economici e culturali impostici, etc..
L'angoscia è il risultato a cui perviene autenticamente l'Essere-per-la-morte e, quindi, per Heidegger "l’anticipazione svela all’Esserci la dispersione nel Si-stesso e, sottraendolo fino in fondo all’aver cura che si prende cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: la libertà per la morte". E' la conclusione di Steve Jobs: siate autentici, ascoltate la voce interiore, siate affamati, siate folli.
E se ci pensiamo bene è molto heideggeriana anche la copertina della rivista "The Whole Earth catalog" alla quale Steve Jobs si è ispirato per la sua prolusione a Stanford. Un sentiero, un bosco, un cammino. C'è Holderlin, c'è l'icona degli Holzwege, i "Sentieri Interrotti" del grande filosofo che dopo essersi occupato della condizione dell'uomo da lì cominciò ad arrivare alla radicalità dell'Essere.
Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post