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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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E su Delio Rossi Pindaro aveva già detto tutto

La furia di un allenatore, Delio Rossi, contro un calciatore della sua squadra, la Fiorentina, colpevole di aver commentato la sostituzione con un applauso. Questo il testo di un articolo che ho scritto per il mio giornale lo scorso sabato 5 maggio. Volevo condividerlo con voi.

 

Le scuse di Delio Rossi arrivano insieme ad altro. L'allenatore, protagonista di una reazione violenta agli insulti di un suo giocatore, si spiega, ma chiede ai suoi interlocutori di non fare domande. La modalità è sacerdotale: il verbo discende sulla comunità. Rossi si autocondanna, poi si autoassolve: vuole rispetto e non giudizi. «Gesto sbagliato, ma giustificabile - ha detto - E comunque ci sono stati troppi moralismi e perbenismi». E allora, visto che nel suo monologo Rossi cita la sapienza indiana («prima di esprimerti su una persona devi camminare due giorni con i suoi mocassini») e visto che insegue un modello profetico, proviamo a seguirlo sul suo stesso terreno.

Ogni gesto è un segno che rimanda a norme etiche. Nello sport questo percorso ha tracce antiche, visto che è una disciplina iscritta in una tradizione di valori più o meno immutati. Tradire questa ispirazione è tradire i principi per i quali da sempre lo sport ha avuto una funzione simbolica.

Quali sono questi valori? Si ricavano da una contrapposizione. Da una parte «l'uomo misura di se stesso», dall'altra la concezione che suggerisce piuttosto che l'uomo debba essere misurato. Se, come dice Protagora, l'uomo è misura di se stesso, ciascun Delio Rossi che si ritenga oltraggiato può picchiare chi capita, perché ha una giustificazione che rende, a suo dire, il gesto comprensibile. E così domani lo farà il presidente di un club, dopodomani un presidente di federazione, un sindaco, un capo di governo, un popolo verso un altro trovando in sé le motivazioni per ogni gesto: dalla sopraffazione allo sterminio. Esistono solo interpretazioni e non fatti, è la sentenza  che, in linea con questo filone, arriverà secoli dopo.

E' invece di Socrate l'idea che l'uomo non sia misura, ma vada misurato: un criterio che accomuna i realismi laici alle spiritualità religiose. Quest'ultimo valore è stato subito sposato dallo sport anzi lo ha costituito per primo, poi Socrate ha acceso la disputa con Protagora. Chi ha creato la strada che dai valori dello sport ha raggiunto Socrate? Il primo giornalista sportivo. Giornalista e poeta, cantore delle gesta dei giochi dell'antichità: Pindaro. Pindaro e poi Socrate scelgono, fra le tante divinità di riferimento, Apollo. E' il Dio solare, non quello della furbizia, nè della tecnica o della ragione. 

E' il Dio della trasparenza al criterio originale, il Dio del "segno". E cosa canta e cosa racconta Pindaro nelle gesta sportive, attraverso l'ispirazione apollinea? Non la vittoria a tutti i costi. Pindaro non elegge a simbolo i successi raggiunti con astuzia e violenza, anche se riparatrice (lo schiaffo per un'offesa sarebbe esemplare).

Pindaro abbraccia ciò che per i greci è l'«aretè», la «virtus» latina. Lo sport di Pindaro, quello della nostra tradizione, è immerso nella solarità e nella santità dell'insegnamento: lui fonda la stirpe dello sportivo virtuoso. Dove la virtù è la giustizia, è il buono, è il bello. Altro è il vincere o l'imporsi.

E' tradizione, ma è attualità. Anche sull'eco della disputa fra il sofista Protagora e il savio Socrate, da un anno si è acceso un dibattito tra due grandi filosofi italiani (caricato, ovvio, da due 2 millenni di cultura): c'è chi ritiene valgano le interpretazioni e non i fatti, chi invece propone il ritorno a criteri realistici. Anche lo sport, inutile nasconderlo, è attraversato da ripensamenti valoriali. Ora Delio Rossi, per il bene dei ragazzi che con lo sport si formano e che devono misurarsi con un criterio, scelga: il reale ha ancora senso o esistono solo interpretazioni?

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