Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Ho finito di leggere il dialogo fra il teologo Vito Mancuso e l'ateo Paolo Flores D'Arcais. Un testo intitolato "Il caso o la speranza?" (Garzanti 2013). Un confronto che si articola sulla contrapposizione che l'idea di un'ulteriorità sia (tesi di Flores d'Arcais) al di fuori della verità, semmai spendibile per qualche forma di consolazione alla quale si contrappone la tesi di Mancuso secondo la quale la forma di indagine scientifica non sia la sola a consentire l'approdo o meglio la ricerca della verità (sia pur rispettando la "verità scientifica", fondamentale per gran parte del nostro vivere). Il nocciolo della questione è (per me), nel libro, davvero questo. A margine ci si può interrogare se Dio esista o no, cosa sia l'anima e se questa sia immortale o meno, quesiti che generano una contrapposizione e quindi stendardi opposti ai quali riferiscono esplicitamente i due contendenti.
Il testo è ricco di citazioni soprattutto ricavate dalle riflessioni di carattere filosofico dei cosiddetti "analisti": si offrono al lettore varie tesi filosofiche attribuite a quegli scienziati che hanno segnato le recenti grandi scoperte in bio-genetica, astrofisica, con qualche approfondimento sul confronto scientifico e filosofico ricavato dalla storia del pensiero evoluzionistico, il percorso sviluppatosi da Charles Darwin in poi.
Sono rimasto però meravigliato che fra le tantissime citazioni (spesso ridondanti) manchi quella di un autore che è assolutamente fondativo rispetto al ritorno della ricerca sull'Essere che come corollario ha il superamento dell'idea di scienza come orizzonte ultimo e definitivo. E' Edmond Husserl, significativo in questo contesto, perchè cresciuto con una solida formazione scientifica e con una assoluta padronanza dei grandi temi che la scienza portava ai suoi tempi a discussione. La questione è posta da un punto di vista storico-filosofico e teoretico nell'ultima opera dell'autore nato in Moravia, "Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie: Eine Einleitung in die phänomenologische Philosophie" (1935), "La crisi delle scienze europee e la filosofia trascendentale: una introduzione alla filosofia fenomenologica". Questa opera riaccese un dibattito che sembrava chiuso dopo i paletti posti da Kant e durante lo stradominio culturale del positivisimo che, in nome della scienza, aveva ridotto l'"uomo" ad un "fatto" (condizionando e, a mio avviso, inaridendo il ricchissimo pensiero di Marx in un'interpretazione che ha avuto fortuna politica ma scarsa fecondità, quella positivistica del materialismo dialettico).
In questo testo fondamentale si ricerca, come tutto il metodo fenomenologico poi impone anche altrove (nell'arte ad esempio), il plenum della realtà che non si ritiene esaurito con la descrizione scientifica. Tutto ciò cui la scienza non dà risposta (vedi segnatamente le grandi domande per le quali - come dice Heidegger - la filosofia ha subito cominciato a pensare in grande) non è derubricato in un'area trascendentale della quale non sia possibile un'autentica conoscenza. Il testo di Husserl, lontanissimo dall'essere un approccio irrazionalitico e antiscientifico, apre alla comunicazione di due mondi che sembravano (tra fine Ottocento e inizio Novecento) separati, e comunque è un testo che promuove la riscoperta del reale nella sua pienezza e ricchezza, finalmente preda del pensare dell'uomo senza più riserve. Non si chiede al fenomenologo, colui che applica il metodo di cui Husserl diventerà capofila, di abbandonare il rigore, anzi. Rigore e scienza convivono in una sorta di staffetta dove, al termine del cammino dell'una (o parallelamente), esiste l'attività indagatrice dell'altro.
Tutti coloro che hanno parlato di scienza come chiave della verità e coloro che invece hanno ripreso a indagare sull'Essere e sulle grandi domande che la filosofia propone non hanno potuto prescindere da questo testo che ha aperto la grande divisione fra continentali e analitici, le due correnti di pensiero prevalenti nel Novecento. Nel testo di Flores d'Arcais e Mancuso si indugia qua e là su Dilthey e Brentano (quest'ultimo ispiratore di Husserl) ma non si va a cuore del grande problema, storicamente posto da Husserl che ruppe la distanza fra soggetto e oggetto, in favore di un 'indagine che comprendesse entrambi come momenti di un plenum indagabile e conoscibile per davvero. Sarei curioso di chiedere ai due protagonisti del dibattito, forse più a Mancuso che a Flores d'Arcais (Husserl è un ottimo argomento contro l'obiettivismo fiscalistico) il motivo di questa scelta, molto singolare per la assoluta aderenza della fenomenologia al tema trattato nel dialogo tra i due intellettuali.