Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Secondo me non è improprio affrontare in chiave di inconscio collettivo e in relazione allo sport la categoria del perturbante emersa nella psicanalisi, e che ha un retroterra letterario importantissimo. E' un sentimento che provoca turbamento, induce ad una dissonanza cognitiva, nel nostro caso, verso un fenomeno come il doping. Aiutare un atleta e gli atleti che si rapportano al tema doping fornendo uno strumento in più per la definizione culturale di questa piaga, potrebbe essere una delle strade per tentare di demolire una tendenza che sta perdendo sempre più il connotato valoriale negativo per le comunità sportive dei nostri tempi. Che, per dirla con linguaggio filosofico, si sono assuefatte ad una deriva faustiana.
Vediamo un po': il faustismo è quel percorso che si intraprende quando si immagina di poter supportare o sostituire il divino. O meglio quando si pensa di poterlo in qualche modo rappresentare. La performance sportiva senza limiti ottenibile con una robotizzazione dell'atleta rende l'uomo-atleta più vicino all'uomo-Dio. E' il faustismo conosciuto nella storia della filosofia, nella storia tragica del secolo passato e nelle sue espressioni letterarie. Ora proviamo ad applicarlo allo sport. Il Doctor Faustus di Thomas Mann racconta di un artista che fa un patto: rendere inesauribile e immensa fino alla morte la sua ispirazione. Poi sarà soddisfatto e perduto. Di fronte all'uomo-Dio, che tutto vuole e tutto può, in questo caso incarnato dall'atleta-Dio, però ci si trova a reagire in modo contraddittorio. Soprattutto quando l'atleta reso Dio dal doping è l'uomo di tutti i giorni diventato un angelo onnipotente, ma che noi conosciamo come intimo.
Il doping rende le grandi prestazioni vicine, familiari, perchè compiute da uno di noi. Ma al contempo, quando emergono le angosciose e estranianti pratiche, gli effetti e persino le conseguenze nel tempo del doping, la sensazione è di paura. E' il "perturbante" applicato allo sport. Un concetto che andrebbe analizzato ermeneuticamente scomponendo il termine tedesco utilizzato in ambito psicanalitico per definire il concetto che rivela un'attitudine estetico-sentimentale: "un-heimlich". L' "un-heimlich" ha una componente semantica che ci conduce al "non-familiare" ma anche al "nascosto". Il nascosto è sia ciò che è spaventoso perchè non conosciuto, sia quello che è nascosto perchè velato e perchè è preservato in attesa di essere dato a chi ne è degno. Un po' quello che accade sul piano teoretico, sul piano della ri-scoperta dell'Essere rispetto al termine greco aletheia, banalmente tradotto in verità. In realtà, secondo un pensiero che nello scorso secolo ha costituito un punto di riferimento, "aletheia" o meglio l' "aletheinon" è il "celato", il "velato", il "preservato".
Ma nel faustismo incarnato, per come l'abbiamo visto, nelle discipline sportive, quello che per Heidegger è un celato che si preserva per non essere offeso dagli insulti del tempo e della civiltà tecnica occidentale, diventa l'opposto: è quanto viene raggiunto proprio attraverso la tecnica e la tecnologia. Se l'Essere è il Dio da cercare, nel suo rovesciamento, il nascosto nell'ambito della paideia sportiva, che nella tradizione è solarità, apolinneità, è ribaltato. L'ultimo uomo, il più androizzato, il più efficiente, tanto da trasformare addirittura la sua fuseis diventa il portatore di luce nera: è l'automatizzazione dell'uomo che la più spregiudicata scienza, la più vuota tecnica rendono bionico e malvagiamente divino: è l'Anticristo. Il modello dell'atleta che falsa le regole che le umilia e le vuole cancellare è un ribelle che precipita nel suo orgoglio: sentirsi assolutamente diverso dagli altri. E' Satan.
E' un ambito di ricerca di straordinario interesse che mette insieme anche a livello di paradigmi letterari le figure di Pindaro e di E.T.A. Hoffmann. Per il primo, appunto, l'atleta è apollineo, solare, genera un sentimento di purezza e di emulazione, è un simbolo aperto. Per il secondo, lo scopritore della paura dell'automa, questa figura istituisce (sempre in ambito letterario, a cominciare dall'opera "Der Sandmann", "L'uomo della sabbia"), il topos del gesto consueto ma spaventoso. E' l'agire speciale che produce una dialettica con esisto terrifico tra familiare e mostruoso (con relativa perdita di capacità fisiche o addirittura di menomazioni). I suoi racconti e i suoi personaggi hanno determinato nella storia della cultura la ricerca di un vero grande nuovo motivo di angoscia ripreso ad ogni livello sia in ambito scientifico che artistico. Paura e familiarità: l'uomo è diventato meccanico e genera un'angoscia generata dal vederci spersonalizzati, ma in qualche modo simili a prima. Nella nostra cultura diffusa esempi di questo tipo ce ne sono stati innumerevoli, basta pensare a film come Matrix, la Cosa oppure a tutte le narrazioni dove compare la figura dello zombie. Un uomo prossimo, a volte talmente prossimo da considerarlo di esperienza familiare, ma che in realtà è un mutante per effetto di tecnologie incontrollate. Al mutante, all'uomo-meccanico, allo sportivo-robotico ci avviciniamo fiduciosi per poi ritrarci terrorizzati, angosciati, smarriti, precipitati nel "perturbante".
I racconti di Hoffmann l'opera di Offenbach, rappresentata in questi giorni alla Scala ne sono un esempio e un' anticipazione sublime in musica. Lo sport non si era interrogato ancora su questa condizione, quella che rende l'atleta dopato, ma anche l'atleta che scommette e che quindi meccanicizza ed estrania il suo gesto e la sua performance, alla stessa stregua della bambola meccanica, Olympia, del citato racconto di Hoffmann. E' resa incantevole ma ridicola e angosciante dalla aria scritta nell'opera di Jacques Hoffenbach. Olympia fa innamorare. Ma, appunto, è un inganno. Orribile e beffardo al tempo stesso, che ci perde e ci conduce alla follia. Individuale o collettiva che sia.