Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Straordinaria l'intervista di Silvia Ronchey apparsa su "La Stampa" sabato 29 ottobre. E' il resoconto dell'ultimo colloquio della intellettuale e storica italiana con James Hillman morto il 27 ottobre scorso. Hillmann è una delle grandi figure della cultura contemporanea, psichiatra e filosofo a tutto tondo. L'attacco e la chiusa dell'articolo per una persona che discute della morte, della sua morte, da pagano sono un segnale, un'indicazione per chi ha ascoltato temi del genere da altre bocche, attingendo ad altre scritture. "Sto morendo - dice Hillman - ma non potrei essere più impegnato a vivere". E poi l'ultima risposta con la quale la Ronchey fa concludere la trascrizione del colloquio con Hillman; Silvia Ronchey accarezza questa straordinaria ricerca socratica, compiuta in punto di morte, definendola ars moriendi. A questo lo stesso Hillman risponde. "Non mi piace definirla un’ars moriendi. E’ piuttosto un’arte dello stare in prossimità dell’essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è". Hillman non è cattolico, non è cristiano. Ma esiste un'idea fortissima nella tradizione della mistica cristiana, legata alla morte come implosione. Sono straordinarie, in proposito, le lezioni di filosofia teoretica del professor Maurizio Malaguti, a Bologna, testimone di una tradizione ermeneutica in ambito platonico e bonaventuriano, discepolo di Moretti-Costanzi. La morte è il momento in cui collassa tutto, quindi vera implosione, quindi massima disgregazione che si produce all'interno, nella... coscienza (?). E' la singolarità che collassa. E in quel momento - è la tematica ricorrente - tanto più forte è la pienezza della percezione dell'Essere, tanto più forte è la prossimità al Momento. L'Esserci collassa (in cosa è il grande mistero) e si coglie l'Essere nella modalità più piena. E' l'Attimo. Saperlo afferrare e saperlo fotografare è da grandi pensatori. Ma anche di più.
Alcuni hanno provato a definire questa assoluta soggettività, pur comune a tutti, tanto da non essere tale, con un termine che ha creato dibattito e contraddizioni nell'ermeneutica: l'ipseità. Oltre c'è l'abisso, ma quel momento è singolarità o soggettività, è questione che afferisce l'individuo o il soggetto come categoria? Mistero e contraddizione del pensare che non ce la fa a esprimere, questo limite, senza pronunciare l'impronunciabile. "Mancano le parole e l'aria" direbbe Malaguti.
Nel momento in cui l'uomo storico e singolare, il proprio esserci, sta per abbandonare il suo teatro, si sente la pienezza (o almeno più di quanto la si sia mai sentita) dell'Essere. Filosofie orientali, mistiche cristiane, individualità come Hillman colgono questo aspetto misterioso ma non terrifico; illuminante, ma per noi oscuro. Ammirazione per Hillman e la Ronchey che hanno saputo ritagliare e riferire questo pensiero.
Poi ci sono altri resoconti. "Oh wow", pare abbia esclamato in punto di morte, secondo i suoi agiografi, Steve Jobs. Oppure: "Oh wow", ha esclamato Hilary Clinton, di fronte alla notizia e alle immagini del linciaggio di Gheddafi. Non sempre un certo modernismo, reso potabile dall'aura democratico-liberal, rende così profondi chi si misura con i resoconti di morte.