Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Non ho letto "Sulla lingua del tempo presente" di Gustavo Zagrebelsky dove ci sono riflessioni importanti riguardo la trasformazione del lessico, politico, filosofico, giuridico e sociologico condizionato da un'offensiva populista e da una deriva di destra, economicista, tecnicista e aziendalista.
Al di là delle categorizzazioni non può sfuggire che il fenomeno abbia toccato ogni ambito. E questo non impone un giudizio morale, ma una costatazione. Soprattutto il linguaggio della politica nell'area della sinistra è condizionato dall'egemonia di un lessico che attinge alla cultura imperante. Quella del predominio del mercato, della finanza capitalista, individuata come cultura egemone. E' il risultato di una spoliazione senza sostituzione della cultura alternativa al modello unico, è il risultato dell'offensiva degli anni Ottanta, in nome della reaganeconomic, dei populismi, degli aziendalismi i cui ultimi arruolati sono i plotoni guidati da Matteo Renzi. Renzi nella performance, alla Leopolda di Firenze, denominata Big Bang, ha condito la sua proposta politica con una teatralità attinta al modernismo di ispirazione cibernetico, riscoperto a causa della recente morte di Steve Jobs. Ma, come formula, è ormai vecchia di almeno dieci anni. Tutto quello che dice è infiorato da espressioni ormai ampliamente passate sotto la serrata critica di intellettuali che da tempo maneggiano queste materie con ben altra cura. Il wiki-Pd, la politica 2.0 sono ormai un modello che, a se stante, è considerato vulnerabilissimo e quindi pericoloso per la democrazia e per la stessa libertà di contenuti che la cosiddetta cultura liberale vorrebbe sostenere. Basta guardare un testo del 2008, scritto da un olandese, Geert Lovink, "Zero Comments" (Bruno Mondadori, 2008), per rendersi conto di come Renzi sia immerso in una modalità già vecchia, spacciata per nuova. Insomma è un bignami per chi è rimasto indietro negli ultimi quindici anni. Dietro questa terminologia, come detto da più parti, uno zibaldone di concetti, ispirati alla deregulation, al liberismo più sfrenato, senza nemmeno la profondità di studi che almeno la coppia Alesina-Giavazzi ha comunque nel suo background.
Ma Renzi è Renzi e considerarlo un nemico di classe da parte della nuova immensa categoria economica (che raggruppa, artigiani, salariati, precari, disoccupati, professionisti senza codici e riferimenti nel modello unico, contadini e piccoli imprenditori nei servizi, nell'agricoltura, nell'edilizia) non sarebbe certo sbagliato.
Il problema è che l'utilizzo di metafore tratte dal mondo dell'impresa sono trasmigrate ovunque. Anche chi non è d'accordo con Renzi, vedi la Serracchiani e altri leader dell'area riformista sembrano accettare supinamente l'ideologia dominante. Non si tratta di fare delle reprimende e di bandire un lessico "satanico", si tratta invece di sottolineare una condizione. Espressione e contenuto si intrecciano in un sistema valoriale dove i vocaboli rivelano, a volte, più di quanto i concetti espressi nascondano.
Serracchiani e altri esponenti del Pd, del sindacato e del giornalismo legato al cosiddetto riformismo, parlano, senza chiedersi perchè lo facciano, di "offerta politica", oppure "tentare un Opa" rispetto al proprio partito o movimento di appartenenza. Insomma l'economia di mercato è talmente penetrata nella coscienza di questi protagonisti della vita politica da rendere naturale l'uso di metafore che, invece, sono il prodotto di un'inconscia operazione ideologica. Così facendo si intendono anche naturali certi rapporti di produzioni, certe gerarchie sociali che naturali non lo sono affatto. Tutto questo rende assolutamente ingessati in una ideologia questi cosiddetti liberal-democratici e riformisti che parlano da anni, ormai, di valori ispirati alla carte fondative dell'era borghese come dell'approdo naturale o come back-ground imprescindibile delle dinamiche sociali e politiche.
Ripeto, nessuna scomuncia o black-list contenente parole proibite, ma una semplice considerazione e presa d'attto: chi usa certe metafore è imbevuto di una ideologia aziendalista e economicista che, poi, non permette una analisi "libera" rispetto alle forme di produzione, ai domini che hanno determinato la società moderna. L'accettazione o meno dei modelli culturali è un fardello con il quale si deve consapevolmente fare i conti. Ignorare questa condizione, che riguarda la sovrastruttura, ma non è indifferente alla modalità del pensiero e della coscienza di porsi rispetto al mero fatto, rende meno acuta l'analisi e quindi lo status politico di chi la compie.