Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - La visita di Mario Monti alla scuola formazione del Partito comunista cinese, in realtà non una struttura per quadri, quanto una scuola di amministratori di entità territoriali, sul modello dell'Ena francese, ha riservato una piccola sorpresa. Parlando dei massimi sistemi e uscendo, perciò dalle contabilità alle quali è abituato, il nostro presidente del consiglio si è lanciato in un breve compendio della storia della lotta di classe del XX secolo. E ha detto: la sfida fra il capitalismo e il comunismo si è conclusa nel 1989, ha vinto il capitalismo, cioè il sistema che aveva più frecce al proprio arco. Insomma hanno vinto i buoni. Ma - e qui arriva la sorpresa - questa vittoria, lasciando il capitalismo completo dominatore del mondo, ha spinto il sistema a impigrirsi. Non ha trovato risorse e energie in se stesso. Da ciò forse la nascita - secondo Monti che però non lo dice testualmente - degli effetti degenerativi del capitalismo senza merci, o meglio la finanziarizzazione del capitale che ha quasi completamente sostituito la industrializzazione del capitale. Da qui la gestione autocratica, spersonalizzata, neoliberista senza mediazione, dell'economia mondiale che ha arricchito i ricchi e impoverito i poveri.
E bravo Monti. Più che una lectio maistralis sembra un outing, ma questo ci interessa appena un po'.
Già in questo blog avevamo trattato l'argomento. (La ricetta liberal impigrisce le aziende. http://bartolozzi.over-blog.it/article-la-ricetta-liberal-della-flessibilita-impigrisce-le-aziende-la-lotta-di-classe-produce-sviluppo-ec-89792845.html). E viene da sorridere pensando al tecnocrate che in Italia vuole risolvere i problemi di crescita (che avrebbero bisogno di creatività del capitale, spirito concorrenziale vero e non delle pastette all'italiana con la finta concorrenza, oltre a investimenti e ricerche) con flessibilità e licenziamenti, affermare quando parla di storia, filosofia e macro-sistemi, il contrario di quello che poi mette in pratica.
Perchè l'ha fatto? Per ingraziarsi i vertici dell'establishment cinese che poi dovranno investire in Italia? Può darsi. Al di là del disprezzo formale per la politica, Mario Monti è esattamente la figura del politicante, anche se non è al servizio di un collegio elettorale ma di nomenklature sovranazionali. E di conseguenza si comporta con le stesse modalità sia quando è in Italia, sia all'estero. Ma non è solo questo. Non è solo piaggeria verso i cinesi che del modello comunista conservano a mala pena la bandiera rossa. La verità è molto semplice. L'argomento usato da Monti, al di fuori di ambienti ideologicamente intossicati, come quello italiano che vive una coda della grande sbornia mondiale neoliberista, è tanto spendibile da risultare persino scontato. Se lo si usa, si va sul sicuro. E per Monti, sappiamo che, non prendersi rischi, è una sorta di religione. L'azzardo è una bestemmia, agire per schemi è un rosario. Quanto però affermato alla scuola quadri del PCC, oltre ad essere una tesi di certa affidabilità, guarda un po', è anche un argomento marxista. E Monti l'ha più o meno consapevolmente fatto suo.
Proprio quello che Monti dice circa la pigrizia del sistema capitalista (nei confronti di un modello antagonista), lo dice Marx parlando dell'antagonismo di classe che fa il bene di ogni singola azienda, proprio perchè impegna il suo management a trovare soluzioni più creative, tecnologicamente efficaci, che seguano una logica dell'investimento (e non dell'accumulazione) e quindi del progresso (dal risparmio energetico a quello della ottimizzazione dei fattori di produzione). Migliorando di conseguenza la qualità della merce prodotta. A parità di prezzo deve essere migliore, o deve costare meno se prodotta esattamente con le stesse modalità di prima. La lotta di classe quindi spinge le aziende ad abbattere i costi o a migliorare i beni, traducendo il tutto in un vantaggio per la società, per i lavoratori stessi e per i consumatori in genere.
La lotta di classe impone condizioni diverse nelle fabbriche da quelli immaginati dal capitale: blocca orari di lavoro e prestazioni e quindi costringe il capitale a trovare nella diversa produzione, nello sviluppo, nell'investimento e nelle tecnologice, quel plusvalore che pigramente e facilmente troverebbe nei modi che i liberal e i padroni, uniti nella lotta, individuano come efficace scorciatoia: licenziamenti, straordinari non retribuiti, peggioramento delle condizioni di lavoro, etc. Il capitalismo straccione e impigrito, quindi, non si ridesta dal suo torpore e non innesca i suoi circuiti virtuosi se gli si offre sempre la soluzione più comoda. Fa quello che ha sempre fatto in questi anni: accumola profitto e rende sempre più larga la forbice tra lavoratori e gestori del capitali (siano manager, dirigenti, consiglieri d'amministrazione). Altro che impulso all'economia. Nel libro primo del Capitale (II e IV sezione) sono individuati questi effetti e l'intera recente storia economica è lì a dimostrare la fondatezza di queste tesi. In più, altro costo, è proprio lo stato che di fronte all'aggravarsi di queste contraddizioni deve "intervenire con regolazioni sempre più organiche".
Lo stato, qualora si lasci mano libera al Capitale deve farsi carico, in qualche modo, dei costi sociali generati dalla flessibilità che preveda licenziamenti e difficoltà di trovare un impiego sia dopo un licenziamento, sia in occasione di prime occupazioni, a condizioni accettabili. Insomma la lotta di classe fa bene anche alla salute di quelle istituzioni che risparmierebbero così sulle tutele straordinarie ai lavoratori, cittadini, territori, in conseguenza di tagli sul costo della forza-lavoro.
Ma, con la venuta meno della lotta di classe o del campo socialista, la pigrizia che cita Monti non ha colpito solo le aziende e il sistema globale. Ha colpito anche il movimento dei lavoratori che prima, diviso fra riforme e rivoluzioni, schierava nel campo dei riformisti dirigenti politici in grado di promuovere idee di rinnovamento che potessero reggere le sfide e l'utopia del socialismo. Di qui i successi del mondo occidentale (1960-1970) "riformato" che poteva mostrare un benessere più elevato, condizioni di sfruttamento mitigate e persino diritti di controllo del sistema produttivo concorenziali con quelli disponibili nel campo socialista (oltre alle libertà individuali). Piaccia o non piaccia è stato il socialismo a stimolare il mito della socialdemocrazia. Con la venuta meno del pungolo socialista, i movimenti lab sono diventati lib e i socialdemocratici si sono trasformati in neo-liberisti, appoggiando (e difendendo) l'esistente e il contingente modello di produzione. Con effetti devastanti in Italia, Francia, Inghilterra e Spagna. Dove interi partiti si sono trasformati e la stessa cultura di una classe politica laburista e riformista ha virato verso una cultura cultura demo-liberista.
Insomma senza comunisti, stiamo davvero tutti peggio. Ha ragione Monti.