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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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Bisogni e paura (del default), risorse del sistema per farci dire sì a tutto (Monti compreso)

mariomontiBOLOGNA - La società del XXI secolo, mentre globalizza merci, capitali ed economia, globalizza anche i bisogni. Fin qui niente di nuovo. L'esistenza di un intreccio fra struttura sovrastruttura non è un mistero, anche se, dopo la terza rivoluzione industriale,è più opaco e anche se le strutture produttive sprofondano nelle melme di tipo ideologico. Più difficile capire a che livello poi i condizionamenti reproci spostano il cammino della società in una direzione o in un altro, più difficile capire quali sono i valori e le spinte davvero dominanti e se c'è un "intelligenza" di sistema a indirizzarci verso una direzione, visto che la globalizzazione e il razionalizzarsi dei centri di potere del capitale permetterebbero azioni del genere. 

 

 Lo spunto mi è dato da una pubblicazione curata da Emiliano Bazzanella (allievo di Rovatti a Trieste) "Agnes Heller tra Marx e Foucault" (abiblio, Trieste - luglio 2011). La Heller è la grande  studiosa ungherese dei problemi del bisogno nella società, tema al quale ha dedicato una vita, a partire dal pensiero di Karl Marx per poi allontanarsene.

 

Il capitalismo - sostiene Marx - produce dei bisogni  che comportano una estraniazione dalla ricchezza dei bisogni al quale l'uomo tenderebbe (una questione zeppa di problemi teorici che tralasciamo) per genere e per essenza e che ritroveremmo nella sua forma propria solo nella società dei produttori associati, cioè nel comunismo. Nel capitalismo, quando si giunge all'apice della estraniazione, scatterebbero i bisogni radicali che non possono essere soddisfatti dalla società che li induce. L'ottenimento dei bisogni radicali diventa la leva per il processo rivoluzionario.

 

Il problema della nostra società, dopo l'illusione di aver magnificato un percorso sempre migliorativo delle condizioni di vita e del livello di produttività, è fare i conti con una depressione generale in termini di ricchezza (filosofica e non), in termini di bisogni (sociali, necessari e di lusso), in termini di aspirazioni e di aspettative di vita e futuro. Il denaro permetteva a ciascun uomo di poter almeno in una singola occasione di avere dei bisogni che prescindono da una schema che deriva dalla  divisione del lavoro (il proletario può prendersi un Rolex come il suo padrone, non ci sono altre difficoltà, all'infuori del prezzo, la solvibilità per quel bene). Ora però le differenze economiche sono diventate troppo grandi. Infatti: i poveri sono sempre di più e sempre più poveri, i ricchissimi sono sempre meno e sempre più ricchi. L'autostraniazione può giungere al compimento: di fronte alle classi dei lavoratrici il denaro, oggetto di produzione ottenibile con lo scambio della forza lavoro, non è più quel grimaldello che permette di avere, anche se per solo una frazione di tempo o per una parte, quanto è a disposizione del possessore di capitale. La differenza è evidente, la distanza si è fatta abissale. Si sta avverando quella teoria dell'impoverimento assoluto che in tanti avevano giudicato un fallimento di Marx (solo perchè in una prima fase è accaduto il contrario, mentre ora...). Potrebbe quindi essere il momento in cui il bisogno radicale destinato a sovvertire la società attuale, si fa più diffuso e diventa un elemento della trasformazione della qualità dell'opposizione sociale. Non c'è solo il capitalismo - ci si potrebbe chiedere e quindi esigere - un altro mondo non solo è possibile, ma deve essere realizzato.

 

Ma evidentemente il sistema concepisce degli antidoti anche per i bisogni radicali. L'introduzione firmata appunto da Bazzanella al volumetto citato racconta come un bene di mercato come il Suv (Sport Utility Vehicle) sia l'innesco produttivo (bisogno e oggetto si corrispondono e terzo elemento dialettico di questo binomio che rende tutto possibile è la produzione) e al tempo la soddisfazione di un bisogno più nascosto: la paura. Questa società genera più o meno consapevolmente paura (paura dell'Altro, spiega Bazzanella con il suo background di lavori su Lacan) e i bisogni relativi alla sua risoluzione. Il Suv rappresenta questo. Ma la paura diventa Paura con la P maiuscola di fronte al grande pericolo dei pericoli, il rischio default, il rischio fallimento che spalancherebbe le porte verso l'ignoto. Se si fallisce - è quanto ci inducono a pensare - addio tutto: risparmi, case, lavoro, futuro nel rassicurante mondo del capitale che, dopo tutto, sempre meglio dell'ignoto. Questa paura  fa immediatemente escludere le alternative (ecco la funzione d'anticorpo di questo bisgno), di quei bisogni radicali legati alla decrescita, alle condizioni di vita in equilibrio con una produzione attenta alle esigenze del pianeta, etc. 

 

La paura del default e del fallimento è così ben propalata che spinge subito ad escludere (proprio per timore di perdere la certezza della propria realtà estraniata) ogni alternativa ai sacrifici lacrime e sangue voluti e governati da quelli che poi la crisi l'hanno generata. E così abbiamo promosso una casta di tecnocrati e finanzieri, i quali hanno messo in piedi lo scenario della grande speculazione sui debiti nazionali per continuare poi, attraverso le loro medicine, a tenere uno Stato, un popolo, legato al proprio guinzaglio e farne una riserva finanziaria, perennemente ancorata al debito. E' la paura che ci ha impedito di considerare l'ipotesi di un default controllato e che ci ha fatto applaudire in Italia e in Grecia a dei governi gestiti dall'elite finanziaria che è stata protagonista del disastro che ora dobbiamo riparare con le loro regole. La paura è lo strumento più efficace che il capitalismo offre a difesa dei suoi meccanismi, contro ogni tentazione di fuoriuscita. O perlomeno di porre il tema: saremo davvero costretti, subendo il disfacimento di ogni principio democratico, ad accettare le leggi di questo modo di produzione,  per sempre?

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