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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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La ricetta liberal della flessibilità impigrisce le aziende. La lotta di classe produce sviluppo: ecco perchè

tempimoderni

BOLOGNA - La furia liberista, nelle sue versioni liberal o nella versione del vecchio e puzzolente armamentario anni Ottanta (che solo da noi in Italia viene dipinto come modernità) gioca in realtà una partita contro le stesse possibilità del capitale di guidare i processi di innovazione e trasformazione tecnologica della società.

 

 Del resto è indubbio: quando in Italia Fiat o altre aziende manifatturiere fanno sempre meno ricerca e sviluppo e individuano prodotti di retroguardia, quando il paese guidato dai liberisti alla Sacconi, Gelmini, Tremonti, Brunetta, (vediamo ora questi professori coadiuvati dagli Ichino e compagnia ciarlando) tagliano indiscriminatamente la vera e indipendente formazione, indicano una sola strada: per restare a galla ci devono rimettere i venditori di forza lavoro. E' un capitalismo ladro e lestofante, abituato al connubio con le mafie e le massonerie, dove la vera specializzazione è quella finanza truffaldina, che ha permesso al sistema di creare bolle speculative, quando non imbrogli di bassa lega per sostenere lobbies, correnti, fondazioni, partiti nati solo come centri di potere autoreferenziali.

 

Il suo mercato è essenzialmente quello degli appalti e delle opere pubbliche, dove la partita non si gioca sul migliore prodotto o sul prezzo più conveniente, ma attraverso bustarelle oppure attraverso la garanzie di poter far funzionare un sistema politico che in Italia si regge sul connubbio: io faccio vivere la tua organizzazione e il tuo partito, tu mi procuri il mercato che serve per fare profitto. Chi ci rimette il cittadino sempre più vessato, che riceve prodotti scadenti e che deve sobbarcarsi l'onere di far funzionare il capitalismo italiano, cioè la maggior parte di un 'imprenditoria legata alla finanza, alla cricca e alla politica, intesa nella sua forma degenerata, l'occupazione di snodi di potere.

 

 L'intreccio è così robusto che le figure di rilievo di questa establishment passano indifferentemente dal ruolo di politici a quello di manager delle aziende,delle università, delle professioni, delle banche, dei trust, in grado di prosperare grazie alle risorse pubbliche. Padri, figli amanti, mogli, sono tutti schierati in tutte le posizioni per saturare ogni possibilità di controllo terzo. Altro che mercato: questo è il sistema prodotto in parte e comunque accelerato nella sua diffusione capillare dalla banda degli onesti guidata da professori, manager, leghisti, mediatori: gli uomini promossi allo status di traino della società dalla bella epopea del craxismo in cui si sono riconosciuti in molti, sia a sinistra (dove continuano a far danni), sia ovviamente, nella parte più rilevante, a destra e nell'area del management cattolico. E' l'effetto della vittoria culturale iniziata proprio con Berlusconi e Craxi dove chi studiava e lavorava ad un progetto non aveva quello sprint in più per ben posizionarsi nella società dell'apparenza, dell'immagine, dove contava soprattutto e solo quello che si è capaci di far credere.

 

La crisi italiana, la cui capacità produttiva sta abbassandosi a quella degli ultimi d'Europa, nasce proprio da questo. Finora è stato premiato chi ha mostrato, non chi ha fatto.

 

Ma questa è una rabbiosa riflessione antropologica. C'è invece un motivo politico-economico, suggerito da una lettura, seppur amatoriale, di alcune pagine del Capitale di Karl Marx che ci dice quanto il liberismo, la flessibilità e le ricette che partono uinicamente dalla trasformazione (e quindi dal peggioramento) delle condizioni di vendita di forza-lavoro siano controproducenti anche in una logica capitalista.

 

Due sono le strade perseguite finora dai padroni. Gli accordi Fiat (Pomigliano e Mirafiori) indicano che la strada del plusvalore assoluto: meno pause, straordinari estensibili e  pagati di meno, o volontari, inclusi nell'accordo base. Una strada piuttosto corta perchè per certi tipi di mansione è difficole portare oltre un certo limite l'utilizzo di un lavoratore. E' la prospettiva ottocentesca, si ritorna alla giornata di lavoro monstre che la letteratura, da Dickens in poi, aveva descritto, si porta alla morte per lavoro. Gli  operai sono condannati, nella migliore delle ipotesi, anche dall'allungamento dell'età pensionabile (l'Inps per la cassa integrazione è pagata dai lavoratori con i loro versamenti pensionistici) a lavorare fino a 67 anni in condizioni sempre più terribili. 

 

C'è un'altra strada. Quella più moderna. Licenziare per crisi. Licenziare per crisi  in Italia significa prestarsi allo smantellamento delle realtà produttive tenute legate al territorio da un complesso di leggi che ancora regolamento la volontà di potenza delle aziende senza le quali quanto si produce in Italia verrebbe delocalizzato all'estero. Non ci sarebbero, altrimenti, margini per tenere aziende che hanno deciso di trovare maggiori profitti altrove in Italia, se si desse la possibilità di far pagare questa ricerca di plusvalore nella diminuzione del salario o nel nomadismo aziendale. Quale è l'operazione che viene fatta? Si  riducono i bisogni necessari dei lavoratori adottando come parametro per la rigenerazione della forza-lavoro, uno standard culturale e economico di cinquanta anni fa. Ma se i bisogni necessari in Italia per un lavoratore sono troppo alti, o li abbassiamo (ma questo, stante le tariffe, il costo della vita e le abitudini imposte dal nostro modello di vita non è possibile), oppure si adottano i bisogni necessari della Serbia, del Marocco, della Tunisia, della futura Libia "democratica". Si crea quindi un plsvalore relativo proprio con un'operazione di contrazione del salario che implica un abbassamento del tenore di vita dove questi salari saranno applicati. A noi resta l'Italia anni Sessanta o la disoccupazione.

 

Come si vede tutto ad unico danno di una parte del mercato del lavoro, mentre stipendi e stock-option dei manager e amministratori continuano a volare. Marx aveva però anche studiato e indicato un altro effetto possibile in un altro scenario. Quando la lotta di classe diventa essa stessa un fattore dell'accumulazione. Altro che concertazione a tutti i costi. O il dire sempre signorsì come ci suggeriscono alcuni liberal del Pd o i sindacalisti gialli annidati nella Uil e nella Cisl. Anche qui si ha un passaggio, ma diverso da quello di prima, di plusvalore relativo.

 

La lotta di classe impone condizioni diverse nei luoghi di lavoro da quelli immaginati dal capitale: blocca orari di lavoro e prestazioni e quindi costringe il capitale a trovare nella diversa produzione, nello sviluppo, nell'investimento e nelle tecnologice, quel plusvalore che pigramente e facilmente troverebbeìnei modi che i liberal e i padroni, uniti nella lotta, individuano come efficace scorciatoia. Il capitalismo straccione e impigrito, quindi, non  si ridesta dal suo torpore e non innesca i suoi circuiti virtuosi se gli si offre la soluzione più comoda. Fa quello che ha sempre fatto in questi anni: accumola profitto e rende  sempre più larga la forbice tra lavoratori e gestori del capitali (siano manager, dirigenti, consiglieri d'amministrazione). Altro che impulso all'economia. Nel libro primo del Capitale (II e IV sezione) sono individuati questi effetti e l'intera recente storia economica è lì a dimostrare la fondatezza di queste tesi. In più è proprio lo stato che di fronte all'aggravarsi di queste contraddizioni deve "intervenire con regolazioni sempre più organiche". Cosa che in Italia non è appunto successo grazie alla politica criminogena di Sacconi che ha lasciato fare ai Marchionne del caso. La situazione è questa. Altro che ricette liberal: qui bisogna sterzare e invertire la marcia. Ma questo, nel Pd, l'avranno tutti capito? Penso proprio di no. E allora bisogna cominciare a rimuovere questo tappo allo sviluppo, proprio da queste resistenze del vecchio armamentario liberal-liberista annidate nei partiti dei lavoratori. 

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