Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Mentre il ricatto e l'offensiva sul lavoro si sta accanendo e i sindacati sono accerchiati, anche grazie ad un intervento sconcertante di Giorgio Napolitano, per dare via libera senza troppe storie ai licenziamenti di massa con la modifica dell'art 18, emerge sempre di più il carattere classista di questo governo. Le forze politiche balbettano, nessuno risponde per le rime ad una serie di affermazioni che in questi giorni sono piovute dai vertici del Governo. Sia Mario Monti che la ministra Fornero si fregano le mani. Falchi del liberismo non credevano in tanta acquiescienza da parte degli interlocutori che avrebbero dovuto ergersi a guardiani degli interessi dei lavoratori e per lo meno della cosiddetta middle class. I ministri del governo liberista italiano sanno che possono fare tutto e allora vanno avanti, a chi la fa e a chi la dice più grossa. Tanto per loro basta mantenere intatte le rendite, l'intangibilità dei capitali e rendere quasi divina l'aristocrazia di manager che ormai guadagna dalle 400 alle 500 volte più di un loro dipendente, al netto dei bonus che continua a prendere nonostante la crisi, gli aiuti di stato e la miseria che morde ogni altro cittadino.
Che il dibattito italiano sulla materia sia per lo più ispirato da mezzi di comunicazione in mano ad oligarchie che estendono il loro dominio dal mondo finanziario a quella che resta della nostra manifattura, passando per il gioco sporco degli appalti, è ormai noto. Quello che meraviglia è la scomparsa dei riformisti. Il loro contributo alla storia d'Italia è stato modesto, in omaggio a questo profilo basso hanno evidentemente deciso di mancare gli ultimi appelli, arruolati, come sottufficiali di complemento, nell'esercito del neo-liberismo.
Un esercito che da noi ha mostrime, inni e uniformi vecchi di trent'anni. D'altronde, per quanto riguarda le classi dirigenti della borghesia italiana, noi abbiamo sempre mancato le prime visioni, non abbiamo mai avuto i dessai e ci siamo solo abbeverati ai cine-panettoni o più che altro alle vecchie serie tv importate da nazioni che nel frattempo vedevano e facevano altro. Così da noi Elsa Fornero fa la parte di Margaret Tatcher, oltre trenta anni dopo.
Sembra una visione fuori dal tempo, ma purtroppo sta davvero andando in questo modo. Basta anche sentire quello che dice Mario Monti, l'uomo della Goldman Sachs, la banca d'affari accusata di aver truccato i conti della Grecia per permetterne l'entrata nell'Euro e poi accusata di aver cominciato, da quel momento, una violentissima campagna speculativa su quei prodotti finanziari che essa stessa aveva contribuito a creare, ben conoscendone l'inconsistenza.
Dopo aver incontrato il deus ex machina della Fiat, Sergio Marchionne, che ha costretto alcuni sindacati a firmare l'accordo a Lingotto in cambio di una politica di investimenti, mai formalizzata e ora ritrattata (si dovrebbero dimettere tutti quelli che hanno siglato quell'intesa) Mario Monti ha detto più o meno così.
"Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni più convenienti".
Questa frase è emblematica dei valori sullo sfondo delle azioni del capo del governo. E bisogna subito dire: con uno che la pensa così non ci si può prendere nemmeno un caffè insieme. Ma veniamo al punto. Se uno sceglie le sue localizzazioni in base al principio della convenienza dice una cosa chiara. Innanzitutto esclude il riferimento ad alcuni principi. Primo: Se oggi produci un bene in una parte del mondo e, domani da un'altra parte per profitto, non scegli di produrre in base ad un'idea di lavoro intesa come attività di formazione dell'individuo. Che è una nozione liberale, non dico socialista. Secondo: il nomadismo produttivo condizionato dal profitto non sposa lo sviluppo e la promozione di una comunità. Anzi, se ne tiene ben lontano. Perchè rifiuta l'idea di una comunità che si forma e si struttura in base alla propria produzione (modalità e oggetti) e che individua, in questo legame trans-individuale tra individuo, produzione e gli altri individui, l'essenza dell'uomo (una nozione marxiana). E' un modello d'impresa che rifiuta anche certe suggestioni (di destra) legate ad una comunità nazionalistica o aristocratica, ma non svincolata dal territorio. Il modello d'impresa di Marchionne rifiuta anche la logica produttiva legata allo sviluppo di una corporazione o di un popolo (i fascismi, i leghismi, i comunitarismi di recente formazione). Infine non lo fa secondo un principio di interazione con la terra, l'ambiente. Marchionne lavora convenientemente in un posto, ma quando questa produzione, che non si modula in riferimento ad un determinato ecosistema o ad un altro, non lo fa più ricco, cambia. Punto e basta. E di ciò che lascia, chi se ne frega. I costi dell'impatto non sono affar suo.
Ecco quindi svelati i veri valori dietro il proclama di Mario Monti, dopo l'incontro con Marchionne. E nessuno ha detto: con queste parole, caro Monti, hai chiuso. No, non è successo. Eppure per me questa affermazione è dello stesso tipo di una frase dai contenuti raziali. Con essa si offende la dignità dell'uomo. Proprio come lo si fa discriminando una razza nei confronti di un'idea-valore di uomo che le altre razze, s'intende, dovrebbero avere. Sotto-uomini chiamavano i nazisti certe popolazioni, untermensch. Così per i neoliberisti l'idea di uomo come strumento per l'arricchimento (ha detto proprio così, Monti: Marchionne fa bene ad andare a creare lavoro dove più gli conviene e di conseguenza il lavoro è valutato solo in base al criterio di convenienza della sua mercificazione, la forza-lavoro) è una sottospecie dell'idea che, con tante modulazioni differenti, da Aristotele a oggi, ci siamo fatti (o su cui la civiltà umana si è divisa e confrontata) dell'Essenza dell'uomo. L'uomo di Mario Monti serve solo l'arricchimento di chi gestisce i mezzi di produzione., Più che un'umanità è una coltivazione. da questa idea ne consegue coerentemente un'idea tutta propria del lavoro come attività umana.
Altro che lavoro come strumento per la formazione dell'uomo, mirabilmente descritto da Hegel nella dialettica servo-padrone della Fenomenologia (herr und knecht) . Per Monti l'essenza del lavoro e della produzione è solo il profitto. Profitto d'impresa, non di comunità, profitto di capitale. Il capitale sceglie dove muoversi non per consolidare un ambiente o promuovere lo sviluppo di una comunità, magari concertandolo con lo sviluppo delle comunità vicine, ma solo per una accumulazione. Questa idea del lavoro e della produzione ha messo davanti a tutto l'accrescimento del capitale che non è vincolato a nulla altro se non al proprio conto economico. Questa idea dello sviluppo porterà ogni territorio e la comunità che lo abita alla spoliazione di tutti gli altri valori, di tutte le aspirazioni, di tutte le proprie picole e grandi utopie. Si lavorerà come utensili inseguendo con le proprie offerte al ribasso ogni capitale che potrà scegliere il luogo più conveniente per continuare ad autoriprodursi, finendo per eliminare, in nome di ore di produzione che sono state via via aumentate le legittime aspirazione al tempo libero, alla cultura, alla crescita, alla famiglia, persino alle proprie aspirazioni religiose (a meno che non siano funzionali alla produttività, come il calvinismo liberista). Se l'uomo diventa un "ente" al servizio del capitale (che quando più gli conviene ti può privare del lavoro), è disposto a rinunciare a tutto. Perchè solo con quel lavoro purchessia può sopravvivere. E c'è di peggio. Questo rapporto servo-padrone, essendo il servo il capitale globalizzato, non ha dialettica. Cioè non finisce come nella Fenomenologia dello Spirito. Vediamo perchè: tutta l'umanità sarà al servizio di un capitale ormai spersonalizzato perchè posseduto non da famiglie o da pochi uomini, ma da gelidi e impalpabili consigli di amministrazione rappresentanti di fondi, banche, entità finanziarie che interagiscono solo per creare profitto, i cui rappresentanti sono sostituibili se non obbediscono alla disciplina del creare profitto per il capitale che essi rappresentano. Non ci sarà un carattere o un ruolo o una missione che renderà possibile la dialettica. Ci saranno solo cifre e numeri invece che vita; quantità, invece che qualità. E il circolo virtuoso della dialettica come ribellione si romperà. Diventerà circolo vizioso. La crescita del profitto alimenterà se stessa e distruggerà ciò che l'avrà formata. L'alternativa è spezzare il legame determinato dall'attuale forma di dominio ormai accettata da tutti come unica soluzione possibile di fronte alle crisi che puntualmente si genereranno: oggi con la penuria di materie prime, domani con l'insufficiente distribuzione, più avanti con l'aumento delle popolazioni, infine con la ciclicità regionale dei default. Solo profitto, solo conti da metere a posto: niente democrazia, niente valori diversi da quelli finalizzati alla produzione indirizzata da queste entità finanziarie impalpabili.
E dire che queste canaglie ci davano lezioni di umanesimo e libertà quando molti di noi sognavano la costruzione, nell'era socialista, di un passaggio verso un'umanità nuova e davvero libera (società dei produttori associati, umanesimo nuovo, comunismo o come vogliamo chiamare questo approdo quasi messianico). Almeno ci abbiamo pensato. Almeno ci abbiamo provato. E perlomeno siamo rimasti, dopo tutto, uomini. Che si ribelleranno.