Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Giacomo Marramao è uno degli studiosi dei problemi della nostra società, attraverso la lettura di Marx e dei critici del marxismo, più fecondi e più profiondi. Non lo devo certo dire io, anzi, ma ripeterlo può essere utile. In un'intervista pubblicata nell'interessante supplemento "Decrescita, parliamone" sul numero di Liberazione di domenica 25 settembre 2011 Marramao mette a confronto, anche grazie allo stimolo intelligente di Tonino Bucci, la sua analisi dell'attuale momento storico dello stadio di produzione economica, con le enunciazioni-slogan di Serge Latouche e il pensiero di Marx.
La tesi, ricorrente in Marramao, ma che qui ha il pregio, anche grazie all'autore dell'intervista, di essere ancora più chiara e adatta ad una efficace divulgazione, è che nel lavoro di Latouche (per il quale ha parole di stima e elogio) si confonda l'economia con lo stato produttivo storicamente determinatosi. Insomma la critica del sociologo francese all'economia politica diventa una critica all'economia in genere. Di qui la confutazione che opera Marramao rispetto all'attribuzione a Marx di categorie che non sono proprie dello sforzo del grande pensatore di Treviri, il quale non ha mai smesso di aggiornare e lavorare attorno alla suo progetto di Critica dell'economia politica, fino agli ultimi giorni di vita. Marramao che si è avvalso anche degli strumenti forniti dalla rilettura di Lowith (che critica la filosofia della storia, compreso Marx, che Marramao invece esclude in questa visione prospettica tracciata dall'allievo di Heidegger e ha sempre spiegato bene perchè) sostiene che il disvelamento della natura ideologica dell'incessante spinta alla crescita sia uno dei caposaldi del pensiero marxiano. Il feticismo, tesi alla quale Marx ha lavorato attorno agli anni in cui è stato concepito il Capitale, con il supporto di quello strumento d'appunti e di brogliaccio che sono i Grundrisse, è la scoperta di un'autonomia all'interno della merce che deriva dal presentarsi necessariamente anche come l'effetto di rapporti sociali contenuti in essa. Non solo, tutto questo è inserito in una prospettiva teologica (è il contributo ereditato da Lowith): la continua ricerca del profitto. Ma la tendenza teologica all'accumulazione, insita nel capitalismo, slegata da ogni connessione con la realtà e le esigenze produttive, entra in conflitto con le sostenibilità dell'intero sistema. Latouche elabora così l'idea della decrescita, imputando anche a Marx una visione ragionieristica della fuoriuscita dal capitalismo: alla borghesia viene sostituito il proletariato, ma poi si continua a produrre con la stessa finalità (non con gli stessi rapporti di produzione, ma con la stessa finalità).
Marramao spiega perchè questo meccaniscismo in Marx non c'è (dico io forse in Lenin a proposito dell'elettrificazione oppure nel marxismo sovietico poteva essere presente). E contrappone una sua visione a quella di Latouche. Latouche prospetta, appunto, la decrescita. Marramao invece sostiene che è la rifondazione dello spazio comunitario (e quindi della socializzazione della produzione antidoto alla parcellizzazione capitalista) a dover essere rilanciata attraverso la ridefinizione dei beni comuni a livello di comunità. Dice espressamente, secondo l'estensione di Tonino Bucci, "Bisogna stabilire quali sono i beni - un termine economico che a me non piace molto - sottratti alla logica della competizione e del mercato, condizione sine quibus non per una vita degna di essere vissuta (l'acqua, l'aria pulita, un paesaggio salvaguardato, i beni estetici, ma anche i beni immateriali, come il sapere e la conoscenza).
La mia perplessità, che modestissimamente espongo, è la problematicità di questa idea del rovesciamento della finalità produttiva applicato in singole realtà, per quanto possano in futuro essere numerose. Una questione del genere, proprio in una delle sue ultime riflessioni, venne proposta (senza una soluzione univoca) proprio da Carlo Marx in risposta ad un dibattito che si era prodotto in Russia dopo la pubblicazione del Capitale. Una situazione (determinatasi anche prima di questa polemica), che aveva anche sollecitato lo stesso Marx a studiare il russo per attingere di prima mano a documenti e fonti per il suo lavoro.
Il dibattito suonanava più o meno così: in una società protocapitalista e rurale, come quella russa di fine Ottocento, per il movimento dei lavoratori è meglio sperare nell'accelerazione della formazione di un capitalismo avanzato, oppure seguire un'altra strada? Quale? In proposito i lettori del Capitale avevano proposto a Marx la seguente questione. Il diritto russo-zarista aveva previsto l'introduzione della comunità rurale (dove in effetti erano comunitari i mezzi di produzione) dopo l'abolizione della servitù della gleba. Quella comunità rurale, era il nocciolo del dibattito: va difesa come una possibilità di alternativa al modello capitalistico, oppure deve essere superata come arcaismo?
Precisazione: la questione dell'arcaismo nell'idea accennata da Marramao non esiste. Il filosofo parla esplicitamente di una comunità altamente tecnologica, con lo sviluppo delle tecniche per lo sfruttamento compatibile delle risorse naturali, etc. e su cui si fonda la critica all'antitecnologismo insito nei progetti di decrescita. Ma un'altra questione, contenuta nelle riflessione di Marx, in parte confezionate come risposta ad una delle leader russe, Vera Zasulic, mi pare possa essere di qualche interesse rispetto al dibattito Marramao-Latouche.
Marx sostiene che è vero che la comunità (quella rurale russa) agisce secondo modalità diverse dalla società mercantile, ma poi con questa deve avere rapporti. In sostanza i beni prodotti in quelle comunità devono poi diventare merci che circolano nel mercato, diremmo ora, globale. La produzione quindi avverrà per il mercato e questo potrà spingere alla dissoluzione della divisione del lavoro ruralmente intesa, così come del controllo dei mezzi di produzione. I contadini - ammonisce Marx - potrebbero probabilmente riaggregarsi in imprenditori e proletariato proprio per il dualismo che il filosofo tedesco denuncia: produzione in un sistema non capitalista, destinata però al mercato. Così, in una società moderna comunitariamente concepita solo sul diritto del bene comune, il rischio è che la produzione per il mercato inneschi un dualismo che possa mettere in crisi l'idea stessa di bene comune.
Detto questo c'è da aggiungere che Marx non chiuse la questione della comunità rurale. E notando l'eccezionalità del fatto ("comunità di uomini liberi svincolati da legami di sangue", situazione senza precedenti nella storia moderna) fa notare come questa anomalia sia contemporanea allo sviluppo del capitalismo verso un'altra direzione. Qui si inserisce la riflessione di Etienne Balibar, accademico francese, che evoca il pensiero del suo maestro, Louis Althusser: E mostra e approfondisce le riflessioni di Marx sull'argomento. Sostiene Marx che in questa contemporaneità la forma non capitalista può prendere in prestito le tecniche utilizzate nell'ambiente circostante e questa stessa forma non capitalista può servire alla rigenerazione. Parlava di rigenerazione russa. E così Marx poteva concludere: per salvare la comune russa c'è bisogno di una rivoluzione russa.
Nel nostro caso bisognerebbe procedere al contrario: per innescare una nostra rivoluzione c'è bisogno di comunità. E' una formula? Althusser sostiene che è la forma della singolarità
rivestita dalla storia. Siamo precisamente nell'ambito dell'azione politica in cui, sostiene Balibar "Unità storico-politiche distinte, immerse in un medesimo ambiente
(o coesistenti in un medesimo presente), reagiscono - questo è importante - alle tendenze del modo di produzione. Insomma nell'ambito di una progressione continua, quella contro la
quale sia Latouche che Marramao si battono, esiste la possibilità di creare dei corti circuiti. Quale sarà più efficace contro il sistema globalizzato?