Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Sarà un aspetto banale, ma per me è significativo. Quando ai suoi esordi politici ascoltavo Beppe Grillo parlare di argomenti che ben conoscevo mi dava l'idea di uno che spiegasse le cose usando un metro disinvolto, voli pindarici che non avevano ovviamente la profondità del grande poeta greco, approssimazione nei dati e nelle citazioni, rapide conclusioni in base ad una tipica forma dell'esporre e quindi del pensare, che è quella del giornalismo a tesi, tanto cara a certa sinistra radical, che già chiamarla sinistra mi viene l'orticaria.
C'è poi la sinistra cosiddetta "democratica", quella delle icone create più o meno a tavolino. Parlo di icone letterarie. Il caso Saviano: Gomorra è stato un grande reportage, più che un gran romanzo, un grande evento. Poi c'è la vicenda personale, la testimonianza e la sfida continua alla criminalità organizzata in uno Stato per un terzo balbuziente, per un terzo mafioso e per un terzo eroico. Ma discutere di Saviano si potrà pure, dico io, senza per questo rinunciare a tutta quella partecipazione per le sue vicende civili? Io dico di sì. Esattamente come molti studiosi e filosofi cattolici possono discutere del razionalismo di Galilei senza per questo recedere di un millimetro dall'idea che il processo inflitto dalla Chiesa al grande scienziato sia stato un atto indegno, una barbarie, una vergogna il cui peso ricade interamente su chi l'ha concepio e che magari tutt'oggi lo difende.
Saviano scrive ormai di tutto, con gli ovvi limiti imposti dalla sua condizione. Va bene se racconta le facce di Occupy Wall Street, molto meno se ci spiega chi è Leo Messi dopo averlo visto per una mezza giornata, oppure se parla di Gramsci e Turati con la pretenziosità di un grande studioso, usando quel tipo di argomenti che a mala pena sarebbero saltati fuori dalla biro di Bettino Craxi quando, ad esempio, ri-propose la polemica Marx-Proudhon. Saviano di Gramsci sa poco e si vede, ma ha la pretesa di spiegare perchè è da mettere fra i cattivi della storia, salvando invece il paziente e democratico Turati. Il tutto liquidato da cento righe o meno di elaborato. Se questa è la sinistra che raccoglie il consenso della gente c'è da rabbrividire. Non a caso, con garbo, Saviano è stato fatto a pezzi dagli studiosi, quelli veri, che a Gramsci e a Turati hanno dedicato anni di studio.
Ma, si dice, questo è frutto di una deriva "democratica" che vuole rendere spendibili per l'idea di un grande partito popolare e laburista solo i pensatori che non mettano in crisi il modello economico e ideologico attuale. Introducendo solo una variante, chi è onesto e chi non lo è, chi lotta le mafie e chi no. Ma in questa operazione (difendere i buoni del sistema ideologico e economico attuale) assistiamo a tutto un campionario dettato dalla fretta e dalla necessità di far arrivare messaggi rozzi e populisti: cialtroneria a peso, approssimazione, tesi da ripetere, ripetere e poi ripetere, da indirizzare ad un popolo di sinistra sempre più sconcertato. Sono contenuti prefabbricati soprattutto dai grandi network che si sono opposti al dominio di Berlusconi, ma che ora accettano il sistema unico del liberismo, più o meno soft, come unico mondo possibile.
Che il riformismo travestito da libersimo abbia legittimità di pensiero, anche al netto dell'incredibile valutazione di fondo che è sottintesa ("il mondo va bene così come è concepito, bisogna solo farlo meglio"), è ovvio. Ma che questo nuovo modo di proporre il pensiero della sinistra sia accompagnato da dabbenaggine, superficialità, mancanza di studio, dati e riferimenti puntuali, e soprattutto di rigore, questo è, sì, inaccettabile.
Già perchè il nodo è sempre lo stesso: i cosiddetti "democratici" puntano alla sconfitta del loro avversario storco. Vogliono combattere la concezione dell'uomo nuovo e riproporre quella dell'homo economicus, vogliono contrastare in ogni modo un sistema di valori che rifiuti la priorità della proprietà, vogliono demonizzare l'idea critica al liberalismo, idea che smaschera il profitto sotto le mentite spoglie del merito.
Insomma per la cosiddetta sinistra dei Saviano, dei Fazio e della De Gregorio c'è sempre uno spettro che si agira per l'Europa e con esso l'idea che qualcuno ancori all'idea di comunismo la critica radicale del sistema attuale, che è poi lo sfondo culturale e di valori su cui ha agito Karl Marx. Bene: questo obiettivo i cosiddetti "democratici" non possono pereguirlo sul piano degli argomenti e dello studio, dei valori scientifici e, appunto, del rigore. Dove il massimo risultato che essi potranno ottenere è l'ammissione di partire da presupposti diversi. E infatti, non è un caso che tante delle tesi introdotte, riproposte, ricofenzionate e riadattate da Marx un secolo e mezzo fa, costituiscano l'orientamento di tantissinmi studiosi, soprattutto in ambito economico, per comprendere le crisi attuali del capitalismo, le disuguaglianze, le minacce di un sistema che divora gli uomini ed esalta merci e profitto. La banale constatazione che i miglioramenti proposti dai vari riformismi sono ormai diventati incompatibili con lo sviluppo che il modello attualmente egemone sta perseguendo, è condivisa da tutti. Proprio da tutti. Nessuno dice, per effetto delle risorse depredate del pianeta, che ci sarà uno sviluppo progessivo e uno standard di vita migliore per tutti, solo a patto di introdurre nuovi criteri di distribuzione, lotta alle lobbies energetiche, nuove forme di produzione e di approvvigionamento, un fattivo smantellamento del sistema di accumulazione impostoci dal capitale finanziario. Ma per distruggere la sinistra che critica il modello del capitale serve la tecnica suggerita dal consumismo produttivo: la creazione di bisogni sempre nuovi e di un'ideologia che rende tutti adatti a vivere felicmente (senza rubare e comportandosi bene, cioè secondo le regole) nella società concepita così come è oggi. In questo contesto c'è ampio spazio per la sagra dello scarso rigore, l'uso ad libitum di argomenti a presa rapida, il modo approssimativo di dipingere la realtà secondo quello che abbiamo descritto prima: il giornalismo a tesi la filosofia a tesi, o l'economia a tesi, la storia a tesi.
E' un modo di proporre e di esporre le cose che si annida in ogni riga di questi modi di ragionare e di raccontare. Soprattutto quando si offrono ai lettori di sinistra descrizioni di fatti lontani, da descrivere senza l'obbligo di un riscontro o con la superficialità di chi è impegnato a costruire attorno alla propria tesi, gli argomenti più populisticamente efficaci. Veri o falsi che siano. Minimo ma illuminante esempio è l'articolo di Concita De Gregorio, di oggi su "La Repubblica" (http://www.repubblica.it/esteri/2012/03/19/news/spagna-31802053/?ref=HREC1-12) un reportage sulla Spagna che torna indietro sospinta dall'offensiva della destra apostolica, franchista e liberista del PPE.
A leggere citazioni, interviste e dati spacciati come certezze (senza la minima citazione del ruolo della sinistra di classe che in Spagna, con la sconfitta di Zapatero, è l'unico punto di riferimento in difesa delle emarginazioni e che ha avuto proprio dalle elezioni una straordinaria investitura popolare) si nota questo refrain sul calcio. Già, perchè parlare di calcio e di Spagna è un po' tutt'uno. Parlare di modello Barça, la squadra blaugrana e di rigore che si contrappone alla deriva imperante è un topos scontato. Descrivere le allegre commistioni fra gli attuali gestori del potere con lobbies yankee e con parantele reali, deve avere per forza un controaltare: l'austero modello qausi calvinista di un Pep Guardiola, allenatore del football club Barcellona. Un facile modo di raccontare una cosa senza andare nel profondo. Sarebbe stato più incisivo e illuminante spiegare che Zapatero ha perso perchè ha indugiato di fronte alla caste liberiste, non è andato a fondo del progetto anti-sistema, esattamente con sta per capitare a noi che pure, ultimamemnte al governo, non abbiamo mai visto una vera persona di sinistra. Dove sono andati a finire quei consensi e quella fiducia che la sinistra di Zapatero avevano acceso anni fa? Tutto questo la De Gregorio non lo offre, ma ripropone un facile schema per indicare non chi è contro il sistema, ma chi lo sorregge con uno spirito diverso: il Barça di Pep Guardiola è un modello incantato, incarnato dal talento di Leo Messi (quanto piace ai "demo" la pulce che rappresenta il mito liberal americano, la malattia, il fisico prima minato, poi motore del riscatto, infine la carriera da star) che fa far affari alla Comunità di Catalugna, una delle poche enclavi resistenti anti-Ppe.
Da una parte il franchismo popolare e strisciante di Rajoy, dall'altra il calvinismo di Guardiola, dei catalani e del giudice Baltazar Garzon (ancora i giudici e la legalità nella tana del lupo, a Madrid) costretto ad andar via per una questione procedurale (dimenticando che Garzon è stato il persecutore di idee prima ancora che di crimini sul fronte della sinistra abertzale, anche verso quell'area che con il terrorismo non c'entrava). Questa nuova Spagna, si racconta nel reportage della De Gregorio, non piace più a Pep Guardiola "che per questo andrà via". E così, la Concita conclude l'articolo spiegando che pur così mal ridotti c'è in Spagna un modello vincente che si impone all'estero mentre tutto naufraga, un Barça icona ma che farà scappare il suo leader, l'unica cosa seria di questa nazione travolta dal conservatorismo. E sentite come mirabilmente conclude: "La popolarità dei partiti politici è al minimi storici, il Ppe vince le elezioni a massimo livello di astensione, il Barça vince la Liga. Si annuncia un match fra il Bingo di Las Vegas e la sveglia alle sei di Guardiola, partita silenziosa e sotterranea. Anche questo è un problema di immagine, a suo modo. Di quale sia l'immagine che la Spagna ha di sé", dice la De Gregorio impstrocchiando vaticini e difesa di nuovi miti. Peccato che la Liga la stia vincendo il Real Madrid di Mourinho, scappato anche lui al momento opportuno dall'Italia, ma dopo essersi riempito le tasche di soldi e le sue personali bacheche di trofei. Il Real Madrid ha otto punti di vantaggio sul Barcellona a oltre tre quarti di campionato disputato. Ma alla Concita cosa gliene frega, dentro all'articolo veniva proprio bene, chiudere la storia così. Peccato non sia vero.