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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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Edison e Jobs: non c'è un buono e un cattivo nella storia del capitalismo. C'è il capitalismo

S ul "Il manifesto" di domenica 9 ottobre ho trovato un interessante parallelismo istituito fra Steve Jobs e Thomas Alva Edison, in un articolo firmato da Marco d'Eramo, scrittore, giornalista, specializzato in temi di cultura economica, soprattutto americana e,come noto, dotato, di un solidissimo background scientifico.
 
Si parte dagli elogi funebri e, si cita inizialmente quello dedicato all'inventore della prima metà  del secolo scorso che, per toni e argomenti, potrebbe essere ambiguamente destinato anche al visionario super top manager, scomparso da poco. La tesi è che, sia pur operando entrambi in un sistema produttivo capitalista, anzi essendone in qualche modo i "campioni", uno in effetti ha reso possibile un salto di qualità autentico con veri benefici (inventando il modello commercialmente riproducibile della lampadina),  l'altro ha in realtà realizzato una "prigione cool" senza indurre nemmeno vantaggi per la occupazione,  visto che, con le delocalizzazioni Apple, i prodotti sono prevalentemente realizatti in aree dove sono minori i controlli e le garanzie per i diritti della dinamiche produttive sociali.

La sintesi conclusiva è che l'idolatria che ha scatenato la morte di Steve Jobs è stucchevole e immeritata perchè parliamo di un costruttore di una forma ancora più sofisticata del dominio del capitale, senza che nemmeno abbia determinato gli innegabili vantaggi per le classi lavoratrici prodottosi, al contrario, con la diffusione di massa della luce elettrica, attraverso l'uso delle lampadine.

A mio avviso, con grande modestia, rilevo che le forme di discontinuità sono largamente inferiori ai caratteri propri di continuità riscontrabili in entrambe le esperienze industriali. Una continuità che non consente di assegnare a Edison la palma del capitalista buono nè a Jobs quella del cattivo. Per capire questa identità nel percorso storico (si fanno anche gli esempi relativi alle crisi epocali che stanno scuotendo il sistema capitalistico verificatesi nell'epopea dei due grandi manager il '29 e il 2008) bisogna mettere meglio a fuoco l'idea delle vere forze in gioco nella dialettica della produzione che innesca anche un'altra questione: quella del rapporto fra divisione del lavoro e generazione dei bisogni.

Provo a soffermarmi di più sulla prima parte e a lasciare in sospeso (ma tenendola comunque presente) l'approfondimento della seconda.

Edison e Jobs sono entrambi in linea con l'idea di progresso che l'approccio marxiano ha tante volte cercato di far affiorare attraverso una narrazione storico-scientifica dalla quale si sono intese ricavare delle leggi ferree. Si tratta, al contrario, più che altro di tendenze presenti nelle opere di Marx. Non esistono, e ormai risulta sempre più chiaro, nel pensiero marxiano, metodologie univoche. Ma esistono spesso delle chiavi, delle tendenze appunto, che vengono rese manifeste nella storia dell'economia e che tendono ad acquistare un valore dialettico.

Quando Marx analizza i modi di produzione, lo fa ripercorrendo, anche in senso finalistico, l'evoluzione delle società
da un grado primitivo ad uno più complesso: modo di produzione antico-schivistico, asiatico, medievale etc. La contraddizione fra rapporti di produzione e forze produttive viene individuata con nettezza, invece, come processo dialettico all'interno dello stadio produttivo attuale, quello della società capitalista. Ma le forze produttive non sono realtà autonome e "buone" che si sviluppano, insieme all'applicazione delle scoperte scientifiche e all'uso delle tecnologie, e si oppongono ad un sistema di diritti o di schemi economici che il capitalismo tende a ingessare. Su questo equivoco, forse, si è costruita l'idea di un certo marxismo. E' capitato di vedere dividere l'attività produttrice dalla realtà che la aveva generata, prendendo per buoni solo l'evoluzione tecnologica, il progresso scientifico. Il progresso avrebbe così determinato effetti taumaturgici se applicato, ad esempio, in campo socialista. Insomma dalla presunta non contaminazione fra elementi di innovazione scientifica e schemi produttivi potrebbe essere nato quel determinismo riscontrabile in una parte dei dogmatismi figli della seconda internazionale, imbevuti di ispirazione positivistica e che sono stati un tratto forte anche nella costruzione del socialismo in un solo paese. Il progresso è una cosa ed è positiva: è un cammino ineluttabile. Il capitalismo è una forma di produzione che naturalmente viene messa in crisi dallo sviluppo delle forme produttive che il progresso genera, insieme al maturare della coscienza di classe, creando quella contraddizione che innesca la dissoluzione del capitalismo stesso. Visione che emerge, guarda caso, ad esempio, nella scelta della intensificazione dell'uso della tecnologia di cui faceva parte il programma di elettrificazione propagandato dopo le pianificazioni legate alle intuizioni di Lenin e che si è ancorato nei decenni successivi nell'impiego delle tecnologie evidenziabili, altro esempio, con la corsa alla conquista dello spazio dopo la metà del secolo scorso in Unione Sovietica.

In Marx invece, sono messe a fuoco, più che altro, due tendenze: socializzazione delle forme di produzione, parcellizzazione delle unità produttive.

E cioè. Da una parte i mezzi di produzione diventano sempre più socializzati; la tecnologia pervade ogni realtà, le piattaforme produttive diventano culturali e universali e pervadono i bisogni primari, secondari, materiali, spirituali e culturali  (dalla autovettura utilitaria all' Ipad), il sistema si razionalizza. Dall'altra c'è la parcellizzazione della forza-lavoro, oltre all'isolamento e la disintegrazione delle relazioni. Quest'ultimo processo rende i rapporti sociali fra chi produce, appunto, il venditore di forza-lavoro e il mondo che lo circonda, sempre più privi di interazione. E allora abbiamo  come contro-altare della smart-tecnology o del multi-desking il mondo 2.0, dove persino i contenuti singoli di produzione intellettuale (i post su Facebook, le ricerche su Google) si trasformano in arricchimento del capitale che ne detiene l'uso e i diritti attraverso l'utilizzo di tecnologie proprietarie. In questa parcellizzazione il capitale si confronta con un singolo produttore (noi stessi utilizzatori delle risorse 2.0) che si trasforma istantaneamente in acquirente (immettiamo da produttori i nostri contenuti sui social network, cedendo i diritti del nostro prodotto, ma ne siamo immediatamente clienti, in un contesto di sistema indotto da chi gestisce le mega-piattaforme). Valore d'uso e valore di scambio si fondono nell'altra fusione: produttore-utilizzatore e cioè venditore di forza-valore che crea contenuto e quindi merce istantaneamente messa sul mercato in cui i compratori sono già tali nel momento in cui producono. Questo che leggete e mille altri blog ne sono una delle dimostrazioni.  Insomma le forme di dominio culturale e economico si intrecciano mentre le forme di produzione si sviluppano. Tornando alla tecnologia 2.0, noi subiamo le piattaforme che rendono tutti i produttori di contenuto-merce asserviti ad una logica sistemica dalla quale è impossibile uscire e in cui si viene autocompresi secondo schemi dettati dall'esterno, attraverso regole imposte e non discutibili (chi può sindacare a google che la sua policy è anti-democratica o chiedere che fine fanno i dati ricavabili dalle tracce delle nostre ricerche?) Noi produciamo contenuti che diventano merce, ma la gestione dei rapporti e delle modalità di produzione è loro, ma noi siamo a nostra volta immediatamente compratori di questa merce prodotta socialmente (attraverso il mezo di produzione social network) da noi. 

Il futuro cool di Apple è pienamente dentro lo schema della parcellizzazione che induce alla progressiva separazione dell'individuo dal tutto e che procede di pari passo con le delocalizzazioni, le destrutturazioni delle unità produttive sociali, il nomadismo produttivo. Cioè lo spostamento di volta in volta in luoghi più convenienti per il capitale della produzione di un manufatto qualsiasi e quindi anche di un hardware o di un software, e dell'allocazione di un server e che tende a rendere culturalmente e socialmente impermeabile l'oggetto della produzione, rispetto a chi immette forza-lavoro per generarlo.

In questo senso l'elettrificazione e la diffusione dell'Ipad sono in linea di continuità. Non esiste un progresso scientifico buono e uno cattivo che strizza più o meno l'occhio all'umanità. Nè Edison è buono, nè Jobs è cattivo, o come,
ai tempi di Keynes, l'imprenditore non è buono o lo speculatore finanziario non è cattivo. Sono semplicemente funzioni e posizioni, o forme storiche diverse di uno stesso processo che comunque ha come obiettivo insito nelle proprie regole fondanti, la razionalizzazione, l'uso delle tecnologie per ottimizzare la produzione e che contempera nuove accumulazioni e supersfruttamento (o nuove forme di sfruttamento) della forza lavoro, perseguendo lo smantellamento delle solidarietà sociali createsi tra venditori di forza-lavoro.

Avere la luce in casa o l'Ipad permette di fruire di condizioni avanzate che vengono poi piegate all'organizzazione generale determinata dal capitale per la migliore organizzazione della vita. Pensata dal capitale al fine di perpetuare e rendere più efficace il suo obiettivo generale: creare profitto, accumulare ricchezza. E non perchè ci sia un Leviatano che lo induca. Ma perchè ciascuna azienda per essere sul mercato e per difendere il proprio capitale deve comportarsi così. Chi non ce la fa scompare.

La risposta ovviamente non è nella esaltazione di uno stato primitivo, zona franca rispetto ai progressi della tecnica. la risposta è nel controllo delle forme di produzione e dell'organizzazione delle modalità produttive, nella sostituzione di un'altra idea del mondo a quella che si pensa una condizione naturale e che è invece una specifica e determinata idea del mondo. Certo, dalla lampadina all'Ipad le forme di dominio si sono sviluppate e intensificate e, come accennavamo prima, la trasformazione della società determina una più articolata divisione del lavoro che, secondo la teoria marxiana, genera una sempre più complessa produzione di bisogni. Ecco perchè si passa dal bisogno della luce in casa (la lampadina) all'esigenza di essere collegati ad una rete interattiva comunque, ovunque e in modo pratico (con l'Ipad). Lampadina e Ipad sono collegate dallo sviluppo (prevedibile secondo le linee direttrici previste da Marx), della dialettica tra forze produttive e forme di produzione, sono collegate dallo sviluppo della divisione del lavoro che a sua volta genera nuovi bisogni, nuove merci, nuove forme di dominio. Edison e Jobs sono stati necessariamente Edison e Jobs.

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