Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
Massimo Mucchetti in un editoriale pubblicato il 13 settembre sul Corriere della Sera ha dato risalto all'analisi di George Magnus, economista di Ubs, apparsa su Bloomberg . Al centro di questa riflessione c'è il pensiero di Carlo Marx sulla sovrapproduzione, approdo di un'economia capitalista che, per sua natura, razionalizza finchè può i processi di produzione e con essi la capacità di aumentare il pluslavoro (imponendo un prezzo per la forza-lavoro sempre minore, abbassando l'apporto di lavoro vivo, aumentando così la disoccupazione). Salari più bassi, maggiore disoccupazione e merci più numerose, ma inacquistabili. Questo è quello che Marx sosteneva sia destinato ad accadere, questo è il pericolo al quale andiamo incontro. Lo dice Muchetti e lo dice, appunto, anche Magnus che, per inciso, come ricorda l'economista e lo studioso e divulgatore di questioni finanziarie del Corriere della Sera, è stato quello che ha previsto, inascoltato, con congruo anticipo, la crisi dei subprime.
L'articolo si svolge partendo da un assunto: per riequilibrare una situazione di crisi serve un impegno degii Stati (curiosamente chiamati in ballo dopo essere stati schiaffeggiati dal grande capitale finanziario sempre più concentrato in pochissimi soggetti) per potenziare la capacità di lavoro.
Ora il problema dei processi progressivi di accumulazione di capitale e di svrapproduzione, secondo l'analisi di Marx (sviluppata essenzialmente nel Libro III del Capitale), non ha mai termine visto che non incontra, se non in teoria, un punto di arresto (come lo zero assoluto in fisica). Le sovrapproduzione di capitale sono sempre determinate, nel nesso dei rapprti di produzione che sono sociali (aumento di prezzi, disoccupazione, perdita del potere d'acquiisto dei lavoratori). Ma il sistema economico che ci governa troverà sempre, attraverso le guerre, le ricomposizioni sociali, le norme discriminatorie etc, il modo di ricomporre queste crisi e far ripartire da un equilibrio diverso la marcia di razionalizzazione del processi di produzione immaginata dal capitale stesso. Esempio per tutti il salvataggio da parte degli Stati (e quindi con il denaro dei contribuenti) delle banche che con la loro condotta specultativa avevano determinato la crisi mondiale dei subprime e che però con quei soldi, attraverso gli stessi investiitori "istituzionali", hanno determinato poi gli attacchi ai debiti pubblici degli stessi Stati che avevano operato i salvataggi. Oppure la guerra in Iraq: distruzione del capitale sovrapprodotto e nuovo ciclo di espansione con una distribuzione differente e un nuovo incremento dovuto al grande piano per la ricostruzione dei modelli economici e del ciclo produttivo in un'area nuova.
Se il ciclo oggettivamente non si interromperà mai, perchè non si toccherà mai il punto teorico di limite, allora soltanto un soggetto capace di imprimere una rottura storica potrà disarticolare questo sistema. Quale potrà essere questo soggetto? E di quale consapevolezza dovrà dotarsi, per imporre nel terzo millennio questa trasformazione? E per impedire che, qualsiasi aggiustamento, feroce o soft con minori o maggiori effetti sull'umanità , con maggiore o minore coinvolgimento di parti di essa (Sud del mondo, Europa, Est, etc. di volta in volta travolte dal riequilibrio capitalista), sia solo funzionale a lenire di qua o di là le ferite della precedente crisi e a riproporne le condizioni di quella successiva?