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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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Dal predellino del 2007 alla festa di Roma: proprio il popolo sigilla l'era Berlusconi

berlusconipredellinoBOLOGNA - La folla che esulta per la fine dell' era Berlusconi esprime il bisogno alla festa per  il dissolvimento di un'oppressione pluriennale. Bene la festa per un'epoca torbida che potrebbe chiudersi, ma sarebbe stato meglio che la piazza avesse espresso pure un monito per il governo che si va a formare. Basta con Berlusconi significa anche basta con la politica liberista. Sappiamo che non sarà così.

Potremmo però cercare di capire se la gente che ha festeggiato esprima quelli che Marx chiamava bisogni radicali che sorgono dalla contraddizione del sistema del capitale e spingono poi i soggetti che diventeranno protagonisti del cambiamento a cercare qualcosa che il sistema a loro contemporaneo non può dare (mentre il resto, dalla lotta di classe alle rivolte più o meno dure, se hanno come  oggetto qualcosa di ottenbile in quella forma di produzione, non è espresso nella categoria dei bisogni radicali).

Potremmo far funzionare alcune categorie nuove: quelle emerse in massa e potere di Elias Canetti, scritto giusto 51 anni fa in cui l'autore riconosce alle masse e non ai soggetti individuali (anche se sono individuali collettivi come i partiti) la razionalità e il fondamento delle capacità di indirizzare i processi più autentici della società. Ma è un concetto di massa legato all'anti-politica che potrebbe ben descrivere l'afflato che Grillo pone nel suo rapporto diretto con il "suo" popolo.

Potrebbero entrare in gioco tante altre categorie spinte dalla psicologica e più approfondite valutazioni che mettono in relazioni i furori irrazionali di Genova che, dopo l'alluvione individuano e alienano, il dolore e la propria rabbia nelle istituzioni, colpendo Marta Vincenzi, suprema autorità cittadina. O peggio quelli emerse ai funerali del dodicenne falciato a Milano dal tram mentre tornava insieme alla mamma da scuola in bicicletta. Addirittura per quella tragedia è stato contestato il sindaco Giuliano Pisapia, a 5 mesi dal suo insediamento, che più di ogni altro aveva denunciato la giunta Moratti di scarsa attenzione verso percorsi sicuri per i ciclisti.  Esiste un'antipolitica che diventa scontro, rabbia insulto, incapacità di mediazione. Se diventa festa va anche bene. Ma ieri non c'era nella piazza romana la capacità di mediazione e l'oggettivazione della mobilitazione, il che fa di quel popolo festante una massa, comunque, politicamente inerte.

Insomma il problema presenta una tale complessità e tante sfaccettature che ben approfondito permetterebbe di leggere ancora più in profondo gli effetti di tanti anni di povertà politica volutamente perseguita da molti (quasi tutti).

Una cosa però non si può dire. Non possono intellettuali come Giuliano Ferrara scagliarsi contro l'abitudine italiana a colpire il tiranno (in senso greco, anche se Ferrara questo termine non l'ha usato) che cade. Insomma la sindrome da Piazzale Loreto (che però abbiamo visto anche nella civilissima Ney York alla notizia dell'assassinio di Bin laden, Times Squadre in festa, o di fronte alle immagini del linciaggio di Gheddafi). Ferrara e gli uomini che hanno scommesso tutto sul Berlusconi riviluzionario affermano che il suo tratto fondamentale è stato quello di aver trasformato l'inerzia di un paese avvitato verso l'asfissia da Prima Repubblica, sotto il potere dei partiti. E' l'argomento che li spinge a contestare l'addio a Berlusconi non seguito da elezioni. Per loro, per Ferrara, dopo Berlusconi ci deve essere un pronunciamento popolare. Perchè è lo spirito del nuovo tempo che lo impone. Anche se la Costituzione dice il contrario, anche se quello spirito, evidentemente, è evaporato proprio insieme alle dimissioni rassegnate. Ma Ferrara fa finta di ignorare che quella rivoluzione populista ha perso (e quindi i suoi valori non possono essere applicati)  visto e che ha prevalso la carta costituzionale alla quale proprio Berlusconi si opponeva e che voleva cambiare. Ma se anche volessimo rimanere al ragionamento parziale di Ferrara e quindi ingnorare che la Costituzione ha battuto il populismo e che è legittimo quello che sta succedendo, Ferrara è lo stesso caduto in contraddizione. Per Ferrara la forza rivoluzionaria di Berlusconi è stata quella capacità di rivolgersi direttamente al popolo. Senza mediazioni, con un afflato diretto che ne ha reso il grande demolitore della politica fatta di mediazioni inutili e anti-democratiche. Quante volte Ferrara ha invocato che si ritornasse al Berlusconi del predellino, quello che in Piazza San Babila, dalla sua macchina, promosse una svolta politica in senso ancora più bipolare, creando di fatto, in quel momento, Il Popolo delle Libertà? E che cosa era, quell'applauso milanese se non la formalizzazione di un rapporto (che solo lui, Berlusconi, sapeva creare) tra popolo e leader? «Oggi nasce ufficialmente un nuovo grande Partito del popolo delle libertà - disse - il partito del popolo italiano. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo». In questo modo il padrone delle televisioni, lo spregiudicato ricompattatore attorno ai suoi valori, al suo potere personale, ai suoi interessi, alla sua persona, diventava l'Unico. Il popolo vedeva lui e lui solo e veniva legittimato direttamente dal popolo. Al diavolo la mediazione dell'intellettuale collettivo, di quella forma-partito che intralcia il momento così autentico e naturale del leader con la sua gente. Bene, proprio da questo punto di vista, Berlusconi ha perso la sua decisiva partita, è stato battuto da quel demone che egli stesso voleva rappresentare. Le gente in festa, il concerto in piazza, i cori e gli insulti, il carosello, tra palazzo Grazioli, Palazzo Chigi e il Quirinale, sono stati la risposta del popolo - diretta e non mediata - all'uomo che più di ogni altro aveva creduto in questo potere taumaturgico al confine del magico. I caroselli del 12 novembre sono la nemesi della giornata del predellino del 18 novembre 2007. In quattro anni si è compiuta la parabola di una invenzione politica, ultimo momento politico di un dittatore ai tempi della democrazia liberale.

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