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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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In Italia non si può dire che Monti era alla Goldman Sachs

Il Corriere della Sera traduce per i lettori italiani una lettera al NyTimes di un banchiere che abbandona la Goldman Sachs dopo aver constatato che quello della merchant bank americana (accusata tra l'altro di aver prima truccato i conti per il governo di centro destra greco permettendo un accesso truffaldino all'euro e poi aver speculato sul debito greco) è un ambiente tossico. "Lascio dopo dodici anni perchè questo è un posto dove i manager pensano solo ad arricchirsi e i clienti vengono irrisi nell mail ad uso interno e vengono definiti dei pupazzi". Immaginiamo, quindi, che parere possono avere alla Goldman Sachs dei deferenti uomini politici che votano in favore di leggi che permettono di mantenere sempre più alto il tasso di profitti di questa merchant. Ma l'aspetto che più intristisce è la chiosa che, nella parte iniziale del resoconto, la giornaslista del Corriere on line compie.

 

Leggiamo:

 

MILANO - Lettera choc al New York Times di un banchiere dimissionario sulla vita in Goldman Sach una delle prime banche d'affari nel mondo, il gruppo finanziario che ha dato tanti "tecnici" ai governi americani (e non solo americani), in particolare all'amministrazione Obama, a partire da Tim Geithner, il ministro del Tesoro.

 

Va notata quella mirabile parentesi. In quel "(e non solo americani)" ci sarebbe, tra gli altri, come si può ricavare da wikipedia l'attuale presidente del consiglio italiano Mario Monti,  che "tra il 2005 e il 2011 è stato international advisor per Goldman Sachs e precisamente membro del Research Advisory Council del Goldman Sachs Global Market Institute". Ma c'è anche l'attuale numero uno della Bce, Mario Draghi (sempre da wikipedia Dal 2002 al 2005 Draghi è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs).

 

Ma per la collega del Corsera tutto questo merita solo una parentesi. Leggere tutto

per credere

 

 

MILANO - Lettera choc al New York Times di un banchiere dimissionario sulla vita in Goldman Sach una delle prime banche d'affari nel mondo, il gruppo finanziario che ha dato tanti "tecnici" ai governi americani (e non solo americani), in particolare all'amministrazione Obama, a partire da Tim Geithner, il ministro del Tesoro. Nel j'accuse che il quotidiano newyorkese pubblica nella pagina degli editoriali e dei commenti (guarda il pop-up) Greg Smith, già capo dei derivati in Europa, Africa, Medioriente, parla di «un ambiente mai stato più tossico e distruttivo come ora» e che avrebbe smarrito l'etica e la cifra che un tempo ne faceva un' istituzione del paese. «Niente di illegale» precisa l'autore, ma il «fare soldi» sembra oggi l'unica mission da inseguire anche a spese dei clienti che alcuni in banca chiamerebbero «muppets», pupazzi. Un attacco frontale alla gestione di Lloyd Blankfein, il Ceo, che scrive a sua volta ai dipendenti: «Che delusione, nulla di vero».

WAKE-UP CALL - «Oggi è il mio ultimo giorno a Goldman Sachs e dopo averci lavorato per 12 anni posso dirvi che l'ambiente nella banca non è mai stato più tossico e distruttivo di adesso». «Una volta Goldman stava dalla parte dei clienti», tempi andati secondo il manager che sostiene di aver «visto almeno cinque dirigenti definire i loro clienti muppets, pupazzi, nelle email interna. Una volta la leadership dipendeva dalle idee e dagli esempi che davi «ora se generi molti soldi per l'azienda, vieni promosso». «Spero che questa possa essere una sveglia per il consiglio d'amministrazione, il cliente deve tornare a essere il punto focale dell'azienda»

LA REPLICA - «Non occorre neppure dire quanta delusione c'è per le affermazioni di questo individuo, affermazioni che non rispecchiano i valori dell'azienda e la sua cultura» ha scritto poi Blankfein in un messaggio a doppia firma con il direttore operativo Gary Cohn. «Tutti hanno diritto alla propria opinione» e che in un'azienda con oltre 30.000 dipendenti ci possono essere malumori è prevedibile «ma è una cosa spiacevole quando uno parla a voce più alta del normale e dalle pagine di un giornale». Blankfein e Cohn concludono scrivendo che «non siamo perfetti, ma rispondiamo in modo serio e concreto se c'è un problema, lo abbiamo dimostrato con i fatti» anche durante la crisi, quando la banca «ha avuto la sua parte di problemi».

 

 

 

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