Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Sorprendente affermazione del segreteraio del Pd. Nella polemica che è seguita alla prima sconfitta politica del M5s, in seguito alle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, il comico-profeta del movimento di cui è proprietario e il segretario del primo partito del paese (compreso il voto dei residenti all'estero è il Pd il primo partito per suffragi raccolti alla Camera) si sono scambiati due battute a distanze. Da una parte, spiazzato dalla mossa Pd, Grillo deve ora vedersela con una base che giustamente gli rimprovera l'autocrazia e l'insensatezza delle scelte (non votare il ballottaggio fra Schifani e il neo eletto deputato Grasso significa insostanza rinnegare alcuni dei principi per i quali il M5s ha ottenuto grande ascolto e consensi), dall'altra Bersani è pronto a fare del metodo Grasso-Boldrini un grimaldello per poter costringere tutti i rappresentanti dell'assise nazionale a parlare di temi concreti della politica al di là dei messianismi. In questo acceso confronto il primo ha detto al secondo che la mossa di candidare Bolldrini e Grasso è soltanto una foglia di fico, il secondo ha risposto con un'accusa che avrebbe dovuto inchiodare Grillo alla sua vocazione tatticista e autoritaria: "leninista".
Bersani, ovviamente, conosce bene il significato politico e storico del leninismo e sa bene che questo paragone con il movimento cinquestelle è del tutto inadeguato. Colpisce però la logica con la quale si trasforma una categoria del pensiero politico del novecento che è stata così a lungo appronfondita e coltivata, soprattutto in Italia, in un insulto. Forse per sottolineare ancora una volta una distanza culturale, ma non ce ne era bisogno, con una tradizione politica italiana dalla quale lo stesso Bersani proviene. Immaginiamo che, fra qualche tempo, verranno usati termini come "comunista", "marxista" per demonizzare l'avversario.
Il movimento 5 stelle nella sua deriva autoritaria impersonata (come noto in questo blog l'argomento è stato affrontato da oltre un anno) dal due Casaleggio-Grillo ha i caratteriti misticheggianti, maniacali nel controllo delle espressioni di ciascun adepto e nella proposta dei contenuti messianci, tipici dei movimenti politici che si alimentano di irrazionalismo e populismo. Certo, nel movimento cinque stelle ci sono anche tante altre cose e si dibattono valori importanti che sono ricondotti alle contraddizioni del sistema capitalistico globalizzato di cui facciamo parte. Ma non dei militanti a 5 stelle e delle loro istanze qui si parla. Ma della Weltanschauung di Grillo e Casaleggio e del loro modelo di organizzazione politica. Le visioni del cyber vate e del comico miliardario sono legate all'heimat, alla terra d'origine (anche papa Francesco è buono a prescindere perchè ha origini liguri e piemontesi), alla difesa indistinta dai rapporti di produzione di ogni categoria sociale, anche quando entrano in conflitto tra loro (vedi l'idea di abbandonare al loro destino i migranti), al populismo anti-Stato (magistrati peggio dei mafiosi), più tipici dei furori anti-sistema del partito nazionalsocialista (ad esempio contro Weimar) che del leninismo.
L'organizzazione messa in piedi da Grillo si è avvalsa solo di una propaganda di tipo leninista (piazze, web, cellule, realtà territoriali capaci di mobilitarsi ne rilanciare le parole d'ordine, penetrazione nelle grandi aree urbane e proletarizzate, come sono del resto oggi i precari, gli artigiani, gli studenti sine die etc.), ma di una sintassi organizzativa che con il leninismo non c'entra. Nel partito di Lenin, studiato e efficacemente rielaborato anche da Antonio Gramsci, si distingono alcuni caratteri davvero lontanissimi dalla visione di Grillo.
Il primo è quello dei quadri intermedi. Grillo non vuole un partito di dirigenti, o come avrebbe poi detto Gramsci, un esercito di capitani. Vuole gente che discute per poter arrivare alla più efficace soluzione per rappresentare le sue indicazioni. Anche quando queste, con il tempo, entrano in contraddizione. E qui citiamo solamente la polemica sull'autonomia dei deputati e dei senatori dal proprio partito in omaggio all'art.67 della costituzione, anni fa santificato dal comico genovese.
Grillo vuole gente che ad esempio voti in parlamento come lui indica e che non metta in discussione la linea del partito. Il centralismo democratico, altra brillante soluzione leninista per coniugare democrazia ed efficacia politica, in Grillo ha l'ordine dei fattori invertito. Prima c'è l'indicazione sua e di Casaleggio, poi la discussione su come implementarla. Direi che i quadri politici del movimento a cinque stelle, secondo Grillo, sono più vicini all'idea che in un'azienda di IT si ha del proprio personale qualificato. Il consiglio di amministrazione stabilisce che si deve ottenere un prodotto che ottenga un risultato e allora gli sviluppatori del programma lavorano al modo più efficace per architettare un software che raggiunga quell'obiettivo. Si scannano fra di loro, ma poi trovano una linea comune. Il momento di confronto democratico è affidato al come e non al cosa.
Infine c'è un carattere che radicalmente allontana il M5s dall'idea di un'organizzazione leninista. I quadri del partito di Lenin, oltre a concorrere a pieno titolo, una testa un voto, a tutte le cariche, anche alla leadership dell'organizzazione, sono presenti fra i media, pubblicamente e visibilmente, affrontano senza timore o retropensieri ogni occasione pubblica per portare alle masse, in ogni luogo e con ogni mezzo, le indicazioni e le elaborazioni del partito, secondo una precisa disposizione e secondo le caratteristiche di ciascuno. E poi, cosa che chiude definitvamente la questione, in Lenin esiste l'aborazione di una figura che è proprio agli antipodi della visione politica del movimento cinque stelle: quella del rivoluzionario di professione. Il partito leninista deve mettere insieme un gruppo di dirigenti che, nella vita, fa solo quello: politica, nella funzione organizzativa e di rapporto, loro assegnato dal partito, con le masse. Il m5s invece parla di mandati a tempo e classe politica e dirigenziale che si rinnova. Insomma se da una parte per Grillo devono cambiare tutti a rotazione tranne lui e Casaleggio ed esalta il dilettantismo nella politica, per Lenin il partito si rafforza se forma quadri professionalmente dedicati solo a questo, ma che, a differenza del sacerdote genovese, possono concorrere in ogni momento alla guida dell'organizzazione.
Insomma in Lenin esiste la mediazione (che è democratica per sua natura) di una componente aristocratica (nel senso greco e platonico del termine) e cioè un'avanguardia che prende su di sè il compito della rivoluzione. Per Grillo lui e Casaleggio sono inamovibili, servono solo dei dilettanti della politica capaci di irradiare il verbo del vertice in ogni istanza istituzionale. Alla fine Bersani ha confuso (ben sapendo di farlo) i professionisti in buona fede di Lenin con i dilettanti allo sbaraglio che Grillo vorrebbe avere (e mantenere).