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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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Renzi è un rivoluzionario. Lo dice Marx

Nella temperie di un momento personale difficilissimo riprendo a leggere e a scrivere qua e là. E mi viene da riflettere su una questione diventata quasi un canovaccio delle polemiche di questi anni. Chi è moderno e chi no nella politica italiana, rispetto le scelte sui temi del lavoro. Vediamone alcune: la nuova organizzazione a Pomigliano e Mirafiori, le delocalizzazioni, il nomadismo produttivo. La pretesa modernità, però, si configura sempre in soluzioni nuove che non toccano il ruolo dell'establishment al potere. E infatti è sempre il blocco storico dei partiti, delle forze sociali e degli interessi economici che guidano l'Italia o il mondo che, per rafforzare la loro posizione di dominio, sposano l'ideologia della modernità. E quante sono le comparse a colorare della loro presenza i dibattiti politici, economici, scientifici e filosofici! Gli economisti della voce.info e le loro battaglie sulla liberalizzazione del lavoro in nome della modernità, ad esempio. Non più salariati opposti al capitale, il loro Assoluto sarebbe impersonificato dai consumatori, gli oppressi di cui la sinistra avrebbe dovuto farsi carico. E quanta presunta modernità è narrata da personaggi tragici o ridicoli: il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, trombettiere delle ragioni dell'amministratore delegato della Fiat Marchionne, pronto a rottamare chiunque non sia moderno come lui. E poi i Sacconi, Bonanni e compagnia cantando.

 

Ma hanno ragione o torto a definirsi moderni? Marx dice di più: sono rivoluzionari. Rispetto ai modi di produzione storicamente inveratisi nel sistema attuale, il capitalismo prima giovane e rampante e ora maturo e soffocatore, ha una caratteristica unica: la dinamicità. Che lo porta ad abolire e a non considerare mai definitivo nessun processo di produzione. Dice testualmente Marx: "La sua base tecnica (del capitalismo, ndr) è rivoluzionaria".  E sostiene : "L'industria moderna non considera e non tratta mai  come definitiva la forma di un processo di produzione". Lo schema che permette al Capitale di aumentare l'accumulazione e con essa la propria capacità di dominio è semplice: utilizza le tecnologie e riassembla il processo di produzione in base a queste nuove tecniche e a nuove possibilità che la realtà storica offrono (vedi delocalizzazioni, sfruttamento immigrazione, etc.). Il suo carattere rivoluzionario è manifesto nell'agire. Ed è presente già nelle tre contraddizioni: nuova tecnica, nuova disciplina, ma vecchio modulo (divisione del lavoro).

 

Così si rende "naturale" un processo che invece è fortemente voluto dall'uomo e scontato nella sua valenza ideologica (il modo di rappresentare il pensiero di chi queste soluzioni produttive le ha evocate e volute o dei lori alleati storici) . Eppure quante volte abbiamo sentito ripetere che è naturale che certe cose non si facciano più in una data maniera, ma in un'altra, vista l'evoluzione della tecnica. Pomigliano, Mirafiori, Bertone, il lavoro si riorganizza in base alle esigenze del Capitale. La capacità di alternare tecniche e processi produttivi è la caratteristica di questo sistema. Più che dinamicità del capitalismo qui siamo proprio di fronte ad un carattere rivoluzionario del modo di produrre, perchè si sviluppa nel crepitare della battaglia per la produzione delle merci e di colpo sostituisce funzioni, competenze, pezzi di esperienza, materiali. Non è solo l'innovazione tecnologica. E' altro. Una caratteristica che nei modi di produzione pre-capitalisti non c'era. E' questa la modernità alla quale fanno riferimento gli alfieri del capitalismo moderno e che Marx aveva indicato nel Libro I del Capitale al capitolo XIII.  E quindi, una volta che le relazioni sociali sono intaccate da un nuovo modo di produrre, subentreranno le scelte di autocoscienza del capitalismo a propalare il diritto relativo alle nuove forme. Ecco i moderni, ecco la modernità. 

 

 Piccolo accorgimento del rivoluzionario ambito dei processi di produzione capitalisti: la divisione del lavoro non è scossa da questo vento rivoluzionario, resta quella di sempre. In effetti così può cambiare tanto (per bocca dei Renzi e degli Alesina), per non cambiare molto. E cioè: quello che conta rimane. da notare un'ultima cosa: i nostri corifei della modernità capitalista si dividono in due: quelli che sanno ciò che fanno e quelli che pensano di essere geniali innovatori al servizio degli oppressi. Liberarsi prima dei secondi e poi dei primi.

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