Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Un tema, non so dire se di estetica o di sociologia, è affiorato qualche tempo fa su un interessante blog filosofico. Mi pareva opportuno rifletterci perchè l'argomento, pur di non grandissimo rilievo, andrebbe trattato, a mio avviso, mettendo in rilievo il ruolo della produzione umana come produzione di pensiero e produzione di tecnologie. E qualsiasi processo analizziamo, in questo caso di valorizzazione del proprio corpo, dobbiamo farlo agganciandoci a quello che è accaduto storicamente. E' di minor rilievo, a mio avviso, quindi, andare a cercare se l'idea di avere impianti artificiali tipo peacemaker determini l'idea che poi si possa accettare il silicone. In realtà, secondo me, è un processo unico, che deriva da un processo antico che nasce con l'idea del corpo umano provvisto di un canone e quindi dall'idea antropologia del καλός καί 'αγαθός. Poi la le tecniche hanno determinato che la scienza medica si avvalesse di strumenti più potenti di quelli della scienza o dell'arte della cura del corpo. Ma spesso queste due idee si intrecciano ancora. Basti pensare alle finalità psico-sociologiche di ricostruzione plastica che si hanno sulle vittime di incidenti che deturpano il viso. La produzione umana è produzione sociale, è sempre riferita all'uomo in quanto membro di una comunità. E, in buona sostanza la diversa capacità produttiva (quella dell'antichità e quella dei nostri giorni) incide anche sull'autocoscienza delle discipline di riferimento. Ad un tale sviluppo produttivo corrisponde un'idea diversa di medicina e di arte della cura del corpo. A seconda dello sviluppo di questa tecnologia e quindi dei risultati che si ottengono si determina, in una nuova fase, un'idea diversa che gli uomini hanno di queste discipline e, nel corpo dottrinarie di queste discipline, un'autocoscienza diversa che esse hanno di se. Tutto in funzione del ruolo nella società.
Ecco cosa compare su
http://gottholdlessing.wordpress.com/2011/06/28/338/#comment-68
Molti sostengono (giustamente a mio avviso) che, nella chirurgia estetica, non è il corpo “inorganicizzarsi”, a divenire in parte extraorganico, a farsi “cosa”, ma è il silicone “vivificarsi” -a prendere vita, a spiritualizzarsi, a farsi concettualmente organico.
Ora, questa idea che impianti extra-organici possano essere introiettati nell’individualità di una persona non trova forse la sua radice nell’intervento medico (tipo pace-maker) orientato appunto a impiantare in un corpo un surrugato, un sostituto inorganico di una parte di esso? Non è stata necessaria -forse a livello inconscio- un operazione culturale che stabilisse “l’assimabilità” (dico a livello simbolico) di dei surrogati inorganici per una sostituzione di parti del corpo ?
Non si tratta, intendo dire, di mera possibilità tecnica: se una donna si fa impiantare delle protesi di silicone al seno è anche perché questo genere di atti ha subito una codifica sociale, sancendo “l’organicità in potenza” di certi materiali inorganici.
In sostanza, l’idea “medica” che una il corpo umano sia costituito da parti all’occorrenza sostituibili non può aver preparato una sovrastruttura giustificatoria per la chirurgia estetica?
Ecco la mia risposta
Io non direi che esiste un prima e un dopo e due diverse nature di interventi sul corpo umano (cioè prima il medico che compie un intervento con materiale non-organico, ma funzionale alla fisiologia umana e dopo l'intervento che assolve una funzionalità legata al gusto, giustificato ideologicamente dal primo).
Esiste una produzione di interventi nella storia della cura del corpo che appartiene al dominio della tecnica, vederli diversi è, per così dire, solo distinguere il diverso grado di capacità storicamente determinatasi con l'impiego di tecnologie diverse. Che differenza concettualmente c'è fra una parrucca che simula i capelli (sono esterni mica si possono mettere dentro) e il silicone che rigonfia da dentro l'alveo mammellare? Ma la parrucca è nata prima del peacemaker e forse la si usava cronologicamente più o meno contemporaneamente alle protesi di legno per gli arti amputati che assolvono la funzione per la deambulazione che assolve il contapassi artificiale per il battito cardiaco.
E quale è il confine fra arte medica e arte della trasformazione del corpo per essere vicini al conone di bello, maschile o femminile? Per esempio il dente d'oro che sostituiva il molare, come lo classifichiamo? E' intervento medico (ottimizza la funzione masticatoria), ma anche legato al bello umano. Sono espressioni di una tecnica che era sollecitata dalla stessa idea: corpo funzionale in un corpo bello.
Anzi, semmai, storicamente, nella cosiddetta produzione dei concetti, è stato il contrario: la medicina è poietica, è tecnica, è gerarchicamente inferiore (chirurgo è colui che lavora con la mano) rispetto alla praxis, l'arte di trasformare se stessi dentro e fuori, cioè nel contesto in cui si vive. Storicamente quindi, forse, l'idea di trasformare il proprio corpo per trasformare la propria funzione e collocazione sociale si è poi estesa all'arte (tecnica) medica. E ne ha messo in comune tecniche diverse. La magia, ad esempio, che attraverso un oggetto ci rende più belli o migliori o più efficienti, è di fatto una tecnica (a prescindere dal fatto che funzioni). Attraverso la pratica magica, che è una tecnica (come la tecnica medica che ha i suoi strumenti) si ottengono quei risultati che, con le mani e con il nostro corpo, non possiamo ottenere.