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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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Monti il Celestino olimpico che per viltade fece il gran rifiuto

BOLOGNA - Il no di Mario Monti alle Olimpiadi a Roma è sintomatico delle grandi difficoltà che ha questo governo a fare cose che vadano al di là della banale gestione dell'ordinario. Il presidente del consiglio, tornato dagli Stati Uniti, aveva detto che adesso avrebbe pensato a cambiare gli italiani e invece, proprio dalla faccenda Olimpiadi, abbiamo capito che il modo di fare italiano, caratterizzato dall'ignavia, ha contagiato lui e ha permesso però a noi di guardare a fondo le potenzialità del suo mandato. Che sono di bassissimo profilo.

 

Vediamo rapidamente: da Italia '90 ai Mondiali di Nuoto del 2009 tutte le grandi manifestazioni sportive italiane si sono risolte per lo più in un colossale fiasco. Unica costante: hanno arricchito i potentati di riferimento, le lobbies che di volta in volta hanno investito, grazie ad importanti entrature e lottizzazioni politiche, in quegli affari che non presentavano rischi: garantiti dallo Stato, a loro affidati proprio dallo Stato. Ai cittadini e ai territori sono rimaste, il più delle volte, le carcasse di quelle operazioni, spesso, mai utilizzate, oltre ai debiti diventati di volta in volta tasse e accise. La frenesia di qualche giornata di grandeur non ha per nulla pareggiato i conti: qualche albergatore felice, alcuni ristoratori soddisfatti, mentre chi ha programmato speculazioni, acquisizioni e grandi commesse è andato via col malloppo. Questi pochi fortunati non hanno poi nemmeno reinvestito i loro profitti in Italia o in prodotti o servizi destinati ad aumentare lo spessore economico dei territori trasformati da quei grandi eventi. Quei soldi sono finiti in mille rivoli, quando non hanno ingrossato i capitali e i profitti dei padroni di riferimento.

 

 Le figure che si stagliano su tutte in questi anni di sacco sportivo dell'Italia sono quelle di Luca Cordero di Montenezemolo, Evelina Christillin e Guido Bertolaso, protagonisti di Italia '90, I mondiali al Sestriere e i Mondiali di Nuoto. Inutile ripercorrere fatti e misfatti. Rappresentano le punte di diamante dei sistemi imprenditoriali più potenti del nostro paese che, di volta in volta, hanno dominato, si sono imblasoniti, hanno determinato politiche sportive, politiche sul territorio, abilissimi e speciali nel solcare il mare della politica e degli affari in nome (mai dimenticare come la spacciavano) di una missione per l'Italia.

 

L'incubo della Grecia, avvitatasi in una crisi drammatica esattamente dopo aver trasformato l'occasione olimpica del 2004 in un'opportunità per i gruppi profittatori di vivere le loro giornate di grazia e di profitto, è stato un monito troppo forte per Mario Monti che, evidentemente, non ha invece guardato a Barcellona '92, trampolino di un modello economico che, solo di recente e per altre ragioni, si è appannato. E allora per paura delle rapine, che cosa fa il nostro geniale e potente presidente del consiglio, colui che fino a qualche giorno fa minacciava di cambiare gli italiani? Semplice, chiude le banche.

 

Il no alle Olimpiadi (che pure si possono svolgere anche soltanto attraverso le garanzie dei privati, vedi Atlanta '96, dove il governo federale non tirò fuori un cent) svela quello che tutti temevano: questo governo è stato pronto a fare ciò che qualunque ragioniere avrebbe fatto persino con minor titubanza, mettere le mani alle pensioni, allungare la vita lavorativa di ciascuno di noi e imporre nuove tasse di effetto depressivo, ma non è capace di controllare questioni complesse e determinanti: quelle che permettono al nostro paese di tirarsi su.

 

E' facile dire no alle Olimpiadi. Difficile è dire sì alle Olimpiadi gestite come la grande occasione per rilanciare l'economia del nostro paese e rifondare l'etica d'impresa. Ci vuole coraggio, capacità e sapersi affidare non ai partiti legati ai potentati imprenditoriali che spartiscono e rubano, ma a persone serie, preparate e oneste. Eppure questo governo aspettava la fase tre che avrebbe dvuto significare il rilancio dell'economia, la ripresa. E quale migliore occasione che un evento che ci avrebbe messo nel 2020 al centro del mondo per un'intera estate, decisivo momento per un paese che ha ambizioni di rilanciare uno dei suoi asset fondamentali, il turismo? No, Monti, il pavido, ha detto che non ce la fa.

 

 E allora cosa sarà questa famosa fase tre? E quali saranno le grandi occasioni che la nostra economia sta cercando per rilanciarsi? Nessuno lo sa. Perchè per cogliere davvero una grande occasione, Monti, che non ha liberalizzato nulla, ha difesso le lobbies forziere di voti del centro-destra, facendo loro il solletico, avrebbe dovuto fare quello che in tanti si sarebbero aspettati. Dire no ai potentati legati ai nostri grandi gruppi di interesse e dire no ai partiti che sostengono queste oligarchie, privando tutti dell'atteso e previsto guadagno. Anzi, facendo peggio, avrebbe dovuto far vedere a questa gente che i fiumi di denaro sarebbero stati gestiti da altri in ragione degli interessi di una comunità e non per una parte di essa. Avrebbe avuto le banche contro, i partiti dell'ex maggioranza ferocemente contro, si sarebbe scatenata una guerra e un gioco al massacro in cui avrebbe avuto due possibilità: affidarsi ai soliti noti e trasformare l'investimento dello stato in un tripudio di furbetti oppure vincere e gettare le basi per la sconfitta delle forze storiche che in Italia hanno determinato negli ultimi decenni piani di sviluppo, processi di trasformazione del territorio e la natura dei rapporti di produzione. Avrebbe potuto perdere, ma anche cambiare il paese. Per non fare torto a nessuno, o per fare poco torto a tutti, ha preferito dire no. Così si spiega la furia degli ex Forza Italia che vedono sfumare affari e profitti, delle forze imprenditoriali che già pensavano al nuovo sacco e il sì soddisfatto di chi, da quella gestione sarebbe rimasto fuori, Lega in primis.

 

E allora di cosa ci rallegriamo? Di non aver avuto il coraggio di governare un evento-tipo, il grande appuntamento sportivo, solo perchè finora era stato gestito da mani ribalde? Monti sa che di quelle mani non può fare a meno. Meglio, nell'interesse dell'Italia, tenerle ferme. E chissenefrega se in questa maniera l'economia del paese va in stallo. Altro che uomo della provvidenza, questo Mario Monti è un Pilato, un Don Abbondio e non ha ha neanche la tragica statura letteraria di un Celestino V: quando ci ricorderemo di lui sarà davvero come un balenare d'ombre. Con questo gesto si è solo  iscritto di diritto nella parte in maschera di colui che fece per viltade il gran rifiuto. Ma non finirà in nessuna terzina incatenata. Sarà solo una metafora vivente di una certa modesta storia italica, priva di rivoluzioni e di teste tagliate. Casomai piena di qualche scrollata di spalle e di coltellate alle medesime. Ma questo significherà lo stesso fallimento: prima morale, poi economico.

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