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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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Maschere lumbard della politica: Bobo Maroni, come imparare da Monti

BOLOGNA - Dopo la riflessione a volo d'uccello sulla figura  del professore Monti, incarnazione del grigio lombardo di provincia, il caro collega Disks, ci ha inviato un post che indugia sulla maschera del politico lombardo, sempre della provincia di Varese, il Bobo, dedicato a Maroni, leader di minoranza della Lega Nord. Riceviamo e entusiasticamente pubblichiamo.

 

Come osserva implicitamente il titolare di questo blog attraverso la demolizione del mito posticcio di Mario Monti, ogni paese obbedisce alla propria tradizione culturale. Da noi il filone goldoniano si conferma inesauribile. La televisione, vera artefice dell’unità d’Italia e al tempo stesso certificatrice della sua perpetua divisione, produce di continuo tipi antropologicamente sempre più sofisticati, ad uso, appunto, dell’antropologia regionale. Monti è il docente bocconiano, che prova a fare le battute e non gli vengono, così come il suo predecessore era la macchietta dell’ilare industrialotto brianzolo, travestito da statista.

 

Si tratta, in effetti, di due maschere regionali: tel chì il Monti, il prufesur l’è minga un pirla, tel lì il Berlusconi, ma va a ciapà i ratt, balabiott. Però, antropologicamente parlando, il cumenda gradasso delle barzellette non può essere catalogato soltanto come un personaggio tra i molti della commedia dell’arte. Alla sua maschera - "Berluscone" lo smargiasso lombardo - Goldoni non avrebbe certo negato il ruolo di protagonista.

 

 Il canovaccio è da perfetta commedia degli equivoci: dentro c’è molto Plauto. In breve. Mario detto Ciccio, cialtrone e mitomane da osteria non privo di crudele malizia e alieno da scrupoli etici, si arricchisce a dismisura e assurge a politico internazionale per un’incredibile catena di assurdità, prima che la vanità e la lussuria lo perdano, smascherandolo e restituendolo infine agli occhi del volubile volgo, non più foderati di cotoletta alla milanese, al primigenio status di gradasso chiacchierone.   Il fatto qui rilevante è che il ganassa, lungo la sua parabola tuttora in corso, asseconda la vocazione di piccolo chimico e sdogana al governo un bestiario degno di un caravanserraglio, da lui domato a piacimento col denaro, col frustino del padrone e con gli ammiccamenti dell’impenitente goliarda. Compongono il circo tipi e sottotipi aderenti agli stereotipi etnici più abusati, ma quasi orgogliosi di incarnarli: fieri come fiere, spalancano fauci spaventevoli al vasto pubblico dei creduloni, che non ne nota i denti cariati e i capienti stomaci da sagra di paese.

 

 Sotto il tendone spicca, per grigiore e genuina volgarità, un animale di fattezze e grettezze comuni: il lombardus ridens, conterraneo del suddetto "Berluscone" e a lui spiritualmente contiguo. Un piccolo esempietto va riservato a buon diritto almeno a un esemplare di questa sottospecie governativa, che alligna all’ombra del potere anche in forza del luogo comune in voga da un ventennio: quello sul padano laborioso e disinteressato, figura antitetica al romano, scansafatiche e politico di professione, ergo ladrone organico alla Casta.

 

IL BOBO

Il Maroni Roberto detto Bobo, varesino come Mario Monti, soppianta nelle figurine Panini dei numerosi genii prodotti dalla fertile Lombardia un altro Bobo (oltre al Bobo calcistico lombardo d’adozione, il neoballerino Vieri): l’infelice milanese Craxi, figlio di cotanto scranno, schiacciato dal sempiterno ricordo del capostipite dei berluscoidi e dal latente senso della propria inadeguatezza. Invece il nuovo Bobo non è per nulla sfiorato dall’idea di non essere all’altezza delle notevoli ambizioni che lo animano. E se questo lo emenda dalla tristezza cronica del collega di soprannome, lo riveste pure, come la maggioranza dei berluscoidi, di una patina grottesca.

 

In gioventù indulge a frequentazioni sinistre (Democrazia Proletaria): presto disattese per imboccare la strada del secessionismo alla cassoeula con l’Umberto (Bossi), gli varranno la fama di uomo aperto a qualunque istanza, quando “Berluscone” gli affiderà nei suoi reiterati sgoverni i ministeri degli interni e del lavoro.

 

 Qui, però, non interessa tanto il cursus honorum, quanto la maschera regionale. Il Bobo è, pure nelle fattezze, l’avvocato di provincia, anzi di pianura: intelligentino e scaltrino, sgualcito negli abiti, nel portamento, nella barba, nella capigliatura e perfino nell’accento marcato, ma quasi mai fastidioso, ha l’abilità di fermarsi sempre sulla soglia del ridicolo, senza superarla. Non supererà mai, peraltro, neanche una mediocrità di orizzonti sociali mica tanto aurea.

 

Varese, che lo culla, è la riccastra cittadina di frontiera delle cartoline, con una squadra di basket che negli anni Settanta fa furore. Vi si vive bene: di là c’è la Svizzera per la benzina, di qua Milano per le serate e per le partite del Milan, in mezzo il Varesotto dei paesini e paesoni che sono stufi di pagare le tasse per i ladri di Roma. Il giovane avvocato dell’ufficio legale di un’azienda di cosmetici – reclama i mancati pagamenti - coltiva l’hobby del sassofono e intanto sviluppa un pragmatismo egocentrico: si fa paladino del crescente odio verso lo Stato patrigno. Salirà sul carroccio della Lega Lombarda, poi Lega Nord, con tanto di processo e condanna per un atto di insubordinazione verso quelle stesse forze dell’ordine che aveva diretto e che avrebbe diretto ancora da ministro, secondo consueto paradosso italiota.

 

Durante la lunga permanenza romana il Woody Allen del “Varesei” – tale è diventata nei ritornelli leghisti la terra d’origine, impoverita dalle insopportabili gabelle – ha modo di affinare l’arte oratoria. Nelle arringhe televisive, dietro la lente spessa ma dalla montatura trendy (da Andreotti alla Gelmini varrebbe la pena di tracciare una fenomenologia degli occhiali in politica), si atteggia a saggio amministratore e a saggio contraltare della deriva eversiva bossiana, salvo strizzare l’occhio al sedicente popolo padano negli appositi comizi rurali. La sua saggezza, in realtà, emerge più che altro nei confronti degli amici e delle amiche del "Varesei", che premia da tempo con poltrone e poltroncine nelle banche, nelle asl e nei gangli del potere locale, sicché la porzione di Varesotto a lui appaltata ormai sembra un Varesundici.

 

Il tratto distintivo del Bobo, ora che veleggia verso i sessanta e che appare assai peggiorato dalla consuetudine al comando, è in conclusione il parossistico degrado dei tratti dei suoi conterranei, inclini nei loro migliori prodotti originali o adottivi (vedi la famiglia Borghi, i mecenati dello sport locale) a generosità e lungimiranza e nei peggiori a ritenersi superiori alla folla, che guardano dall’alto in basso, perché loro hanno fatto i soldi e tanto le tasse non le pagano, perché non è giusto.

 

Il Bobo è di quelli che ridono delle proprie discutibili facezie ancora prima di averle completate. Non è sgangherato come il lecchese Castelli, né scurrile come il varesino del contado Bossi, né ignorante come il di lui virgulto Trota, né orchesco come il bergamasco Calderoli, né inetto come la bresciana Gelmini, né raggiunge il livello di spocchia del sondriese Tremonti. Ma è ormai un ganassa di periferia, un ras che si compiace di sembrare buono e giusto e di nascondere il proprio grigiore dentro il sax della sua vecchia band. L’altro varesino Monti, non meno grigio di lui, gli può insegnare meglio di tutti come si consegna uno Stato nelle mani delle banche. E Bobo l’apprendista, che cova malcelate aspirazioni di capo del governo, sta imparando benissimo.  

 

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L
lumbard avetenfettato tutta litalia da alzano
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L
Lumbard?? PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR.............................................ttaccatevvalucehezz
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L
lumbard son terrun e vi madno sto scorejonprrrrrrrrrrrrr