Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
Il modo in cui una nazione assiste al racconto dei grandi eventi somiglia al modo in cui una nazione viene vista, viene rappresentata. Abbiamo un'idea dell'Italia e della cultura italiana, ma questa deve essere sempre aggiornata. Chi ci segnala la direzione culturale in cui stiamo procedendo spesso è un grande evento raccontato dai grandi network. Un grande network che narra un evento ha la forza di imporre una visione delle cose, ma al tempo la forza di rappresentare quello che, in un certo senso, l'utente medio vuole sentirsi narrare. E'un gioco sottile: chi fa televisione, ad esempio, è consapevole che spingere troppo verso una direzione significa poter perdere l'attenzione o la sintonia dei propri ascoltatori. Ma nel frattempo, scegliendo cosa dire e come raccontare una determinata situazione, si incide e si creano le condizioni per la modifica delle sensibilità comuni. Nei mesi e negli anni si cambia così il profilo culturale di un popolo nelle sue grandi linee. Se utiliziamo questo schema per leggere con buona approssimazione, con uno scarto accettabile, quanto una nazione si senta ciò che è, potremo dire che la somma dei caratteri culturali rappresentati nei grandi eventi è tanto più significativa quanto maggiore è il suo ascolto, specie in condizioni monopolistiche o oligopolistiche. Una tivvù che racconta qualcosa di un grande evento non immediatamente centra il profilo medio di un popolo riguardo le sollecitazioni che quell'evento suscita. Ma ci si avvicina, rappresenta una tendenza, un cammino, un percorso che, dal momento della diffusione di quel testo (tanto maggiore è la penetrazione di quel testo) si compirà proprio verso quella direzione.
Quando noi ci chiediamo che fine farà la sensibilità musicale nel nostro paese non dobbiamo solo far riferimento a qualche ricerca, come una di quelle apparse recentemente, che dimostra, ad esempio, la ripetitività della musica pop, gli accordi sempre uguali utilizzati nella media delle canzoni ascoltate negli ultimi anni. Dobbiamo anche guardare a cosa ci propone la televisione o cosa ignora quando si trova di fronte un avvenimento che può essere vissuto in molti modi perchè ogni grande evento ha in se possibilità teoriche di commento a diversi registri, citazioni oppure omissioni.
Questa premessa per dire che un paese ad alta culturale musicale, quale è stata ed è ancora l'Italia, sembra destinato a ricevere sempre più spinte che sposteranno fuori dalla propria naturale collocazione il baricentro della propria sensibilità. Passiamo all'esempio a cui tengo. La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra è stata commentata per Sky da un giornalista come Beppe Severgnini, conoscitore della cultura anglosassone e da Carlo Vanzini, telecronista à la page. Mi ha colpito un particolare: c'è stata molta attenzione nel descrivere, o per lo meno ad accennare alle star della musica, della cultura, del cinema presenti o citate nella grande narrazione dell'evento. Ma alla comparsa fugace sulla pedana di direttore d'orchestra della vasta ensable che ha animato la ricca musicalità della serata, silenzio. Si è preferito indugiare piuttosto su Mister Bean che alla tastiera scandiva la nota ripetitiva che scandiva il tempo dell'esecuzione del main theme di Momenti di Gloria. Tanto che il commento di uno dei due è stato: "quello che sta facendo mr Bean l'avrei potuto fare anche io". Fondamentale. E poi giù complimenti alla capacità britannica di spendersi nell'autoironia, mentre il comico inglese, che a me ha sempre fatto ridere poco e niente, alternava motteggi e dissacrazioni ad amplio raggio.
Bene: nessun commento e nessuna indicazione su quella pedana, comunque vigorosamente rappresentata. A dirigere temi moderni e pop c'era, inconfondibile, Simon Rattle, attuale, primo e unico (finora) direttore stabile inglese dei Berliner Philarmoniker, l'orchestra più prestigiosa del pianeta. Fino all'arrivo di Rattle i Berliners sono stati la più tradizionale ensable, per sonorità espresse, autorevolezza e repertorio, nonostante la presenza di Claudio Abbado di cui Rattle ha rilevato il testimone. Rattle ha addirittura introdotto un repertorio inaudito per quella tradizione, aprendosi persino al pop in qualche discussa rappresentazione, mantenendo con l'orchestra un rapporto poco autoritario e davvero democratico. Insomma una vera rivoluzione culturale (al pari di quelle rappresentate dai grandi temi della cerimonia inaugurale dei Giochi di Londra) portata da un inglese nel tempio della musica europea. Quale occasione migliore per citare, anche se brevemente, uno snodo dei nostri tempi, quella di vedere all'opera la sagoma riccioluta del grande Rattle? Invece no. Lisci. Severgnini (sul cui spessore culturale nessuno dubita, vanta pure collaborazioni con il Goethe Institut) e Vanzini hanno preferito le smorfie di Mister Bean. Come disse un arguto rivoluzionario la storia può ripetersi in farsa. La nostra sensibilità musicale, se verrà rappresentata in questa maniera finirà davvero così, in farsa. Ma non sarà Falstaff.