Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Il sottosegretario Michel Martone è l'uomo al centro di tanti commenti per quella frase da ancien régime berlusconiano: "Dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perché vuol dire che almeno hai fatto qualcosa". Inutile ripetere la sua biografia, le sue amicizie dalle quali ha tratto questa Weltanschauung che si traduce spesso in volontà di potenza declamatoria condita da pochi fatti. C'è chi, come Massimo Gramellini, su "La Stampa", l'ha fustigato, chi lo ha lodato come Stefano Zecchi su "Il Giornale" chi ha preferito ignorarlo come Michele Serra su "La Repubblica" parlando invece della questione comunque sollevata: studiare per diventare un buon perito industriale, studiare per cercare di rendere il proprio percorso di apprendimento e quindi, in senso più generale di formazione, compatibile con un lavoro manuale, ha dignità perlomeno pari allo studio universitario (che poi i cammini possano anche alla fine coincidere è un altro paio di maniche). In molti sottolineano (come accadeva anche per le affermazioni dei numi tutelari del giovane Martone, Brunetta e Sacconi) l'aspetto anti-conformista di certe riflessioni: in realtà perdere tempo all'università o catturare una laurea inutile è peggio che indirizzarsi verso una carriera dal profilo professionale certo. Inseguendo, così, quello che è un modello tuttosommato italico, nazione costruita sul lavoro, sulle professioni, sull'artiginato, sulle brillanti eccellenze della praticità. A parte il sapore da filosofia delle corporazioni, con tutto quello che questo termine ha significato per la storia politica del lavoro italiano, ci sarebbe semplicemente da fare una constatazione che, a fatica, ho visto emergere fra i commentatori.
Diamo per scontato l'intento rivoluzionario, in odore persino di marxismo, e perciò contro la divisione classista del lavoro, da parte del giovane Martone. Resta una prassi che è sostanza esattamente come il contenuto che viene proposto: per affermare qualsiasi concetto, sia pure progressivo, Martone, come poi hanno fatto sempre Brunetta, Sacconi e la cosiddetta tradizione italiana dei riformisti lib-lab, adotta il metodo di generare una divisione fra classi artificiosamente costruite.
E allora ecco gli sfigati di Martone contrapporsi ai virtuosi frequentatori degli istituti professionali, i fannulloni di Brunetta contro gli operosi lavoratori per lo più nel privato, i precari di cui vergognarsi con i precari che accettano anche contratti ad un giorno e le relative angherie del padrone senza vergogna, i sindacalisti cattivi emarginati da Sacconi contro quelli bravi buoni e ubbidienti. Insomma ogni idea, per questi avanzi del craxismo, deve generare divisione fra i lavoratori, ogni affermazione è tesa a creare steccati fra coloro che oggettivamente sono accumunati da uno stesso destino produttivo e di sfruttamento. Vinca il migliore o chi si addatta alle nuove trasformazioni alle quali, questi competitori emarginati, non hanno diritto, ovviamente, di partecipare o che non possono neanche lontanamente determinare. Risultato: invece della lotta di classe viene promossa la guerra tra sfigati.
E' stato il virus demoniaco iniettato nella nostra società dal craxismo e dal berlusconismo: alimentare l'odio fra poveri, creare categorie di plastica che rimodellino le oggettive contrapposizioni determinate dai modi di produzione. Questo è l'obiettivo di questi "professori" o perlomeno la cultura diffusa della quale sono pervasi e che emerge ogni volta che comunicano un concetto. Operazione che è ben lievitata, alimentata quell'humus corporativo che è diretta discendenza del fascismo. Basta anche aver fatto un istituto tecnico, anzi, basta essere stati in fabbrica o nei campi o in un call center per capirlo. Davvero, in questo caso, la laurea è inutile.