Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Non sono nemmeno trascorsi quattro mesi dalla morte di Steve Jobs che, per una parte spensierata della sinistra italiana, il manager che ha creato Apple è diventato un riferimento ideale, addirittura un'icona. Aggrappati al memorabile Stanford speech - che terminava con il famoso "Siate affamati, siate folli" - persino molti dirigenti dei partiti di sinistra hanno intravisto nel grande imprenditore-inventore un modello di umanesimo tecnologico, il portatore di nuove istanze di civiltà. Quell'appello, insieme anarchico e calvinista, rivolto ai laureati di una delle università più prestigiose, ha fatto breccia nelle coscienze di tanta gente e rafforzato l'idea che il vero sogno americano era ed è ancora possibile, assieme ai valori moderni di emancipazione legati all'inventitiva e alla trasformazione del presente così greve e così segnato dalle miserie dalle quali proviamo a fuggire.
Esaurite, magari con un bel sospiro sognante, queste riflessioni fascinose, può essere capitato a qualcuno dei gioiosi adepti del Jobs-pensiero di imbattersi in articoli come quello apparso su "La Repubblica" di venerdì 27 gennaio (pagina 43 di R2) che descrive le condizioni di produzione in uno dei tanti stabilimenti che assemblano Ipad in Cina. Il testo è una traduzione di un'inchiesta apparsa sul New York Times. La fabbrica in questione è la Foxconn i cui impianti sono situati a Chengdu, oltre 10 milioni di abitanti, quinta città della Cina, capoluogo della provincia sud occidentale del Sichuan, dove nacque Deng Xiaoping.
Si parla di "Fabbrica-lager", esplosioni che colpiscono i lavoratori con conseguenze mortali e con incredibili mutilazioni, uso di polveri tossiche per la lucidatura degli schermi dei tablet, orari di lavoro di oltre dodici-quattordici ore, quasi sempre sette giorni su sette, dormitori d'impresa che raccolgono settantamila lavoratori, spesso ammassati in venti per bilocale. A Chengdu, tra il gennaio e il novembre del 2010, mentre Steve Jobs era al timone della Apple, nel luogo dove i prodotti della sua commovente genialità venivano effettivamente realizzati, il comandamento "siate folli" pronunciato a Stanford, veniva interpretato nella maniera più radicale da 14 operai della Foxconn: suicidio a causa delle condizioni di lavoro. Nello stesso periodo decine e decine di altri tentativi di autosoppressione, per scampare alle follie di quel sistema produttivo, andavano a vuoto, producendo comunque devastazioni personali, fisiche e infine trasmesse nei rapporti sociali che queste altre persone avevano intessuto.
La policiy di Apple ufficalmente diffida le aziende fornitrici dal realizzare i prodotti in condizioni di sfruttamento. Ma quello che avviene in Cina può facilmente cadere nell'oblio. E, come si racconta nel testo dell'articolo, "negli stabilimenti che riforniscono Apple - secondo i resoconti ufficiali - si contano sempre almeno un caso di violazione delle norme stabilite dalla Apple stessa". Inoltre, secondo un ex manager della Foxconn Technology, propaganda a parte, "alla Apple interessa solo aumentare la qualità del prodotto e abbassare i costi'".
A fronte di questi resoconti come è possibile che i radiosi e appagati adepti del Jobs-pensiero non mettano insieme le due cose. E cioè: cosa sarebbe stato delle geniali innovazioni del grande Steve se queste mirabìlie fossero costate il doppio o il triplo? Cosa sarebbe stato del genio di Jobs se quanto immaginato non fosse diventato un prodotto di largo consumo, aiutato da un prezzo, a sua volta frutto di una selvaggia riduzione del costo del lavoro?
Chi avrebbe parlato di Steve Jobs come trasformatore della civiltà del comunicare se gli strumenti prodotti dalla sua azienda non avessero avuto un accesso planetario e se, al contrario, a causa dei prezzi proibitivi, fossero stati ridotti al rango di meraviglie della tecnica utilizzabili solo da grandi agenzie, centri di ricerca o rarissimi e eccentrici miliardari? Cosa sarebbe dell'Ipad se fosse rimasto in mano solo a un centinaio di persone al mondo e non a centinaia di milioni? Quello che per la nostra civiltà è un astronave al cospetto di un automobile? Probabile.
E cosa ne sarebbe della merce Ipad se fossero o fossero state diverse e migliori le condizioni dei lavoratori che ne producono o se questi stessi lavoratori impiegati per costruire lo stesso numero di esemplari di tablet fossero in numero maggiore e quindi se avessero lavorato senza straordinari, con turni di sei-otto ore e un riposo di almeno venti? E cosa accadrebbe al costo del manufatto se l'azienda produttrice avesse assicurato locali decenti e sicuri, una mensa adeguata, stipendi simili a quello della media dei consumatori ai quali il frutto del loro lavoro viene destinato?
E, infine, come un imprenditore, un manager, sia pure soltanto un "creativo", poteva ingnorare che nell'immaginare un prototipo non avrebbe potuto prescindere dal predeterminare quell'oggetto per la produzione? E quindi nel materiale, nei componenti, nei meccanismi di montaggio, in modo tale che quel preciso e determinato oggetto da lui creato fosse fabbricabile a costi concorrenziali per il mercato globale, diventando così merce? E come ignorare che per ottenere quel risultato si doveva far ricorso ad un'offerta per i fornitori che non poteva che indurre meccanismi selvaggi di sfruttamento? E allora, come possiamo separare i momenti della Apple filosofia, Jobs-pensiero buono da una parte e logica aziendale cattiva dall'altra? Una filosofia che, tra l'altro, ci rende tutti controllabili (noi che il tablet possiamo comprarlo), ma che rende da subito schiavi coloro che il tablet devono produrlo. E come non riflettere che quel medesimo prodotto è tale per il valore aggiunto, reificatosi, fattosi cioè oggetto, grazie al sacrificio di centinaia di migliaia di lavoratori? E vedendo quelle fabbriche, leggendo quei rapporti, come non notare che questi operai lavorano gratis per la maggior parte del tempo, creando quel plusvalore che permette ad Apple di sbaragliare la concorrenza, visto che la sussistenza primaria dei lavoratori cinesi viene saldata in salario dopo appena un quinto o un sesto della giornata di lavoro?
Come non pensare che dietro questa logica c'è la spinta incontrollabile del regime del capitale che impone a tutti, geni, apostoli, sfruttatori o filantropi di doversi piegare alle logiche del profitto che impongono, a prescindere dalle volontà singole, un comportamento non emendabile nella determinazione dei rapporti di produzione? Come non immaginare che, senza il mister Hyde che toglie vita e futuro agli operai cinesi, il macilento asceta Jobs non avrebbe avuto nè spazio, nè fortuna, nè modo di esistere? Come non notare la stretta connessione tra Jobs creatore di una nuova e feconda civiltà e Jobs oggettivamente complice di una barbarie senza un briciolo di umanità? "Siate affamati, siate folli" diceva agli studenti di Stanford, ma il suo sogno di follia e fame, di suicidi e miseria, è stato davvero realizzato solo a Chengdu.