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Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia

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La Camusso, l'accordo del 28 giugno e... "La questione ebraica"

BOLOGNA - L'approvazione dell'accordo interconfederale sulla rappresentanza sindacale del 28 giugno 2011 prevede l'applicazione della firma dei contratti collettivi aziendali sulla base del sì dei rappresentanti sindacali. I delegati firmano un accordo con l'azienda e di fatto, diventa già operativo. Niente referendum, tranne casi limite, nessun giudizio dei lavoratori: deleghe in bianco. Questo accadrebbe nei luoghi di lavoro dove siano presenti delle Rsa, ossia le rappresentanze sindacali scelte fra i candidati delle singole organizzazioni e che, appunto, rappresentano i propri iscritti (non i lavoratori nel loro complesso). Insomma nel proprio posto di lavoro, riguardo il proprio lavoro, il cittadino-lavoratore perde i suoi "diritti" universali (quelli per i quali si battono liberali e democratici e che sono scritti nelle varie carte dei diritti dell'uomo e nei principi della cosiddetta democrazia liberale).

 

Che curiosa contraddizione: chi è favorevole a questa nuova concezione della democrazia in fabbrica è invece contrario (e magari è tra quelli che propone dei referendum) alla legge "porcata" che impone nelle liste dei partiti l'elegibilità in base non alle preferenze ma all'ordine di presenza in lista imposto dalle segreterie dei partiti. Insomma quello che decidono i partiti non va bene, ma quello che decidono i delegati (senza quindi esporsi al giudizio dei lavoratori, al pari dei candidati delle elezioni politiche) che auto-approvano il proprio operato, invece va benissimo.

 

E' solo un'apparente contraddizione. In realtà è un coerente caso di specie individuato, a suo tempo, sempre da quel valente giornalista tedesco (di cui ho trattato nell'articolo di ieri) e che ne scrisse nel 1844. La rivista che ospitò l'intervento al quale mi riferisco uscì in un solo numero, venne edita a Parigi e aveva un titolo tedesco che qui traduciamo: Annali Franco-Tedeschi. In questo articolo, intitolato "Sulla questione ebraica", Karl Marx affronta la polemica relativa ai provvedimenti prussiani discriminatori verso i cittadini di religione ebraica. Ma supera anche l'impostazione del cosiddetto pensiero liberale.

 

Lo Stato moderno, quello nato dalle grandi dichiarazioni dei diritti, ritiene che l'appartenenza ad una determinata sfera religiosa sia alla pari della nascita, della professione, della cultura, irrilevante ai fini della partecipazione di ciascun membro alla sovranità popolare. Tutti sono uguali, perciò. Giusto così? Giusto, ma solo in apparenza. Perchè non basta questa condizione a superare le discriminazioni.

 

L'uomo reale, infatti, secondo questa concezione, ha una sorta di doppia vita: da una parte"nella comunità politica si considera come ente comunitario, nella vita sociale agisce come uomo privato". Cioè le disuguaglianze restano, mentre ci pensa l'apparenza formale dell'universalità a rendere tutti uguali sia di fronte alla legge e sia nella sovranità politica.

 

Quale imbroglio: "quello che dovrebbe essere il vero affare generale", l'organizzazione di forze e energie in funzione di finalità produttive comunitarie è relegata ad una questione privata. E' proprio nella società civile che dovrebbe essere tesaurizzato il valore dell'individuo nella sua eguale dignità alla partecipazione alla vita della comunità. Invece l'uomo astratto è accolto nel paradiso delle uguaglianze, l'uomo concreto viene lasciato solo. "Una monade... ripiegata in se stessa".

 

Quello che Marx diceva delle dichiarazioni dei diritti dell'uomo e del cittadino delle rivoluzioni francesi e americane si può dire, con una comprensibile vertiginosa caduta, dell'accordo che Susanna Camusso ha consegnato alla Confindustria e ai sindacati amici: "La sfera nella quale l'uomo si comporta come ente comunitario" (e cioè il lavoro come dignità, come realizzazione dell'individuo, come legame con gli altri individui e la produzione e cioè come elemento sociale) è tanto degradata che "non l'uomo come citoyen, bensì l'uomo come bourgeois viene preso per l'uomo vero e proprio". E infatti, per certi democratici, vale bene indignarsi se i partiti scelgono in-vece dei cittadini i loro rappresentanti, ma bisogna, invece, applaudire, se i delegati sindacali approvano i contratti che loro stessi firmano in-vece dei lavoratori su una questione essenziale: il lavoro, appunto. Quando si tratta della celeste vita dei diritti politici universali la sovranità appartiene al popolo, quando invece si toccano i nessi sociali che determinano la differenza di classe e la differenza di ruoli in un meccanismo produttivo, il cittadino scompare e diventa l'uomo singolo, l'infimo, alle prese con gli egoismi personali e sociali contro i quali fatica ad opporsi, non potendo partecipare, in egual misura di altri, alla sovranità sociale.

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