Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
BOLOGNA - Lo scorso anno Eugenio Scalfari paragonò Berlusconi a Mecky Messer, protagonista dell'Opera da Tre Soldi di Brecht. Mecky Messer è il noto criminale che frequenta i basi fondi di Londra e ritaglia il suo ruolo mescolando le cattive e delinquenziali abitudini di un certo potere (in contatto e protetto dalla polizia locale) con un abiente di degrado che avvolge l'intera opera. "Die Moritat von Mackie Messer" è il celeberrimo prologo in cui il protagonista (alla fine addirittura nominato baronetto) è descritto in questa maniera:
così mostra i denti il pescecane/ e si vede che li ha/ Mackie Messer ha un coltello/ ma vedere non lo fa
Ha condiviso lo spirito di questa allegoria Paolo Flores D'Arcais, il direttore di Micromega. Non la trovo sufficientemente calzante, anche se la suggestione dei bassifondi e l'ambiente delle prostitute legate al capolavoro brechtiano conferiscono un registro alto rispetto alle note incontinenze del nostro presidente del consiglio; ma l'aspetto è marginale, vista l'Opera ben più remunerativa del Cavaliere di Arcore.
Credo che il paragone più calzante sia invece quello di Napoleone III, Luigi Bonaparte, diventato imperatore dei francesi dopo una serie fallita (e ridicola) di tentativi di colpi di stato. Si spacciò inizialmente per liberale e si iscrisse ad un'associazione segreta, la carboneria, dove aveva giurato di difendere la libertà, si impossessò di un ruolo inadeguato al suo valore: dopo le elezioni vinte approfittando di un clima bonapartista (in ricordo dello zio) e con l'appoggio della destra, divenne presidente, sciolse l'Assemblea, nel 1851 fu dittatore e quindi imperatore: portò la Francia al disastro di Sedan, umilandola contro la Prussia, si distinse per la feroce repressione dei democratici e dei rivoluzionari (filo papalino contro la repubblica romana), appoggiò i tiranni del mondo come Massimiliano I in Messico, poi tardivamente cercò di fargli la guerra (Massimiliano venne però giustiziato dal suo popolo). Venne chiamato Luigi B. il piccolo (da Victor Hugo), morì in esilio e tutt'ora è sepolto in Inghilterra (cosa insolita per un imperatore francese).
Nicolao Merker, storico della filosofia, quando parla di Luigi B. il piccolo cita "la megalomania personale unita al patrocinio degli interessi economici di un capitalismo imprenditoriale di rapina". E' stato l'oggetto di un pamphlet, oltre che di Hugo, anche di Karl Marx, il celeberrimo "Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte", che paragonava il colpo di stato del piccolo B. a quello del 1799 con il quale Napoleone (il Bonaparte vero) salì al potere (18 brumaio era il 9 novembre del calendario rivoluzionario di allora).
Scrive Marx del piccolo B: "Spinto dalle esigenze contraddittorie della sua sítuazione e costretto, in pari tempo, come un giocatore di prestigio, a tener gli occhi del pubblico fissi sopra di sé con delle continue sorprese, come surrogato di Napoleone, e a far quindi ogni giorno un colpo di stato in miniatura, Bonaparte sconvolge tutta l'economia borghese; mette le mani su tutto ciò che era parso intangibile alla rivoluzione del 1848; rende gli uni rassegnati alla rivoluzione e gli altri desiderosi di una rivoluzione; in nome dell'ordine crea l'anarchia, spogliando in pari tempo la macchina dello Stato della sua aureola, profanandola, rendendola repugnante e ridicola". Notissimo poi l'incipit di quel testo: "Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc invece di Robespierre, la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795 il nipote invece dello zio. È la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la seconda edizione del 18 brumaio!"
Nel nostro caso è certo che il piccolo B. è la farsa, resta da attribuirgli la tragedia di riferimento.