Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
Grande delusione per l'intervento della senatrice Rita Ghedini (Pd) ad un dibattito sui problemi del lavoro al quale hanno preso parte (venerdì 21 ottobre a
Sasso Marconi) anche i rappresentanti di Cgil-Fiom e Cisl-Fim bolognesi. Delusione soprattutto quando si è affrontato il tema della democrazia nei luoghi di lavoro. Abbiamo assistito ad un
equilibrismo tecnico da quadro o dirigente di una cooperativa, anzichè una stimolante ricerca di idee e proposte che desse ragione della vitalità dell'opposizione. Il problema degli accordi del
28 giugno (che consente in molti casi l'esclusione del giudizio dei lavoratori rispetto gli accordi firmati dalle sigle sindacali), contestati da tanta parte della società, intellettuali,
studenti e lavoratori è il nervo scoperto di quella parte della sinistra che, di fronte alle grandi sfide, e al coraggio che la grande crisi impone, svolge solo il compitino. E sbaglia.
La senatrice Ghedini sostiene che il tema della democrazia nei luoghi di lavoro riguarda solo la questione della rappresentatività e che appartiene alle autonome scelte che compiono i
sindacati. Non avverte, la senatrice Ghedini, la profonda contraddizione fra chi indice dei referendum per battere la logica del porcellum che consente ai partiti di scegliere i propri
rappresentanti (senza passare dal giudizio degli lettori), e l'assurda pretesa di certi sindacati di rifiutare (a meno che questo si verifichi, come a Pomigliano e Mirafori in condizioni di
ricatto e paura) un confronto diretto con i lavoratori. Con questo principio a Cisl-Fim ha sostenuto che gli accordi separati sottoscritti non dovessero essere soggetti al giudizio dei
lavoratori, con questo criterio la Cgil di Susanna Camusso (fischiata venerdì dagli operai), ha firmato un'intesa, il 28 giugno che impedisce ai lavoratori di pronunciarsi in fabbrica se il
sindacato decide di accordarsi senza chiedere pareri.
Rita Ghedini ha gelato un dibattito che invece cercava di richiamare le mille energie e i tanti valori che la crisi ha rimesso in movimento. Analisi e valori alternativi al sistema di
deregulation e liberale sposato per anni anche da chi si proclamava di sinistra. Per la Ghedini non si può mettere sullo stesso piano un criterio di scelta che implica la delega presso
un'istituzione da parte di un corpo elettorale (le mancate preferenze nelle elezioni politiche) con quello dell'approvazione di un accordo (che è in mano comunque a delegati liberamente
scelti). Scolasticamente è stata richiamata la differenza fra orizzontalità e verticalità della rappresentatività. Concludendo che la logica di far votare sempre tutti su tutto sarebbe populista.
Si è beccata la piccata reazione di sindacalisti e lavoratori. Ma non è questo il problema.
Il problema è che Rita Ghedini ha scelto, in questo modo, di schierarsi con coloro che ignorano che questa crisi accentua, ancora di più, il carattere di classe della società che si va
ricostruendo. La concezione sulla quale la Ghedini glissa è essenziale: l'uomo è un'ente la cui essenza è nella produzione (pensiero e opere) intesa nel suo doppio lato: individuale e sociale,
transindividuale, diceva Althusser. Il luogo per eccellenza dove questa essenza viene sviluppata è il luogo di lavoro. Questa società, in vario modo, a vario titolo, è pervenuta al dominio del
capitale su chi cede la sua forza lavoro. La grande sfida, soltanto basata sui rapporti di forza, è sul controllo dei mezzi di produzione e delle modalità produttive.
Da una parte l'ideologia che sostiene il dominio del capitale ci dice che siamo tutti uguali di fronte alla merce: possiamo essere solo consumatori o venditori che cedono la propria merce,
la forza lavoro. In questa relazione tipica della società capitalista vale un criterio di uguaglianza. Ma è un criterio artificioso. Per il quale è giusto arrivare a scegliere i
propri rappresentanti politici secondo un criterio di eguaglianza formale che dalla relazione merce-denaro trasmigra nelle istituzioni politiche. Ma, d'altra parte, quando ci spostiamo
nell'ambito della produzione e del controllo di essa, questi criteri non valgono più. La democrazia prende strade tortuose, inspiegabili. Non vale più il criterio egalitario, ma un criterio
diverso, di concorso proprietario ai rapporti di forza, secondo le schema capitale-lavoro.
In questo senso le sigle sindacali e il padronato immaginano di poter gestire una relazione che nasce antagonista e con un dominatore. Ma se si accentua il carattere formale di questo rapporto di
forza, c'è una conseguenza semplice: si escludono le potenzialità e l'espressività del soggetto venditore di forza-lavoro che viene sempre più offuscato nella sua legittima aspirazione e
nella sua forza trasformatrice. Questo pericolo diventa micidiale in una realtà come quella attuale dove meno del cinquanta per cento dei lavoratori si riconoscono nelle sigle sindacali. E quindi
il rapporto che si incrosta attorno alla delega di rappresentatività è un simulacro, sempre più lontano dalla autentica espressività dei lavoratori che si trovano in una condizione
difficilissima: avere consapevolezza della propria reale funzione e poi, acquista questa coscienza, farla diventare in prassi politica e trasformatrice (rivoluzionaria o riformista).
Non è sorprendente ascoltare Rita Ghedini affermare che gli accordi del 28 giugno sono uno sparti-acque. Sorprende trovarla dalla parte sbagliata di questo spartiacque. Con quegli accordi viene
stravolto il rapporto di forza necessario per la determinazione del conflitto sui luoghi di lavoro. Ci si illude sperando di ottenere concertazioni quali che siano. Mentre, dall'altra
parte, i padroni fanno i padroni, si sganciano dalla Confindustria, come Fiat, e sciolgono l'obbligo di tenere fede a quella rappresentatività in cui solo i lavoratori dovrebbero credere. I
lavoratori d'altro canto, di sconfitta in sconfitta, si riconoscono sempre meno nei sindacati.
Ma per la Ghedini in fabbrica non si deve cercare di rafforzare le deleghe con un autentico e verificato rapporto fiduciario. E qui il confronto con il porcellum acquista forza: sempre più
vuote rappresentanze, portatrici di interessi che cominciano a diventare burocrazie sindacali, devono restare tali per poter dialogare con altre burocrazie, quelle politiche
Se c'è una forza politica, come la Fiom che vede nello svuotamento delle verifiche di rappresentatività un pericolo per la democrazia, la si demonizza. Del resto c'è un'idea singolare della
democrazia che è tutta interna alla logica del capitale. E', come si diceva prima, la logica per la quale il lavoratore ha diritto di eguaglianza solo di fronte alla merce da acquistare o da
vendere (è il prezzo in denaro e non altri valori a determinare se tu puoi disporre di un bene o puoi cedere la tua forza-lavoro). Ma in questa logica il lavoratore deve stare a giusta distanza
dal controllo dei mezzi di produzione o affidare questo controllo a delle elite burocratiche. E' la stessa logica che porta i partiti a scegliere i propri rappresentanti che il corpo elettorale
incoronerà, è la logica che porta a scegliere la Bce che tipo di società avremo nelle varie nazioni e i governi di quegli stati a dire solo sì e in che tempi. E' un dirigismo che con il passare
del tempo diventa autoreferenziale e quindi illegittimo. E' evidente che c'è anche un problema di democrazia. I movimenti, autentici protagonisti della primavera del 2011, stanno contrastando di
fronte alla crisi questo dirigismo. I movimenti degli indignati, ovunque siano sorti, sfidano la logica piramidale, permeata da un pensiero unico, in cima al quale c'è un vertice oligopolistico
finanziario mondiale. E' la logica che disegna un fronte, lungo il quale da una parte c'è chi contrasta lo stato di cose esistenti e dall'altra c'è chi lo difende. C'è chi ha capito che le scelte
ideologiche di abbracciare il libero mercato, la deregulation, i dogmi demo-liberali sono la causa di questa crisi e chi invece no. La Ghedini in questo è coerente. Non a caso ha chiosato il suo
intervento dicendo di non credere alla forza trasformatrice del movimento degli indignati.