Si tratta di appunti presi durante la giornata su temi di politica, cultura, scienze, storia e soprattutto filosofia
La straordinaria offensiva della cultura "azionista" ha segnato lunedì 14 e martedì 15 maggio un grande punto a suo favore: milioni di telespettatori per "Quello che (non) ho". La cultura politica azionista è quel nobile mix di istanze radical, liberal, mazziniane che nel nostro paese non ha avuto larga penetrazione per la presenza storica di una cultura alternativa, quella ispirata dalla tradizione marxista che è stata egemone nei movimenti e nei partiti politici che avevano l'obiettivo di rappresentare le fasce sociali più deboli.
Ovvio, dopo la palude degli anni berlusconiani vedere altre sensibilità affacciarsi in tivvù appare un sollievo. E quindi ho visto con grande piacere su La Sette "Quello che (non) ho" scritto e prodotto dal duo Fabio Fazio e Roberto Saviano, con momenti di alto lirismo (come il racconto dell'eccidio di Beslan). In un mare così vasto quale la cultura italiana, negli ultimi venti anni rimasta nei fondali di una morta gora, eredità delle idee craxiane e berlusconiane, queste correnti dovrebbero, come è stato a lungo, intersecarsi fondersi e arricchirsi con le altre correnti più vive della nostra tradizione, quelle successive alla prima e alla seconda guerra mondiale.
Ma così non è. Al potere mediatico, in Italia, come guida delle alternative, ora c'è un editore De Benedetti (che forse si appresta a prendere in pugno La Sette, piattaforma dove "Quello che (non) ho" è andato in onda) e alcuni autori sono diventati il riferimento del cosiddetto popolo progressista, anche per l'applauso acritico e incondizionato di tutta la sinistra. Proprio loro stanno escludendo la più corposa, ricca tradizione culturale italiana. Quella che fa riferimento ad una scelta radicale che indica nel sistema del capitale, calato in ogni sua determinazione, la causa della disumanizzazione della società; nella prospettiva di creare un uomo nuovo. Secondo questa nostra tradizione, dominante fino ad anni recenti, un rinnovamento dell'umanità non può passare per l'accettazione, sia pure modulata e sfumata, delle condizioni archetipe del sistema del capitale. Nell'idea di capitalismo è il valore del profitto a determinare il valore dell'uomo. Ne derivano a cascata conseguenze che sono addirittura letali. Talvolta spacciate per libertà. E così il lbero mercato metterebbe tutti sullo stesso livello, il merito diventa sinonimo di ascesa sociale che ha però come approdo il condizionamento dei mezzi di produzione (di un'oligarchia di eccellenti a danno o in dominio sulla comunità), anche se tutto questo si pretende condizionato da una serie di valori, chiamiamoli così etici, che nelle orazioni di Saviano e Fazio sono il collante. Anzi questi valori di Fazio e Saviano (l'astratta onestà, la probità, la laboriosità, l'eroica opposizione etica alla criminalità), in realtà tutti interni al capitalismo, si legano a tal punto al tutto che le loro determinazioni sembrano davvero la sola cosa che conti, la sola cosa da difendere e l'unica medicina da proporre per la nostra società e per il nostro tempo.
Inutile dire quanto un'operazine di concreta trasformazione del mondo basata sulla separazione dell'etica dal plenum della realtà economica e storica abbia prodotto risultati insoddisfacenti. Anzi, alla lunga, ha permesso, nella nostra storia e nella storia mondiale, di accelerare un processo di degenerazione dei valori del capitalismo che ha condotto al liberalismo e alla spersonalizzazione della economia di mercato. I moralizzatori del capitalismo se ne sono accorti troppo tardi e hanno continuato a chiedere umanità, laddove era l'uomo a essere messo in discussione e sotto scacco proprio per la subalternità (che non vedevano) dei cosiddeti valori astratti alla logica del capitale, l'unico principio che in questo secolo sta contando.
E allora vediamo quali sono, secondo Fazio e Saviano gli autori di riferimento: Piero Calamandrei, Danilo Dolci (figure luminosissime che dialogavano con la sinistra, senza escluderla), e poi, attraverso Marco Travaglio, anche la destra storica italiana, quella che non voleva apparisse la parola Chianti per non palesare un conflitto d'interesse nei propri organi d'informazione o che disdegnava un dono, una trota, ad un primo ministro, perchè pescata da acque demaniale. Peccato che contemporaneamente gli stessi eroi della destra facessero bombardare i lavoratori con Bava-Beccaris, provocando stragi con centinaia di morti, per fermare le prime rivolte anti-sistema dello Stato unitario.
Saviano è stato protagonista tempo fa di un'offensiva culturale contro Gramsci, indicato come l'uomo della sinistra intollerante al confronto di quel socialismo umanitaristico e di quel progressismo mazziniano che da noi ha avuto il suo approdo storico nel partito repubblicano. E che si è sposato con gli interessi del grande capitale (non a caso De Benedetti ha sempre votato Partito repubblicano, ma anche, non a caso, la legge firmata dal repubblicano Mammì ha aperto la strada al dominio televisvo berlusconiano). Gli eroi di Saviano, Danilo Dolci e Calamandrei, sono un pezzo della storia civile italiana, ma non sono tutta la tradizione dei movimenti sociali in Italia. Che non può essere rappresentata soltanto da queste due belle figure che, nella loro luminosità, furono minoritarie. Manca un pezzo fondamentale, vivo e vegeto, anche se un po' accantonato, di questa tradizione che, ovviamente, Fazio e Saviano si guardano bene dal far narrare, se non fosse per l'intrusione di un paio di citazioni, come quelle presentate del grande Ettore Scola che (nella seconda puntata, martedì 15) ha raccomandato la lettura dei Quaderni di Antonio Gramsci.
In "Quello che non ho" si è consumata una riduzione culrurale e politica. Si è rappresentata la cultura di sinistra e la cultura di destra nel confronto Gad Lerner-Travaglio. Lo straordinario giornalista (forse il migliore in Italia) apolide-milanese è l'efficace espressione del riformismo liberal. E così l'operazione culturale è già delineata. Non esiste, secondo il duo Fazio-Saviano, altra possibilità che la polarizzazione fra la destra classica (che è sempre nobile, per definizione, chissà perchè?) e la sinistra liberal. In questo confronto la sinistra dei valori alternativi al capitalismo non c'è. Questa è l'idea che si vuole far sedimentare.
Il confronto fra Marco Travaglio e Gad Lerner è un remake del confronto (organizzato proprio da Fazio in occasione di "Vieni via con me" prodotto da Rai Tre) fra Fini e Bersani che esposero una lista di valori di destra e valori di sinistra. In questa fase politica sarebbe stato impensabile fare una cosa simile con protagonisti analoghi, ma almeno Fini e Bersani avevano una forza evocativa che, nelle loro narrazioni, non escludeva nessuna delle tradizioni culturali della destra e della sinistra storica.
Si rinnova quindi con il duo Fazio-Saviano, sotto un patinato format, una conventio ad excludendum della cultura davvero alternativa, la grande cultura popolare che ha segnato l'aggregazione di milioni di persone in movimenti per la trasformazione radicale del sistema capitalistico. E' in sostanza l'esclusione della tradizione comunista del nostro paese, una pratica politica che poi ha generato le mostruosità contro le quali Saviano e Fazio inconsciamente si battono, grattando però solo in superficie, nel loro peregrinare moralistico. Proprio, per paradosso, quando in tutto il mondo, dalle accademie, alle comiunità religiose, ai singoli pensatori, ai movimenti organizzati di protesta, si riscoprono le visioni proposte da Carlo Marx e le analisi sulla crisi proposte dal grande filosofo e economista tedesco: esse sono prese di nuovo come spunto per un nuovo progetto d'uomo.