BOLOGNA - Su Il Corriere dello Sport-Stadio del 23 maggio 2013 si può trovare questa mia riflessione sulla morte di Don Andrea Gallo, destinata, appunto, ai lettori del quotidiano romano e bolognese. Volevo condividerla con tutti voi
Avrebbe compiuto 85 anni a luglio Don Andrea Gallo, prete da quasi 54
anni, interprete più radicale del pensiero di Don Bosco. Un salesiano
purissimo. E’ scomparso ieri e tutta Genova, la sua città, lo piange.
Chi lo adorava, chi storceva il muso di fronte alle sue scelte, chi lo
apprezzava senza poterlo poi dire ad alta voce. Studi filosofici e
tanta testimonianza nei luoghi dove i preti dovrebbero stare e dove
spesso si trova miseria e retorica; si è affacciato anche nel calcio, luogo per eccellenza della retorica. Don Gallo ha interpretato una speciale
«visione del mondo cattolica». Quella che costantemente abbraccia gli
ultimi, gli sfruttati, gli abbandonati. La Carità, virtù teologale adulta e umile, viveva al suo fianco con lo sgambettare della Speranza, la virtù più giovane. La Fede era piuttosto l’architrave su cui poggiare ogni azione concreta, non il fatalismo che fa scivolare ogni cosa.
Ha vissuto la Genova medaglia d’oro per la Resistenza, il
Brasile delle comunità oppresse da uno spaventoso regime militare, il
degrado urbano devastato dalla droga e dall’emarginazione, a fianco
agli omosessuali, ai lavoratori del porto, ai disoccupati, ai
carcerati. Cappellano sulla nave scuola Garaventa, sostituisce la
repressione tipica dei riformatori con l’opportunità della libertà e
del riscatto. Allontanato dai vertici salesiani verso il carcere a
Capraia, diventa poi cappellano della Chiesa del Carmine. Allontanato
anche da lì, negli anni Settanta, approda a San Benedetto al Porto.
Questo luogo assurge a simbolo; l’amicizia con Fabrizio De Andrè
diventa sincretismo fra umori e valori diversi, destinati però al
racconto e al riscatto degli umiliati e degli offesi.
Il Genoa, di cui era tifosissimo, lo ha ieri ricordato con una lunga
testimonianza, la Sampdoria con i cui tifosi dialogava attraverso una
impareggiabile ironia, lo ha abbracciato. Amico di Onofri, uno dei
simboli della Genova rossoblù, ha animato anche la cooperativa
“insieme per Genova” formata da ragazzi sampdoriani e genoani, uniti
in un progetto di contrasto alla violenza e alla droga. Era malato, ma
non aveva mai rinunciato a lottare senza mostrare sofferenza. Dopo la
rinuncia di Benedetto XVI aveva sperato: «Il prossimo Papa si chiami
Francesco. E ricominci dagli ultimi».