BOLOGNA - Questa è un'analisi che ho prodotto per il Corriere dello Sport-Stadio in stampa nell'edizione del 13 novembre. Volevo condividerla con tutti voi.
L'era moderna è stata caratterizzata dalla parola fine. Di volta in
volta è stato annunciato il termine di tutto: religione, politica, uomo, arte, storia, Dio. E se la civiltà moderna si è estinta nel Novecento, lo sport, ultimogenito dei suoi miti, ora non sta affatto bene, tanto per parafrasare Woody Allen.
Le affermazioni sconsolate dopo i fatti di Salerno, il sentimento di resa per l’incontrollata cascata di manifestazioni razziste, il riemergere di inquietudini riguardo alle scommesse, sembrano infatti annunciare un crepuscolo. Ma per provare a rimettere ordine nello sport come collante della civiltà, oramai post-moderna, bisognerebbe capire da quali venti esso
sia scosso. Non è solo l’inconsistenza degli eroi di oggi, (quelli sportivi si afflosciano anche ai ricatti ultrà) a svelarci l’assenza di riferimenti. Valori e contenuti mancano quasi ovunque. Di conseguenza le persone si aggregano e si dividono sulla forma e sul gusto. Non è forse questa la civiltà che crea le differenze e i gruppi sulla base di un «mi piace» clickato su facebook, luogo dove ci ritroviamo per rimappare le nostre appartenenze? Il «mi piace» è un giudizio di gusto: è in definitiva la vittoria dell’aspetto estetico su ogni contenuto. Valeva per Grande Fratello e Second Life, vale per «X-Factor». Vale nel calcio. Cosa c’è di più estetizzante di un gesto di un calciatore, riprodotto in milioni di frame in tutto il pianeta, o nella scomposta esultanza di un dirigente, che però, dopo poco, diventa un modello? Stessa cosa per i cori e gli striscioni.
Ecco: la ricerca di un luogo dove ricreare una propria comunità e l’emergere di forme estetiche che soppiantano tutti i contenuti possibili sono esattamente le energie che agiscono negli stadi. Se, poi, apprendisti stregoni (dirigenti senza scrupoli, capi ultras, boss della malavita) provano a indirizzare questi fenomeni, abbiamo come conseguenza degenerazioni e pericoli, una zona franca al di là del bene e più vicina al male.
Ma la ricerca di un luogo dove riformare la propria identità e la pratica del gusto non sono negative in sé. In curva, spesso, si creano quelle Zone Temporanemente Libere, dove i sociologi si sono esercitati e che corrispondono alle istanze di libertà che troviamo in tanto attivismo giovanile o territoriale, lodato da Piazza Tahir a Piazza Taksim,
dalla Val di Susa a Zuccotti Park. Come al solito, in modo abnorme, il calcio, grande incubatore di ogni tensione, è arrivato prima.
Nel 2003 a Londra ebbe uno straordinario successo The Weather Project, un ambiente, o un’opera d’arte, o tutte e due insieme che riproduceva attraverso un caldo sole artificiale un humus primordiale. La gente accorreva e ci si adagiava perché sprofondava nel mito di un nuovo mondo. Un mondo del tutto artificiale, una proiezione di tipo sensoriale e quindi estetica, un mondo nuovo che riproponeva il ritorno a casa, una casa archetipa e mitologica.
Al calcio invece è mancata la riscrittura del suo mito anche per colpa di chi ha voluto prendere e mai dare. Non in termini di progetto economico (quelli abbondano) ma di valori universali. E così la malattia ha cominciato a degnerare creando quei non-luoghi che sono diventati i nostri stadi. Preda di pulsioni primordiali e di forme mimetiche. E del loro cascame.