di Disks
In base alla deriva perbenista dell’attuale informazione televisiva italiana, non c’era migliore interlocutore
possibile nel governo, per spiegare la vicenda del sacco di Roma, del ministro Sacconi, uno che dice appunto un sacco di cose apparentemente
ragionevoli: l’ex socialista craxiano imbarcato sul capiente carro berlusconiano è accomodante, sorridente, in teoria competente. Sacconi snocciola dati, ascolta le critiche, replica con
fermezza e si atteggia a ossequioso cattolico, il che nell’ipocrita paese dei peccati altrui non guasta mai.
Floris gli ha offerto il palcoscenico di Ballarò e lui lo sfrutta per accreditare la tesi della crisi economica globale, che tutto travolge e tutto
rade al suolo, malgrado gli sforzi titanici suoi e dei suoi colleghi, noti titani della politica, appunto, nonché statisti riconosciuti, del calibro di Calderoli, Romano e compagnia
blaterante, agli ordini del supremo genio catramato e del suo finto contraltare Tremonti. In pratica, teorizza Sacconi, chiunque manifesti in piazza la propria indignazione - perché non
ha più lavoro, pensione, sanità, scuola, casa, speranze, futuro - è libero di farlo (in verità adesso molto meno, date le nuove restrizioni maroniane). Ma deve sapere che, così facendo,
fornisce ai devastatori di professione, ai brigatisti del terzo millennio, la materia prima per il loro mestiere: infiltrarsi in qualunque corteo e distruggere le città. Non è meglio,
dunque, restare al calduccio della propria stanzetta di disoccupato, di precario, di pensionato senza soldi o più semplicemente di indignato nel senso autentico della parola e aspettare
che il governo più efficiente della storia della Repubblica risolva i problemi? Nel frattempo, con l’avallo del poliziotto Di Pietro (non era lui a dire che “la gente prenderà le armi”,
se si continuerà a prenderla in giro?), lo Stato darà una lezione al terribile Er Pelliccia e ai suoi compari, cui toglierà la voglia di giocare alla guerra.
Questa grottesca lettura della realtà postula davvero l’esistenza di un popolo bue, cloroformizzato da una televisione pigra e reticente: non quella
controllata dal supremo genio catramato, sulla quale non vale nemmeno la pena di soffermarsi, ma la pochissima residua che si ammanta del titolo di oasi libera e pura: Floris e Fazio, per
intenderci, ora che Anno zero è stato azzerato (ma chi avverte sul serio la mancanza delle dannose filippiche di Santoro?). Davanti alle telecamere del politicamente corretto, i
governanti alla Sacconi sostengono con notevole impudicizia un’implicita equazione sulla violenza da strada: va tutta condannata a prescindere. Cioè è tutta uguale: quella effettivamente
parodistica der Pelliccia, studente di un’università privata che forse si sta già vergognando della propria bravata da esibire agli amici su Facebook, e quella del signore anziano che
vede Pannella e gli sputa in faccia con una spontaneità folgorante: gesto tanto più emblematico in quanto cancella in partenza, per esasperazione, ogni forma di dialogo. L’equiparazione
tra i due atti è comoda, retorica e volutamente superficiale. Vorrebbe una società anestetizzata, assuefatta a modelli di vita vacui e privata del motore di ogni civiltà, dalla preistoria
a oggi: la capacità di ribellarsi. L’Italia si sta ribellando, finalmente, perché si sente presa in giro oltre ogni limite sopportabile, e questa ribellione è sana, necessaria. Un giovane
che non si ribelli alle storture della società è per definizione un vecchio. Un giovane che sopporti senza reagire la rapina delle proprie speranze è un automa. Un giovane che non senta
l’impulso di prendere a calci nel sedere i politici che lo invitano a portare pazienza, perché è tutta colpa della crisi mondiale, è uno che accetta di avere come ministri Bossi, la
Brambilla e la Gelmini, come sottosegretario la Santanché, come consigliere regionale il Trota o la Minetti. Forse Sacconi pensa che un ragazzo, oggi, se studia appena un po’ più della
media e non ha come orizzonte il sogno di fare il tronista, abbia l’aspirazione di diventare come lui: da grande voglio fare il ministro signorsì, negare anche sotto giuramento le
nefandezze del mio capo incapace e prendere in giro i cittadini.
Per fortuna i giovani si ribellano ancora e in genere lo fanno in forma più seria e costruttiva der Pelliccia. Se però la violenza latente diventa
quella dello sputo di un signore attempato e presumibilmente poco aduso a reazioni simili, significa che il confine tra l’uso della democrazia partecipata e la sua meditata rimozione, da
parte del popolo, sta saltando. La democrazia è tale quando chi dovrebbe governare la pratica ogni giorno, rispettando i cittadini. Non lo è più quando chi dovrebbe governare resta
incollato alla poltrona comprando parlamentari. Non lo è più quando chi dovrebbe governare rifiuta di prendere atto della propria acclarata inadeguatezza. Non lo è più quando chi dovrebbe
governare paralizza da anni l’attività parlamentare, limitandola a leggi ad uso personale, del tutto irrilevanti per la collettività. Non lo è più quando chi dovrebbe governare nega per
tre anni che l’Italia sia in profondissima crisi economica, salvo farla finire sotto la tutela dell’Ue.
Di fronte al furto della democrazia da parte di chi dovrebbe governare, non è strano che il cittadino decida di non continuare a porgere l’altra guancia: lo
sputo a Pannella è frutto di una rabbia sempre più difficile da contenere e sempre più prossima a sfociare in reazioni imprevedibili e drammatiche, che solo i servi della disinformazione
o i ciechi possono assimilare alle spedizioni dei black bloc. In quello sputo c’è una carica potenzialmente molto più devastante, per le istituzioni scricchiolanti, degli assalti alle
vetrine e delle auto incendiate. Su questo pericolo devono indagare, per rendere una corretta informazione, i programmi di cosiddetto libero approfondimento. Invece obbediscono al format
di una malintesa par condicio. Fazio fa interviste untuose ai potenti, che volentieri accorrono da lui. E Floris confeziona un guazzabuglio di inviti col misurino: il governante perbene
(Sacconi), l’oppositore perbene (Renzi), la presidente di regione perbene (Polverini), l’economista donna dall’America che fa sempre scena, un pizzico di giornalisti di regime e non.
Tutti questi troppi invitati parlano un po’, dandosi di volta in volta torto o ragione, ma senza mai entrare nel cuore della questione, con l’intermezzo della pubblicità o di servizi
d’inchiesta aggressivi come un barboncino. Per la sacrosanta legge dell’audience, anche il pubblico viene sapientemente dosato: due bellissime signore stanno alle spalle dell’ospite
dall’eloquio più debole (l’imbarazzante Polverini), nel caso in cui al telespettatore maschio venisse la tentazione di cambiare canale per non addormentarsi. C’è pure la sorpresa: un
collegamento di pochi minuti con l’ex primo ministro spagnolo Aznar, tra i massimi statisti della storia di tutti i tempi, nonché grande amico di Berlusconi, al quale infatti dispensa un
elogio finale così riassumibile: soltanto lui può tirare fuori l’Italia dalla crisi. Floris ridacchia soddisfatto: magari il supremo genio catramato si convince che questa non è una
trasmissione faziosa e magari la prossima volta ritelefona (se poi butta giù, tanto meglio, fa più audience). Verrebbe voglia di sputare alla tivù, ma poi bisogna pulirla. Meglio
spegnerla: almeno sta zitta, a differenza di Pannella.