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7 giugno 2020 7 07 /06 /giugno /2020 23:19

Che fatica far giocare l'Inter del 2006-2007 contro quella del 1964-1965! Dice un professore d'arte interista: è come contrapporre Raffaello a Giotto. Raffaello e Mancini, due grandi marchigiani, imposero la loro “maniera”, in un’era di titani, popolata dai Leonardo e dai Michelangelo. Ma Giotto fu un'altra cosa: dopo di lui tutto cambiò. E allora giochiamo sul serio: Giotto non sta alla pittura come Herrera al calcio? Il “libero”, il “catenaccio” e il “contropiede” non traducono in qualche modo la spazialità e la prospettiva dalla tela al campo di gioco? Pittura e calcio disegnano soluzioni nelle rispettive cornici, evocano mondi e valori. Quelli di Giotto sono finiti nella Divina Commedia, quelli di Herrera nei sogni di milioni di interisti che hanno atteso decenni (anche oltre Mancini) prima di tornare alla devozione di un Trittico o di un Triplete.

Il Mago centrò Intercontinentale, Scudetto e Coppa Campioni, ma, si dirà, anche Mancini ruppe un grande digiuno. Fino a che punto, quindi, reggerà il mito del 1965? Nella storia vincono i nani sulle spalle dei giganti. Ma qui è sfida tra colossi che rifiutano vantaggi. Anche se, in effetti, nel 2006 il calcio è diventato potenza, meccanismi, tecnica e velocità. Nel caso dell’Inter del 2006- 2007 anche passione di artigiano: «Il vero allenamento è una partita», diceva Mancini che ha una bottega piena di moderni ritrovati.

Il segreto di un orologio è che cominci a funzionare e così cresce il ritmo della macchina da gol con Ibrahimovic, Cruz o Crespo. L'allenatore è stato campione e il suo intuito precede le tabelle: nelle accelerazioni Cruz (7 gol) è tra i più veloci, Ibra (15 gol) prepotente e fatale. Crespo micidiale (15 gol). Supercoppa italiana, scudetto con 5 turni di anticipo e i 97 punti ci dicono: sta per vincere Mancini.

Massimo Moratti, arbitro imparziale e affettuoso, è prudente: «Aspetterei l'esito del duello fra Guarneri e Ibrahimovic, due grandi atleti, potenti e leali». E se la difesa del 2006- 2007 con Cordoba, Samuel e Materazzi (che si alternavano) è straordinaria, quella di Herrera si trasfigura in orazione: “Sarti, Burgnich, Facchetti”... e Picchi «unico calciatore schierato a zona». Il contropiede è verbo, Herrera si infuria al quarto passaggio. «Ne bastano tre per arrivare in porta, il resto è troppo». Ma nell'era delle distanze minime, dove l’intensità fa la differenza, come potrebbe vincere la squadra del 1965 contro quella di Mancini? Se il celestiale Mozart si contrapponesse sull'Oceano al pianista funambolo che accende la sigaretta sulle corde percosse, a chi andrebbe la sfida con quelle regole? E che ne sarebbe di Joe Louis se avesse valicato il tempo e sfidato Mike Tyson, quando l’orco di Brooklyn, in una frazione delle cinque sedute giornaliere, faceva duemila squat? Guai, però, a sottovalutare il potere antico della velocità.

«La squadra di Herrera ti stendeva all'improvviso, tanto che la accusavano di privilegiare la rapidità alla qualità», ammonisce Moratti. I lanci di Suarez sono laser, le incursioni di Jair o Domenghini vento, le sponde di Peirò e le invenzioni di Corso fulmini. E, allora, come finisce? Sediamoci e ascoltiamo Brahms o, meglio ancora, Ravel, dove la struttura è accurata, il meccanismo è pulito, pieno di colore e la tensione è costante, un fuoco reso trasparente da forme cristalline: è la squadra di Mancini. Ti conquista con una sensualità di concetto, grazie alle simmetrie di Vieira. Ma all’improvviso ecco Chopin, una delle sue magnifiche Ballate. La “coda" è spietata, piena di pathos. Condensa tutta l’energia accumulata e, in una zampata, conclude il poema: 1-0. Al 90’ ha segnato Jair.

 

Pubblicato su "Il Corriere dello Sport-Stadio" il 20 aprile 2020

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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