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17 marzo 2015 2 17 /03 /marzo /2015 14:04

Abbiamo bisogno di storie. Forse neppure grandi. Ma abbiamo bisogno di storie per rifondare la società. Questo si ascolta con molta insistenza da alcuni anni. Il termine “narrazione” è diventato di moda anche fra i politici per indicare i valori ai quali dobbiamo far riferimento, descritti, però, in forma di racconto. Questo termine ha ceduto il passo all’anglicismo storytelling che si riferisce più che altro all’applicazione dell’idea della narrazione.

 

 

Anche lo sport cerca le sue narrazioni. Anzi, in realtà è stato da sempre il vero compito di tutta la cronaca sportiva che, di fatto, è la ricerca di una narrazione. Anche le esigenze di mercato, i motivi di spettacolarizzazione degli eventi, dalle nuove tecnologie per la ripresa dei fatti di sport, le formule di gioco, avvengono sempre modellando i propri prodotti (quello che si racconta o quello che si organizza) secondo i principi dello storytelling. La Champions League, ad esempio, è stata rifondata perché si aveva in mente una narrazione capace di creare una suggestione eroica in un Olimpo sportivo d’eccellenza, persino la crisi dell’informazione passa attraverso la difficoltà di conciliare i tempi dello storytelling con la rapidità con la quale è necessario fornire la descrizione dell’evento (e la televisione risponde con una realtà aumentata dalla forza della tecnologia che rende ogni immagine una narrazione fulminea). L’evento stesso, poi, si è fatto addirittura auto-narrante con i post dei protagonisti sui social network o con i selfie, come nel caso di Totti dopo il suo secondo gol all’ultimo derby tra Roma e Lazio, esempio folgorante di storytelling.

 

 

 

Ma le buone storie sono fatte anche dal buon linguaggio. E qui comincia la difficoltà. Il linguaggio dello sport, finora infarcito di retorica o di luoghi comuni, stenta a cedere il passo alla sobrietà e alla padronanza degli strumenti espressivi. Non solo: tutti i richiami, sia i titoli, i lead, le immagini o gli spot (tanto per variare da mezzo a mezzo di comunicazione), restringono la capacità di articolazione. Questo significa che si preferiscono, ad esempio, titoli di poche battute, slogan che fatalmente risultano ripetitivi in cui, è anche il destino del giornalismo politico e di costume, prevalgono situazioni riassunte con termini standard estremi, come se alzare i toni permettesse di essere ascoltati con più attenzione. Una dichiarazione, perciò, è sempre “choc”, un ammonimento “gela” sempre il proprio interlocutore, ogni difficoltà è “ crisi”, ogni incontro diventa “un patto” per qualcosa. Spesso accade così anche con le immagini. O con i commenti che le accompagnano in televisione. Così la narrazione si perde, tutto diventa ugualmente urlato e persino le buone storie finiscono per essere soffocate. Restano quelle cattive: i dirigenti che sono al potere da anni, gli accordi sottobanco o le telefonate inconfessabili (che di tanto in tanto vengono fuori), i rapporti sempre meno trasparenti e più remunerativi fra aziende, club, manager e associazioni e poi la finanza, se non il riciclaggio, che vogliono conquistare società sportive o snodi di potere. Esiste quindi un fare e un rappresentare che nel calcio, ma anche nella società e nella politica così contaminata da scandali, procedono in modo parallelo e non si incontrano. Se la narrazione è povera nel linguaggio e nei contenuti perde il suo valore pedagogico e si ingolfa, il modello valoriale che richiama si annacqua e diventa inefficace. Così si lascia spazio alle piccole trame e alle cure dei piccoli affari i quali, però, hanno una propria efficace narrazione, ad esempio nelle carriere dei piccoli e grandi despoti dello sport, ciò che Nietzsche chiamava abilità e miseria dell’ultimo uomo.

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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