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21 aprile 2014 1 21 /04 /aprile /2014 05:57

Appunti in libertà

E' fuorviante l'dea della morte dell'arte. Dobbiamo piuttosto riflettere sull'idea della morte del "concetto" nella nostra società. Ho usato in questo incipit una sineddoche. Non alludevo alla resurrezione dell'arte, che si trasforma e vive sotto altre dimensioni. Ciò che prende forza, ed è fuorviante affermare il contrario, è il giudizio estetico di cui l'arte è una forma particolare. Mentre, d'altrocanto, fatica a sopravvivere l'idea di un "concetto" da applicare alle condizioni di vita. Il "concetto" appartiene a quell'idea del mondo per il quale ad una determinata idea corrispondono forme di applicazione più o meno efficace. Il concetto deve, però, vivere nel concreto e se, hegelianamente parlando, si incarna in toto, produce il compimento: l'Assoluto. Nella storia ci siamo andati vicino. Hegel (che tra l'altro aveva parlato di morte dell'arte, in quanto esaurita l'idea-concetto che ne muoveva l'azione) descrisse come noto l'incedere dialettico del concetto. Cosa resta di questa feconda attività?

Si sta chiudendo un'epoca in cui i concetti non si sono ben adattati alla vita. Il progetto della vita cristiana, socialista, comunista o i progetti innervati di altri valori non hanno conquistato il mondo. I concetti possono anche funzionare in sè. Possono persino risolvere fondamentali problemi d'interpretazione della vita, della storia, delle relazioni economiche e sociali. Ma non sono prescrivibili come tali, visto che, alla fine, non vengono accettati coerentemente e non risultano efficaci.

L'uomo comunista o l'uomo cristiano ha avuto splendide interpretazioni. Ma si è trattato di solisti. Non abbiamo avuto la possibilità di stabilizzare una società comunista, una società cristiana. Sopravvive quell'ibrido che, all'interno della società capitalista, coniuga l'individualismo con una gestione sempre più controllata dei bisogni e delle risposte ai bisogni.

In questo contesto ciò che emerge come fattore dominante è la dimensione estetica. La nostra società si articola e trova la sua dialettica attraverso criteri di scelta dettati dal gusto, Per lo più un gusto indotto, ma è il criterio di gusto che si forma dentro di noi a far dire "mi piace" e "non mi piace". E' il criterio di gusto che ci fa scegliere, in base ad una valutazione che raccoglie le spinte di una società, la quale ci propone criteri di apprezzamento da accettare e rifiutare. L'uomo di oggi è stato espropriato del concetto, ma ha esaltato il suo criterio di gusto. L'uomo di oggi non è solo l'uomo estetico, è quello che trova già risolte le pratiche complesse dell'approssimarsi ad una scelta di gusto.

Siamo facilitati da una tecnica che ci risolve tutto il complicato cammino prima del fatidico, "apprezzo", "scelgo", "mi piace": facebook è il protocollo più esplicito di questa forma di espressione che è anche una modalità di relazione sociale e sancisce la determinazione dell' appartenenza. Essere amico di, vuol dire creare una comunità sulla base di un gusto, quello di chi sostiene che un determinato argomento piace o no. Appartenenze revocabili. Si toglie l'amicizia, come la si è concessa. In questo siamo liberi. Le scelte, però, vengono sempre più standardizzate. E' sempre più difficile inserire nei cataloghi degli argomenti su cui decidere una articolata valutazione che può determinare qualcosa di diverso dall'accettazione o dal rifiuto, soffocando quindi un libero gioco del gusto, e catturando e utilizzando l'unica facoltà rimasta a disposizione nel nostro tempo per l'esercizio della libertà, la facoltà estetica.

Noi siamo in un'era estetizzata, ma l'utilizzo della modalità di adesione estetica crea appartenenze già confezionate a priori. Già determinate. Noi abbiamo solo la libertà di aderire, sgomberato il pericoloso e inservibile dominio del concetto. Quando qualcuno con soddisfazione parla di una società senza più ideologie in realtà ci dice che la nostra società non ha più il concetto. O meglio non è più fondata sulla pluralità di concetti che si sfidano attraverso criteri di legittimità, coerenza o efficacia. Chi parla di concetti fa ideologia. Chi cerca di contrapporsi per affermare una propria visione del mondo, aderisce ad un concetto e quindi ad una ideologia. Quale sia importa fino ad un certo punto. L'importante è che sia allontanato. Siamo tutti dentro uno stesso modulo, chi ne immagina altri è un ideologo da combattere con la stessa determinazione con la quale una volta si combattevano le idee antagoniste. Siamo perciò in una società ricca di individui che rispondono solo in base a ciò che a loro piace. Peccato che quello che dovrebbe piacere o dispiacere sia stato fornito e preparato con cura per sostenere un modello di produzione immaginato e inesorabilmente costruito. In questo modello chi è tecnologicamente adeguato è dotato dei criteri ammessi per aderire o no (chi utilizza altri criteri non conta o è espulso dal consesso del mondo rilevante).

Siamo in un mondo post-ideologico o post-concettuale, estetizzato, conta solo aderire o no. I criteri di valutazione sono stati forniti, in realtà, con un unico concetto risultato vincente, e trasformato poi in una realtà in cui la dialettica dei concetti non è più ammessa. Resta solo il bisticcio di gusto da esprimere sempre più in modalità tecnologica fra ciò che è proposto. Mi piace e non mi piace: la libertà è servita

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commenti

adriano 04/24/2014 13:29

cos'é che nn le era piaciuto del mio posteriore commento che ha cancellato?

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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