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5 aprile 2014 6 05 /04 /aprile /2014 04:52

BOLOGNA - Giovedì 3 aprile sul "Corriere dello Sport-Stadio" attraverso un mio articolo è apparsa la notizia che Google era stata multata dal Garante della Privacy per la cifra di un milione di euro in seguito a inadempienze riguardanti la tutela e il rispetto dei dati personali durante la raccolta di immagini per il servizio Street View. Quella mattina i quotidiani on line hanno ripreso la notizia del nostro giornale e successivamente è arrivata la conferma con uno specifico comunicato stampa prodotto dal Garante della Privacy che pure aveva pubblicato l'ordinanza sul suo sito senza però diffonderne il contenuto come fatto poi dopo la nostra anticipazione. Quell'ordinanza era del 18 dicembre. Come mai è rimasta sul sito del Garante senza diffusione adeguata così a lungo? E perché si è deciso di diffonderla solo dopo che un giornale l'aveva intercettata? Pagare e tacere è stata la politica di Google: c'è chi ha sostenuto e protetto questa politica al contrario di quello che si fa in altri paesi come la Francia? Ho provato il giorno dopo l'anticipazione a tornarci e a ragionarci su. Ecco il testo di approfondimento proposto ai lettori del nostro giornale.

Non solo per Balotelli, Wanda Nara o Lapo Elkann. Chi calpesta la privacy paga e in certi casi paga per tutti. Stavolta è toccato a Google, l’azienda che nel mondo possiede la più grande infrastruttura di reti e server e che ha messo a rischio la privacy di ciascuno di noi. Ha versato, qualche settimana fa, un milione di euro nelle casse dello stato italiano per i dati raccolti illecitamente nella prima fase del rilevamento fotografico per il noto servizio Street View.

La vicenda, già curiosa e interessante, come vedremo, si è arricchita di un giallo visto che è stata incredibilmente resa nota in tre fasi. In una prima fase attraverso il provvedimento sanzionatorio rimasto in un angolo del sito del Garante (che non poteva non pubblicarlo), in una seconda fase, ieri mattina (3 marzo), quando il Corriere dello Sport-Stadio, pescando da quel sito, ha diffuso su larga scala la notizia del provvedimento e, infine (e finalmente), nel primo pomeriggio di ieri quando un comunicato stampa del garante rendeva noto quello che era già stato deciso addirittura il 18 dicembre dello scorso anno. E cioè che dal 2010 il colosso americano ha proceduto a raccogliere dati senza nessun idoneo preavviso destinati ad una banca dati dal rilievo strategico e mondiale come quella accessibile con la piattaforma Google Earth. La conseguenza di quello che accadde allora è che, vip o persone normali, in tantissimi, si sono riconosciuti nelle immagini che a lungo sono state disponibili nel servizio messo in piedi dal gigante tecnologico californiano. Di qui l’apertura del procedimento che si è sviluppato in due atti. In un primo momento Google si è “tempestivamente” messa in regola rispetto alle ingiunzioni del Garante, attraverso un’adeguata informazione sul territorio delle attività di mappatura fotografica. In un secondo momento è scattata la sanzione per il pregresso. Il garante ha fatto prevalere un principio secondo il quale l’azienda deve pagare in rapporto alla sua forza economica. Inutile multare di qualche migliaio di euro un colosso da 50 miliardi di fatturato come quello fondato da Larry Page e Sergey Brin: la sanzione giusta è stata perciò valutata in un milione di euro.

Ma ecco la trama del giallo. Google ha pagato senza fiatare. Non si è appellata (il procedimento a quel punto sarebbe stato celebrato dalla magistratura ordinaria offrendo il destro a tattiche dilatorie), ha perciò considerato l’esborso un male minore rispetto alla pubblicizzazione della vicenda, ha poi evitato accuratamente di segnalare quell’ordinanza, datata 18 dicembre, nel suo munitissimo archivio in rete. Tant’è che, se si fossero inserite nel motore di ricerca le parole chiavi “garante” “privacy” “google” fino all’altro ieri non sarebbe comparso nulla in riferimento a questa vicenda. Nella mattinata di ieri poi l’unico link presente rimandava al corrieredellosport.it, con la nostra notizia. Link sospinto dalla indicizzazione del numero di click, che è, di solito, una procedura automatica e perciò non poteva essere corretta perché nessuno a Google immaginava che la notizia sarebbe apparsa proprio ieri. Il Garante, d’altro canto, non poteva non pubblicare sul sito il provvedimento sanzionatorio, ma si è guardato bene per mesi dal diffonderne i rilevanti contenuti. Lo ha fatto soltanto nel pomeriggio dopo che ormai la notizia era dilagata. Perché? Per un approccio diverso rispetto altri paesi europei. Proprio all’inizio di gennaio il garante francese della Privacy aveva sanzionato Google per i meccanismi del motore di ricerca gmail che mettevano a rischio i dati personali degli utenti. La Francia, a differenza dell’Italia, ha fissato il massimo della multa in "soli" 150.000 euro, applicando, però, una sanzione accessoria: la presenza per 48 ore della notizia dell'ordinanza sull’home page di Google Francia. Una garanzia per i cittadini francesi, in nome di un principio di trasparenza che, nel caso di una questione come la privacy, deve essere parte fondamentale di ogni pronunciamento. In Italia non esiste la possibilità di imporre a Google la pubblicazione di alcunché sulla sua home page, ma almeno su quella del garante della Privacy dal 18 dicembre a ieri, poteva certo apparire qualcosa. Perciò, per avere lo stesso trattamento dei cittadini francesi, ai cittadini italiani è stato necessario il Corriere dello Sport e la sua piccola ma significativa anticipazione.

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  • bartolozzi
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista
  • Nato a Roma il 7-3-1962, giornalista

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